05 ottobre 2016 09:45

È l’ultima delle purghe di Recep Tayyip Erdoğan. Il 3 ottobre circa tremila agenti di polizia sono stati sospesi dal presidente turco; dopo il tentato colpo di stato dello scorso luglio 32mila persone sono già state arrestate e altre 70mila sono state messe sotto inchiesta.

Esercito, magistratura, insegnanti e mezzi d’informazione, tutti i settori della società sono stati coinvolti. Le autorità stanno chiudendo i giornali, le emittenti radiofoniche e i canali televisivi che non le soddisfano.

Ufficialmente questa repressione ha come obiettivo quello di smantellare le reti segrete dell’organizzazione di Fethullah Gülen, predicatore conservatore e non violento emigrato negli Stati Uniti, che sarebbe il promotore del tentativo di colpo di stato. Erdoğan sostiene che la Turchia si sta difendendo da una confraternita golpista, però gli obiettivi della repressione non sono solo i gülenisti, ma tutti gli spiriti liberi del paese e i curdi. Giorno dopo giorno, la Turchia scivola verso la dittatura di un uomo, il suo presidente, che vuole mettere a tacere tutte le critiche.

Cresce il malcontento
Ci sono due spiegazioni per questa deriva. La prima è che dopo oltre un decennio di crescita record, di modernizzazione e miglioramento del tenore di vita, l’economia sta arrancando. Non siamo ancora arrivati a una situazione catastrofica, ma il tempo delle vacche grasse è finito. Il malcontento sociale cresce e si è tradotto, all’inizio dell’estate del 2015, in una caduta di popolarità del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp), il partito islamico e conservatore del capo dello stato, che ha perso la sua maggioranza assoluta.

Autoritario per non dire megalomane, Erdoğan non accetta l’idea di poter perdere presto il potere. Per questo ha alimentato il conflitto militare con gli indipendentisti curdi nel tentativo di suscitare un riflesso nazionalista nel paese, temendo che l’ascesa di un Kurdistan indipendente in Siria risvegli l’irredentismo dei curdi di Turchia.

Gli Stati Uniti avrebbero i mezzi per fermare Erdoğan ma non vogliono alimentare la crisi regionale

Erdoğan ha destabilizzato il suo paese per mantenerne il controllo, al punto tale da ritrovarsi in pericolo e non trovare altra soluzione se non la repressione totale a cui si è abbandonato, perfettamente consapevole di non dover temere la reazione degli alleati occidentali.

Gli Stati Uniti avrebbero tutti i mezzi per fermare Erdoğan, perché la Turchia fa parte della Nato e il suo esercito dipende dalle forniture statunitensi. Eppure si accontentano di fare qualche timido appunto perché non vogliono alimentare la confusione regionale nel pieno della crisi siriana. Gli europei avrebbero tutti i mezzi per fare pressione su Ankara, perché la Turchia sta negoziando l’ingresso nell’Unione, ma tacciono perché temono che Erdoğan spinga verso le loro coste i due milioni e mezzo di profughi siriani a cui ha offerto asilo. Per questo il presidente turco ha le mani libere e le prigioni del paese sono sempre più affollate.

(Traduzione di Andrea Sparacino)