(H. Armstrong Roberts, ClassicStock/Getty Images)

Una storia di altri tempi, oppure no

(H. Armstrong Roberts, ClassicStock/Getty Images)
18 marzo 2019 16:20

Quello che segue non è un articolo, ma un racconto tratto da un documento storico. È il mio contributo a una raccolta intitolata Mariti: un variegato, divertente, drammatico, confortante o disperante inventario di variazioni sul tema. Le 26 autrici devolvono tutto il ricavato a un centro a Varanasi, in India, che offrendo istruzione e sostegno contrasta lo spaventoso fenomeno delle spose bambine. Dai, leggete.

Il dilemma del signor D.

La mente del signor D. osserva, dettaglia, analizza, cataloga, deduce, comprende. È solerte e accurata: una risorsa preziosa. Il signor D. ne va fiero dal tempo in cui, bambino, raccoglieva foglie, rocce e insetti, ordinandoli in meticolose collezioni.

Esaminare i dati, verificare le ipotesi, trarre corrette conclusioni è un processo tanto faticoso quanto rassicurante. Di più: confortante. Placa l’ansia mettendo ordine nel caos del mondo.

Che soddisfazione. Che senso di onnipotenza. Che gran gusto.

Eppure oggi il signor D. deve vedersela con un interrogativo del tutto inedito, e dunque non facile da affrontare.

Un dilemma che disordina la familiare e confortevole geometria dei suoi pensieri. Un quesito cruciale.

Afferra lapis e taccuino.

Questo è il problema

è il titolo che scrive il signor D. a cavallo di due pagine bianche, disegnandoci attorno un cerchio. A sinistra aggiunge il sottotitolo Sposarsi, a destra, Non sposarsi.

Bene: non si può affermare che adesso la questione non sia chiara.

E non c’è dubbio che le alternative vadano esaminate in ogni dettaglio. Dissezionate, direbbe, se il termine stesso non gli facesse ribrezzo dal tempo lontano dei suoi infelici – e abbandonati – tentativi di studiare medicina.

Così, sulla pagina di sinistra, il signor D. annota rapido alcuni notevoli aspetti positivi.

Figli, a Dio piacendo – Costante compagnia, (& invecchiando amicizia) e accudimento – qualcosa da amare & con cui giocare – meglio di un cane comunque.

Se ne resta con il lapis in mano. Può essere che l’ultima affermazione sia un po’ forte, ma suvvia, si è imposto di essere onesto: ciò che ha scritto è esattamente quanto ha pensato, né più né meno.

E per certo nessuno mai leggerà quegli appunti. Può dialogare con se stesso in totale libertà. Dunque, prosegue.

Una casa, e qualcuno che se ne prende cura – Il piacere della musica e delle chiacchiere femminili – Tutte cose che fanno bene alla salute – ma sono anche una spaventosa perdita di tempo.

Ora la mente del signor D., e con lei la mano che governa il lapis, vola a destra sulla pagina Non sposarsi.

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Niente figli, scrive. Il che vuol dire niente prospettiva sul futuro, e una vecchiaia di solitudine perché – pensa il signor D. – è inutile nasconderselo: quando sei vecchio di te si occupano solo i parenti.

Ma resta la questione della spaventosa perdita di tempo.

Le parole “perdita” e “tempo” risuonano nelle mente del signor D. lugubri come un rintocco funebre, la mano torna alla pagina di sinistra e le sottolinea: quello sì che è un dato rilevante, incontrovertibile e definitivo.

Così ora, a destra, sulla pagina Non sposarsi, la mente e la mano tratteggiano un altro scenario, più avventuroso e indipendente.

Libertà di andarsene dove si vuole, annota frenetico il signor D., articolando con preoccupante facilità il resto del pensiero. Libertà di socializzare come si vuole – cioè poco. E di conversare con uomini intelligenti (suvvia, nessuna moglie sarà mai all’altezza).

Nessun bisogno di visitare parenti o di occuparsi di sciocchezze. Senza parlare del fatto che i figli costano, e si ammalano, e ti riempiono d’ansia. E rieccoci: perdita di tempo. E addio letture serali. Ma non è finita.

Grasso, pigrizia, ansia e responsabilità. E meno soldi per comprare libri eccetera. Che orribili prospettive. E se i figli fossero tanti, ci sarebbe da lavorare sodo per mantenerli. Una cosa che alla salute bene non fa, e lui è così cagionevole.

Ma c’è di peggio: una moglie che non vuole restarsene in città. Una condanna all’esilio e all’avvilimento di diventare sciocco, indolente e ozioso.

Tuttavia.

