La folle corsa verso le università statunitensi

03 novembre 2014 15:44

Le nostre università continuano a sonnecchiare ai medi livelli delle classifiche internazionali (la prima è Bologna, al 182° posto). Intanto, nel mondo la competizione tra gli studenti per aggiudicarsi le opportunità accademiche migliori si fa sempre più accesa, perfino a costo di barare. In Cina e in Corea del Sud, per esempio, gli studenti le provano tutte per far bene il Sat, l’esame i cui punteggi sono cruciali per l’ingresso nelle università statunitensi.

Per dire: ad Harvard, l’università più ambita, si entra con un punteggio Sat di 2.225 su 2.400, il che vuol dire appartenere all’1 per cento degli studenti migliori.

Ormai, specie sulla costa occidentale, le università statunitensi arrivano a ospitare anche il 30–40 per cento di studenti asiatici, attratti da uno stile d’insegnamento meno rigido di quello che trovano in patria e dalla possibile interdisciplinarità: per esempio, negli Stati Uniti chi studia ingegneria come corso “maggiore” può anche seguire corsi “minori” di letteratura, o di economia.

Ma come funziona l’intera faccenda? Visto dall’Italia il processo per entrare in un’università statunitense può apparire indecifrabile. Si tratta di una procedura oggettivamente ingarbugliata. Ogni studente può fare domanda d’ingresso presso diverse università. Deve fornire i risultati del Sat reasoning test (l’equivalente statunitense dell’esame di maturità, che si svolge solo per iscritto, su questionari che testano abilità linguistiche e matematiche a cui si aggiunge un saggio di scrittura. Qui il sito ufficiale).

Poi servono i Sat subject test (opzionali ma consigliati, e su materie specifiche: matematica, biologia, storia, perfino latino), la media dei voti scolastici, lettere di raccomandazione degli insegnanti, credenziali sportive. Bisogna anche scrivere uno o più componimenti (essay).

Tutto va spedito, e senza errori, attraverso un efficientissimo sito che permette di accedere pressoché all’intera offerta accademica statunitense (un’idea da copiare anche da noi).

Le università valutano le candidature (application), sia quelle anticipate (early action) che vanno presentate entro il 1 novembre, sia quelle regolari (regular decision) che hanno scadenze variabili ma di norma vanno inviate non oltre la prima quindicina di febbraio. Le risposte arrivano verso aprile.

Gli studenti migliori hanno molte ottime opportunità tra cui scegliere, i peggiori ne hanno poche e scarse. L’arrivo della lettera che, da Harvard o dal Mit, dice “caro amico, ce l’hai fatta” o “caro amico, sorry ma non c’è trippa per gatti”, è un topos della letteratura americana di formazione.

Le università statunitensi sono costose, ma un 40 per cento degli studenti riesce ad accedere a borse di studio. Le migliori accolgono poco meno o poco più del 10 per cento degli studenti che fanno domanda: i ragazzi ambiziosi affrontano una competizione davvero dura.

Attorno all’ammissione universitaria è fiorita anche una costosissima industria di consulenza e assistenza: c’è perfino chi, per la modica somma di 14mila dollari più spese di viaggio, ti manda a casa un angelo custode, pronto a guidarti nella compilazione delle domande.

Un paio di mesi fa ho fatto un giro che mi ha portato a visitare quindici diverse università sparse per gli Stati Uniti. Sono andata da Detroit a Chicago, a Los Angeles e San Francisco, a Durham (North Carolina), a Charlottesville (Virginia), a Washington, Filadelfia, Boston. È stato faticoso e interessante.

Ho visto complessi di dimensioni e reputazione grandi come l’università della California di Berkeley (36mila studenti) e minuscoli liberal arts college d’eccellenza come il Pomona college (1.607 studenti) o lo Swarthmore college (1.545 studenti). Le differenze, da una costa all’altra e da una dimensione all’altra, sono ovviamente molte, ma i punti in comune sono più di quanto mi sarei aspettata.

