02 luglio 2020 14:35

Durante il weekend del 30 maggio 2020 Elon Musk – un uomo con un patrimonio netto di 38 miliardi di dollari – ha lanciato un razzo nello spazio. L’impresa, totalmente privata, è in netto contrasto con il moonshot, l’“assalto alla Luna” lanciato dal presidente Kennedy dal 1961 al 1969, una delle più grandi mobilitazioni di risorse e manodopera pubbliche nella storia degli Stati Uniti.

Lo scopo dichiarato di Musk è colonizzare Marte, ma il suo vero obiettivo è ricavare una futura rendita dai miliardari che si faranno scarrozzare nello spazio e dal servizio di “taxi spaziale” per gli astronauti della Nasa (e quindi del settore pubblico) che dovranno raggiungere la Stazione spaziale internazionale.

Il lancio della Starship, l’astronave di Musk, è partito con una nota stonata. Centinaia di migliaia di statunitensi, impegnati a protestare per l’omicidio di George Floyd a Minneapolis, hanno ignorato l’evento. Nessun altro episodio ha messo così in risalto il gigantesco divario tra l’americano medio e la ricchissima élite del paese.

Senza alzare un dito
Elon Musk non è stato l’unico miliardario a festeggiare in quel fine settimana. Tra il 18 marzo e il 10 aprile 2020, mentre milioni di cittadini erano in “confinamento” per impedire la diffusione del covid-19, i miliardari statunitensi hanno aumentato la loro ricchezza di 282 miliardi di dollari. Secondo un recente rapporto dell’Institute for policy studies (Ips), l’incremento è stato quasi del 10 per cento. Nello stesso periodo 22 milioni di statunitensi hanno perso il lavoro e il tasso di disoccupazione è salito al 15 per cento.

Non tutti i miliardari sono stati così fortunati. Richard Branson, che il Financial Times definisce “un ricchissimo esule fiscale armato di jet privato” e “con la strana fantasia da pilota amatoriale incarnata dal turismo spaziale della Virgin Galactic” – se l’è vista brutta. Quando la sua compagnia aerea Virgin Atlantic è rimasta a terra a causa della pandemia, è stato costretto a chiedere un salvataggio a spese dei contribuenti. Il suo appello è stato accolto in modo tutt’altro che entusiasta dall’opinione pubblica, ben consapevole che la sua azienda ha sede in un paradiso fiscale nelle isole Vergini britanniche, dove è ancora in vigore il segreto bancario.

Il sistema finanziario internazionale permette ai capitalisti che vivono di rendita di spostare le plusvalenze dai paesi di origine ai paradisi fiscali

Richard Branson ha accumulato una fortuna quasi senza alzare un dito cedendo in affitto il suo patrimonio, che consiste nel marchio e in vari franchising. Come nel caso di Elon Musk, tutto è stato acquistato a credito. Chi gestisce le sue palestre, le sue banche e le sue compagnie aeree versa regolarmente al grande esule fiscale i pagamenti delle royalty, che sono poi incanalate nel paradiso fiscale delle isole Vergini britanniche.

Richard Branson fa parte della classe dominante dell’economia globale, i rentier.

I capitalisti rentier (che vivono di rendita) realizzano plusvalenze praticamente senza sforzo, e a spese degli altri. Sfruttano un bene esistente – per esempio un immobile a Londra o a New York – e guadagnano sugli “affittuari” che usufruiscono di quel bene, oppure rivendendo il bene a un prezzo più alto.

Come si crea una rendita
I rentier vanno distinti dai capitalisti tradizionali. Questi ultimi guadagnano investendo e sfruttando terra e lavoro per creare una nuova attività (o più attività) da cui traggono un profitto. I rentier, invece, guadagnano con le plusvalenze: non investono in terra e lavoro, ma ricavano una rendita dalla proprietà di beni esistenti.

Il debito è un bene prezioso (il debito sovrano è il più ricercato) e genera una “rendita” sotto forma di interessi, praticamente in automatico. Gli interessi, come tutti sappiamo, sono soggetti alle ben note leggi matematiche dell’interesse semplice e composto, e quindi possono aumentare in modo esponenziale. Anche le plusvalenze tendono ad aumentare a tassi esponenziali. I profitti, invece, sono soggetti a volatilità, perché aumentano o diminuiscono a seconda delle condizioni locali relative alla terra e al lavoro (nel senso più ampio).

