Il presidente iraniano Hassan Rohani (al centro) visita una miniera ad Azadshahr, nel nord del paese, il 7 maggio 2017.

I conservatori iraniani hanno paura delle elezioni 

Il presidente iraniano Hassan Rohani (al centro) visita una miniera ad Azadshahr, nel nord del paese, il 7 maggio 2017.
09 maggio 2017 10:37

Dopo la Francia, l’Iran. Il 19 maggio, tra dieci giorni esatti, gli iraniani saranno chiamati alle urne per un’elezione presidenziale la cui importanza è enorme tanto per la Repubblica islamica che per il Medio Oriente e il mondo intero.

Tutto lascia pensare che il presidente uscente Hassan Rohani sia il favorito.

Trionfalmente eletto nel 2013 dopo aver promesso agli elettori che avrebbe raggiunto un accordo con le grandi potenze sul programma nucleare iraniano ottenendo la cancellazione delle sanzioni economiche che asfissiavano il suo paese, quest’uomo pragmatico ha mantenuto la parola.

L’accordo è stato raggiunto. Gran parte delle sanzioni è stata cancellata. La missione è stata compiuta, ma dall’apertura della campagna elettorale, tre settimane fa, Rohani si scontra con un violento tiro al bersaglio ingaggiato dalle correnti più conservatrici del regime.

Lo strapotere clericale
Le accuse sono le più disparate. Rohani avrebbe messo in pericolo la sicurezza nazionale facendo troppe concessioni alle grandi potenze. Non sarebbe stato capace di risanare l’economia perché non ha creato abbastanza posti di lavoro e non ha arginato la disoccupazione che resta molto alta. I mezzi d’informazione lo stanno massacrando. I suoi avversari conservatori lo prendono di mira nei dibattiti televisivi e, fatto estremamente inquietante per lui, la guida suprema Ali Khamenei non perde occasione per criticarlo su tutto.

La mobilitazione dei conservatori nasconde un segreto di Pulcinella: Khamenei è malato

La guida è il capo di stato di un apparato clericale le cui istituzioni hanno la precedenza sulle istituzioni repubblicane democraticamente elette, la presidenza e il parlamento. Controlla le forze armate, la polizia, la giustizia, i mezzi d’informazione e i guardiani della rivoluzione, l’esercito del regime, uno stato nello stato. Contro la guida nessuno può niente, e senza l’appoggio di Khamenei non si può fare molto e soprattutto non si può essere sicuri che queste elezioni non saranno truccate, come è accaduto spesso nella storia di questa teocrazia.

La mobilitazione dei conservatori e della guida nasconde un segreto di Pulcinella: Khamenei è gravemente malato. Il problema della sua sostituzione potrebbe porsi durante i quattro anni del prossimo mandato presidenziale, e la costituzione conferisce al presidente della repubblica un ruolo fondamentale nel processo di successione. I conservatori e la guida non vogliono che Rohani sia ai comandi dello stato in un momento così decisivo.

Vogliono farlo fuori, tanto più che, se gli elettori dovessero concedergli un secondo mandato, Rohani continuerebbe ad aprire le porte dell’Iran agli investitori stranieri e a reintegrare l’economia nazionale in quella mondiale, legando il paese al resto del mondo e finendo per emarginare i conservatori. Per questo i conservatori difendono l’ortodossia di questo regime e la sua stessa sopravvivenza. Ma se il presidente uscente fosse messo fuori gioco si tornerebbe alle tensioni nella regione e a un più veloce riavvicinamento tra Iran e Russia.

È una grande battaglia, così violenta che Rohani l’8 maggio ha accusato i conservatori di aver messo in atto “esecuzioni capitali e incarcerazioni per 38 anni”, ovvero dalla nascita della teocrazia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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