Per esempio, il protocollo delle visite all’università è ampiamente standardizzato: gli studenti e le loro famiglie sono intruppati in un’ora di presentazione, quasi sempre costituita da un filmato o un powerpoint più un discorso e un tempo per le domande. Il mantra condiviso è “facciamo una valutazione olistica”, nel senso che sono prese in considerazione anche le attività sportive svolte e l’impegno sociale nella comunità di appartenenza dei candidati. Vero, ma fino a un certo punto: i risultati del Sat restano la prima discriminante, eccome. Il resto serve per un’ulteriore scrematura.

La truppa viene poi divisa in gruppetti per il giro del campus e affidata a studenti dell’ultimo anno che, parlando ininterrottamente e camminando all’indietro per un’ora intera (una prestazione sbalorditiva) danno dettagli su edifici e logistiche.

È divertente vedere le famiglie che si presentano quasi tutte vestite alla stessa maniera: c’è la famiglia elegante, quella tutta in calzoncini e ciabatte da spiaggia, quella in jeans, come a rimarcare l’appartenenza del figlio che sta per andarsene di casa. Gli studenti orientali, invece, si spostano in pullman in grossi gruppi quasi esclusivamente maschili, chiassosi e griffati. Organizzare giri del campus dedicati a loro è un altro affare redditizio.

Nei campus: gli alloggi per gli studenti sono più che spartani. Gli spazi esterni sono verdi, amplissimi, curati anche nelle strutture pubbliche, meravigliosi in quelle private. Opulente le biblioteche. Tre cose che appaiono strane a uno sguardo italiano: alla Northwestern, l’esplicito divieto di introdurre armi, in aperta polemica con il secondo emendamento. Molte colonnine antistupro disposte nei punti strategici di quasi tutte le università più grandi. E niente graffiti, mai, da nessuna parte.

Altro dettaglio curioso: per quanto ho visto, di norma e a parte i più recenti, molti edifici delle università del centronord rimandano all’architettura anglosassone, e sembra proprio di essere a Oxford (però a Oxford in Inghilterra c’è il bridge of Sights, una copia del ponte dei Sospiri). Lo Swarthmore college si pavoneggia con una torre (Clothier call) che copia i campanili di Notre-Dame.

Invece le università californiane evocano l’Italia e il Mediterraneo, in una festa di piazze, fontane, scaloni neoclassici, portici, logge, colonne e cipressi. All’università della California di Los Angeles (Ucla) c’è perfino una copia della basilica di sant’Ambrogio, grande il doppio dell’edificio milanese (è la Royce hall): ci hanno girato, in un bel collasso storico-geografico, alcune scene del film Angeli e demoni. Viene quasi voglia di tornarsene in Europa a vedere gli originali.

Ma serve davvero darsi da fare e competere con i cinesi per entrare in un’università statunitense d’eccellenza? La risposta è “sì, però”. “Sì” perché, almeno in teoria, gli studenti escono con una buona preparazione, con una altrettanto buona (e ugualmente importante) serie di relazioni, con reali prospettive di carriera internazionale. E avendo avuto l’opportunità di cimentarsi in ambiti diversi.

Il “però” riguarda la componente umana. Anche se ogni tanto se ne dimentica, ciascuno studente resta il vero protagonista della propria formazione: mentre uno studente in gamba può trarre il massimo perfino da un contesto non eccelso, uno studente poco motivato, tendente a procrastinare o troppo impaziente, guadagna poco anche dall’educazione migliore.

Resta anche il dubbio che i college più esigenti formino, per dirla con William Deresiewicz, “pecore eccellenti”. Difficile affrontare la pressione sulle prestazioni, che è alta. Difficile mantenere uno spirito indipendente e creativo in un sistema così competitivo da apparire isterico. Difficile resistere all’alternanza tra grandiosità e depressione. Difficile, infine, gestire anche i piccoli fallimenti. E ancor più difficile riuscirci conservando una prospettiva realistica e positiva di sé e del proprio futuro. Questa, dopotutto, qualunque scelta si faccia, è la cosa che conta davvero.

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