Molti governi hanno incoraggiato la rendita abbassando le aliquote fiscali sulle plusvalenze. Nel Regno Unito, per esempio, l’aliquota fiscale standard sulle plusvalenze è del 20 per cento. Per fare un raffronto, l’aliquota sui salari compresi tra 50.001 e 150.000 sterline è del 40 per cento.

Durante il confinamento le aziende di private equity si sono affollate intorno alle carcasse delle imprese in crisi

Il sistema finanziario internazionale, incentrato sulla mobilità dei capitali, è stato strutturato in modo tale da permettere ai rentier come Richard Branson di spostare le plusvalenze dai paesi di origine ai paradisi fiscali. Fino a quando il sistema non cambierà, i rentier continueranno a incrementare la loro ricchezza eludendo il fisco.

È giusto però mettere le cose in prospettiva: i bucanieri e i “rocket-men” alla Musk e Branson sono i pesci piccoli dell’economia globale dei rentier. I pesci grossi sono le aziende di private equity (Pe) come Carlyle, Kohlberg Kravis Roberts (Kkr), Blackstone e Apollo Global Management.

Le aziende di private equity mobilitano capitali di persone ricchissime, fondi pensione e hedge fund e li usano per acquistare partecipazioni in aziende pagandole, le partecipazioni, con denaro preso in prestito (a credito), un processo noto come leveraged buyout (il capitale preso in prestito si fa preferire perché il debito è spesso soggetto ad agevolazioni fiscali). Proprio come chi chiede un mutuo versa un anticipo su una casa e paga la quota restante prendendo i soldi in prestito, le aziende di Pe versano una somma relativamente piccola in contanti per acquistare un’azienda target e poi ricorrono in modo aggressivo al credito (in gergo leverage, “mettere a leva”) prendendo in prestito ingenti somme di denaro per finanziare l’acquisto. Ma mentre il mutuatario si assume la responsabilità del rimborso del mutuo, per le aziende di Pe non funziona così. L’azienda acquirente scarica il debito sull’azienda target (per esempio una squadra di calcio, una cooperativa edilizia o una compagnia ferroviaria) e fa ripagare agli utenti (nell’esempio, tifosi, residenti e viaggiatori) l’“affitto” sul debito – cioè sia gli interessi sia la quota capitale – lucrando sui biglietti delle partite, sui canoni mensili o sulle tratte ferroviarie.

Anche a causa di questo modello parassitario di impresa, il settore delle aziende private è zavorrato da circa 19 trilioni di dollari di debito (secondo le stime del Fondo monetario internazionale) considerato “a rischio”: in pratica, i ricavi delle aziende che l’hanno sottoscritto non basterebbero a coprire il costo della spesa per interessi in una crisi come quella attuale.

Polvere secca
Mentre l’economia mondiale era ferma per il confinamento, con il settore privato sommerso dai debiti e a grave rischio di insolvenza, le aziende di private equity hanno cominciato a radunarsi attorno alle carcasse delle imprese in bancarotta e dei mercati colpiti dalla pandemia.

Secondo il Financial Times, le aziende di private equity hanno raccolto 1,5 trilioni di dollari di “polvere secca” (dry powder, cioè capitali non ancora investiti) per le acquisizioni, mentre i fondi obbligazionari statunitensi, in gravi difficoltà, contano di raccogliere più di 67 miliardi di dollari, uno sforzo di raccolta che batterebbe il precedente record di 44 miliardi di dollari del 2008. Questo denaro sarà usato per andare a caccia di occasioni in vari settori dell’economia. Le aziende di Pe sono pronte ad approfittare della crisi come hanno fatto dopo il tracollo finanziario del 2008.

Il sistema è di fatto governato da creditori, investitori e speculatori che operano in mercati dei capitali privati e globalizzati

E con il nostro tacito sostegno al sistema della globalizzazione finanziaria, noi cittadini le stiamo di fatto autorizzando.