Tuttavia, considera equanime il signor D., mio Dio, è intollerabile pensare di spendere tutta la propria vita come un’ape operaia, lavorando e lavorando e basta. No, no, non lo farò. Figurarsi cosa vuol dire vivere da soli ogni singolo giorno in una lurida casa fumosa.

Che squallore. Meglio immaginare per sé qualcos’altro, come…

… come una moglie bella e dolce su un divano, con un buon fuoco acceso, e libri, e magari musica.

Sposarsi – Sposarsi – Sposarsi

conclude il signor D.

E per sancire la correttezza della conclusione aggiunge, in baldanzose lettere maiuscole: Q. E. D., Quod Erat Demostrandum.

Ma, risolto un dilemma, ecco che l’inquieta mente del signor D. ne propone un altro. Il quale si conquista un’ulteriore pagina del taccuino, e il titolo:

Dimostrato che è necessario sposarsi, quando farlo? Presto o tardi?

Certo, medita il signor D.: da giovani si ha un carattere più flessibile coi figli. I sentimenti sono più vivi e, stabilito che sposarsi dà gioia, perché mai perderne una parte rimandando?

Dopotutto lui ha già ventinove anni. Il tempo stringe.

Ma se mi sposassi domani, annota subito, frenetico, ci sarebbe un’infinità di guai e spese. E chiamate la mattina presto, e difficoltà, e rieccoci: perdita di tempo (a meno di non trovarmi un angelo di moglie, che mi lascia lavorare). – E come potrei mai gestire tutte le mie faccende se fossi obbligato a passeggiare ogni giorno con mia moglie?

Il cuore accelera, la testa gli gira e il fiato gli manca.

Basta la rinnovata prospettiva di perdere tempo e affrontare una buona dose di seccature perché la mente del signor D. precipiti concitata in una voragine ansiosa, avviandosi a considerare il fatto macroscopico che fino a ora ha trascurato: ogni decisione presa esclude – in questo caso, per sempre e irreparabilmente – ogni altra opzione alternativa.

Ehi, scrive dunque il signor D., non potrei mai imparare il francese – o vedere il Continente – o andarmene in America, o salire su un pallone, o filarmela tutto solo nel Galles. Un povero schiavo.

Anzi, peggio che uno schiavo: orribilmente povero, a meno di non trovare una moglie non solo angelica, ma anche ricca.

Che infinita sequenza di dilemmi, ciascuno dei quali delinea prospettive insieme liete e nefaste, pensa il signor D. Dovrebbe forse risolvere la questione, e placare infine la mente, riconsiderando l’ipotesi di farsi prete, come avrebbe voluto suo padre?

Si allenta il colletto. Vertigine. Respirare.

D’altra parte.

D’altra parte può la prospettiva di imparare il francese, e perfino quella di un viaggio in America (senza contare il fatto che ha già viaggiato, e parecchio) compensare l’assenza dei figli e delle chiacchierate, di una moglie dolce (se ricca, meglio ancora) e di una casa accogliente?

Non può, afferma esausta la mente del signor D.

E la sua mano, obbediente e rapida, senza esitare si accosta al taccuino.

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Annota: non importa, ragazzo mio. Su col morale. Uno non può vivere questa vita solitaria, avviandosi a una vecchiaia gelida, stordita, senza figli né persone amiche.

Già: uno non può starsene solo guardando allo specchio la propria faccia che già comincia a riempirsi di rughe.

Non importa, dice limpida e cristallina la mente – e sembra proprio che nel cervello del signor D. si levi una voce altrettanto limpida, mentre la mano scrive veloce.

Non importa. Fidati del caso – e tieni gli occhi bene aperti. Ci sono molti schiavi felici.

Il 29 gennaio 1839 Charles Darwin sposa Emma Wedgwood, sua prima cugina e amica d’infanzia: una donna istruita, paziente e devota, proveniente da una ricca famiglia di imprenditori e filantropi.

Avranno dieci figli, sette dei quali sopravvissuti, tre dei quali – George l’astronomo, Francis il botanico e Horace l’ingegnere – insigni tanto da essere accolti nella Royal Society.

In conclusione

I taccuini di Charles Darwin sono conservati nella sezione Manoscritti della Cambridge University Library. Qui vedete la pagina originale del Memorandum on marriage.

Questa storia dà conto dell’intero testo. Le parti in corsivo ne traducono letteralmente alcune sezioni. Le parti in tondo lo interpretano in modo fedele, integrando qualche fatto biografico e cercando altresì di ricostruire la dinamica del pensiero dell’autore, in un periodo storico in cui alle donne era riconosciuto un ruolo puramente ancillare. E in cui anche gli uomini più acuti, civili e anticonformisti avevano, dell’universo femminile, idee così limitate e arcaiche da apparire oggi del tutto inconcepibili.

O, forse, no.

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Giovanni De Mauro
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