Contadini palestinesi raccolgono angurie in un campo di Al Yamoun, in Cisgiordania, giugno 2011.

Cubetti di anguria

Contadini palestinesi raccolgono angurie in un campo di Al Yamoun, in Cisgiordania, giugno 2011.
28 maggio 2018 18:18

In una calda serata e dopo una giornata ancora più calda ci sono pochi argomenti di cui si riesce a parlare con gli amici. Eravamo in quattro: M, una palestinese cittadina di Israele che vive a Ramallah, J, nato a Gaza ma che vive a Ramallah, T, un amico comune arrivato da Londra, e io. Certo abbiamo citato Gaza. Dopotutto negli ultimi dieci giorni non ho fatto altro che parlare con persone che ci hanno vissuto fino a poco tempo fa. Ma in una serata calda e dopo una giornata ancora più calda ci si sente in colpa a parlare di un luogo dove l’elettricità arriva solo per quattro ore al giorno e gli ospedali sono strapieni di pazienti, feriti e mutilati dai cecchini israeliani.

In una serata così calda c’è bisogno di cubetti di anguria. “L’ho comprata dai nostri cugini”, ha detto M. Per lei, che lavora a Gerusalemme, “cugini” è un modo per dire “ebrei”. Può essere cinico, comico o dispregiativo. “Ecco perché è buona”, ha risposto J. T non capiva. Gli abbiamo spiegato come stanno le cose: le angurie vendute a Ramallah dovrebbero essere coltivate in Cisgiordania, patriotticamente locali. Ma per qualche motivo non sono buone. Troppo mature, troppo morbide, poco dolci. J ci ha raccontato di essere andato al negozio e aver chiesto se le angurie erano coltivate in Israele. Il venditore ha risposto: “Sì, sì, guarda l’etichetta”. “No, le voglio locali”, ha risposto J allontanandosi. Il venditore lo ha fermato: “Aspetta, sono locali, metto l’etichetta solo perché la gente vuole quelle israeliane”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questa rubrica è uscita il 25 maggio 2018 nel numero 1257 di Internazionale, a pagina 29. Compra questo numero | Abbonati

pubblicità

Articolo successivo

L’amore ai tempi di Beyoncé e Jay-Z 
Giovanni Ansaldo