Mentre Elon Musk si preparava a lanciare la sua astronave, l’economia statunitense era in caduta libera e il paese era in pieno tumulto politico. Rebecca Spang, storica della rivoluzione francese, ha notato dei parallelismi.

“La paura travolge il paese”, ha scritto. “Molte aziende non ce la fanno. Si accumulano enormi fortune. I consumatori in preda al panico fanno incetta di carta, cibo e armi. La reazione del governo è incoerente e inefficace. Il commercio al dettaglio si blocca; gli investitori non riescono a trovare beni sicuri su cui investire. Le divisioni politiche si acuiscono. Tutto si sta sfaldando. Era vero per la Francia rivoluzionaria nel 1789-90 ed è vero per gli Stati Uniti di oggi”. Gli eventi trasformano le strutture, continua Spang, e quando questo succede è perché gli eventi rivelano che le strutture attuali “sono già inadeguate e le istituzioni illegittime”.

Il sistema internazionale della finanza e del commercio, con la sua struttura opaca e apparentemente inafferrabile, è forse l’istituzione più illegittima tra tutte quelle che governano la vita dei cittadini del pianeta. Quando il presidente Kennedy chiese agli statunitensi di sostenere il progetto moonshot, l’industria spaziale degli Stati Uniti era sotto il controllo pubblico. Oggi è stata privatizzata.

Nel 1961 l’architettura finanziaria internazionale era un sistema di fatto controllato dall’autorità pubblica, non dall’autorità privata di Wall street o della City di Londra. Oggi la situazione si è capovolta. Il sistema è di fatto governato da creditori, investitori e speculatori che operano in mercati dei capitali privati e globalizzati.

Sono i creditori privati a decidere come viene allocato il credito, quali sono i livelli adeguati di debito privato e quali sono i tassi di interesse da applicare ai debiti. E siccome il credito è più redditizio quando è allocato in attività rischiose, speculative e orientate alla rendita (e meno redditizio quando è impiegato in settori produttivi e sostenibili) i creditori realizzano enormi plusvalenze, ma espongono sia le imprese sia l’economia in generale al rischio di fallimento.

Di qui la crescita del debito privato oltre la capacità delle singole imprese di rimborsare i debiti – e dell’economia in generale. Secondo il Global stability report dell’Fmi dell’ottobre 2019, la vulnerabilità degli istituti finanziari non bancari è “elevata” nell’80 per cento delle economie con settori finanziari di rilevanza sistemica. È una quota simile a quella riscontrata durante il picco della crisi finanziaria globale.

Duplice effetto negativo
Per capire come i mercati privati dei capitali “governano” il sistema internazionale, basti pensare a questo: gli investitori e gli speculatori privati determinano di fatto i tassi di cambio delle valute. Il sistema internazionale garantisce agli speculatori il potere di spostare capitali da un paese all’altro quasi senza preavviso e per capriccio. L’effetto negativo è duplice: da una parte si gonfia il valore di una moneta (quando ci sono afflussi massicci di denaro); dall’altra si rischiano conseguenze catastrofiche quando il denaro defluisce e la valuta precipita.

Una valuta più debole fa aumentare il costo delle importazioni di prima necessità, come il petrolio e i prodotti farmaceutici. All’inizio della crisi del coronavirus questa è stata la sorte dei cosiddetti mercati emergenti come il Sudafrica, l’Argentina e la Turchia. Secondo l’Istituto della finanza internazionale, gli investitori stranieri hanno ritirato 83 miliardi di dollari dai mercati azionari e obbligazionari delle 30 maggiori economie emergenti – “deflussi che fanno impallidire quelli della crisi finanziaria del 2008-09”.

E sono sempre di più gli investitori e gli speculatori privati a prendere possesso e a ricavare rendite parassitarie da attività finanziate dai contribuenti come strutture aerospaziali, case di cura, ferrovie, servizi sanitari e carceri, per non parlare dei settori dell’energia, dell’elettricità e dell’acqua.

Infine, i sistemi monetari dei paesi evoluti, sostenuti dai contribuenti, sono sempre più distorti per favorire gli interessi del capitale privato e globalizzato, anziché quelli della società. La Federal reserve americana e altre banche centrali stanno offrendo una rete di sicurezza a una classe internazionale di rentier, tra cui le aziende di private equity che “sfruttano la segretezza per derubare gli investitori e i contribuenti”. Secondo Trevor Jackson, l’intervento senza precedenti della Fed a marzo è servito a “inondare i mercati finanziari di liquidità il più rapidamente possibile, in modo che le banche potessero continuare a concedere prestiti, gli investitori potessero continuare a comprare azioni e le istituzioni potessero continuare a pagare i debiti”. Anziché sgonfiare la bolla del debito globale, la Federal reserve sta tenendo a galla il debito e chi lo ha contratto.

È anche per questo che, nonostante il suo straordinario potere, la Fed non è riuscita a gestire un’economia globale profondamente instabile. Anzi, potrebbe aver contribuito al suo fallimento. Come spiega l’Fmi nel Global financial stability report 2020, la Fed si è voltata dall’altra parte quando i mercati privati del credito si sono gonfiati dopo la crisi finanziaria globale del 2007-09, arrivando a toccare i nove trilioni di dollari a livello globale. Nel frattempo, la debolezza dei vincoli regolatori delle banche centrali ha abbassato l’affidabilità creditizia dei debitori e reso meno stringenti i requisiti di sottoscrizione e di tutela degli investitori. Questi mercati del credito rischiosi, caratterizzati da titoli ad alto rendimento (junk bond o titoli spazzatura), prestiti a leva e debito privato, sono finiti di nuovo sotto pressione durante la primavera 2020, nonostante la massiccia iniezione di liquidità della Fed.

Quindi, nell’interesse dei creditori internazionali, la Federal Reserve e altre banche centrali, che sono pagate dai contribuenti, stanno tenendo a galla aziende fortemente indebitate mentre l’economia reale dà tutti i segnali di una spirale deflazionistica. E chi beneficia di una spirale deflazionistica? Avete indovinato: la classe dei rentier. Quando i prezzi e i salari diminuiscono, il valore del debito aumenta, e così il costo del servizio del debito.

Che cosa bisogna fare?
La risposta più semplice a questa domanda è che i mercati privati dei capitali devono tornare a svolgere il ruolo subordinato di servitori delle economie, anziché quello dei padroni.

Il primo compito dei governi è gestire (non controllare) la mobilità dei flussi di capitali tra i diversi paesi. Solo in questo modo possono assicurarsi che i miliardari come Richard Branson paghino le tasse.

Il secondo compito dei governi e delle banche centrali è gestire l’erogazione del credito. I sistemi monetari basati sul credito sono un grande progresso della civiltà, che ha permesso alle società di svolgere transazioni e di mettere a frutto l’unicità delle capacità umane. Come i servizi igienico-sanitari o l’acqua, i sistemi monetari sono un grande bene pubblico.

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Quello di erogare credito è un potere straordinario e che non richiede grandi sforzi. La classe dei rentier se n’è impossessata per gli interessi egoistici dell’1 per cento.

Quanto al resto, l’Fmi ha già le risposte: da una parte, serve un rigoroso monitoraggio della valutazione del rischio del credito bancario e delle pratiche di credito; dall’altra, è necessario favorire la divulgazione delle informazioni e la trasparenza dei mercati finanziari non bancari per consentire una valutazione più completa dei rischi.

In un’economia in cui il debito complessivo delle imprese è ritenuto sistemicamente elevato, oltre agli strumenti prudenziali specifici del settore bancario, la politica può prendere in considerazione lo sviluppo di strumenti analoghi per le imprese ad alta leva finanziaria. Ridurre la distorsione fiscale che favorisce il debito rispetto al finanziamento azionario contribuirebbe anche a ridurre gli incentivi verso l’indebitamento eccessivo.

Non c’è nulla di fantascientifico o rivoluzionario. Certo, bisognerà fare i conti con la resistenza dei rentier.

Ma non dobbiamo mai dimenticare la lezione della rivoluzione francese: i rentier hanno bisogno dello stato più di quanto lo stato abbia bisogno di loro.

(Traduzione di Fabrizio Saulini)

Questo articolo è uscito su openDemocracy.