Teheran, Iran, 4 giugno 2017. (Reuters/Contrasto)

Sauditi e iraniani si scambiano accuse e alimentano le tensioni 

Teheran, Iran, 4 giugno 2017. (Reuters/Contrasto)
05 giugno 2017 11:24

L’Iran è tornato a cavalcare l’onda. In seguito all’attentato che il 3 giugno ha colpito nuovamente il Regno Unito, il ministro iraniano degli esteri ha invitato i paesi occidentali a “colpire le radici del terrorismo, chiare a tutti”.

In questo modo il ministro ha puntato l’indice contro l’Arabia Saudita e le altre monarchie sunnite del golfo, avversari regionali dell’Iran sciita con cui Donald Trump ha appena concluso nuovi e proficui contratti per la vendita di armamenti.

Quest’accusa è tanto più rilevante se teniamo conto che arriva nel momento in cui il leader del Partito laburista britannico Jeremy Corbyn ha espresso lo stesso concetto in modo ancora più esplicito. “Dovremo intavolare difficili discussioni con l’Arabia Saudita e gli altri stati del golfo che hanno finanziato e alimentato l’ideologia estremista”, ha dichiarato il 4 giugno l’uomo che sembra in grado di indebolire i conservatori (se non batterli) alle elezioni dell’8 giugno.

Arabia Saudita in testa, gli stati sunniti sono sotto accusa, ma sono davvero colpevoli di complicità, anche indiretta, con il terrorismo?

Una corrente reazionaria
Lo sono senza dubbio, perché lo stato saudita è fondato su un’alleanza tra la famiglia reale e un islam integralista e reazionario, il wahhabismo, nato nel diciottesimo secolo e promotore di uno stile di vita identico a quello dei tempi del profeta. È in virtù di questa alleanza che in Arabia Saudita la dinastia è ancora sul trono, che le donne non possono guidare né uscire da sole e che decine di migliaia di moschee finanziate da Riyadh diffondono in tutto il mondo una lettura del Corano particolarmente oscurantista e pericolosa.

La verità è che la schiacciante maggioranza dei jihadisti di oggi è sunnita e influenzata dal wahhabismo. Un veleno si diffonde dall’Arabia Saudita. Il wahhabismo è il più evidente freno all’evoluzione dell’islam. Il problema è assolutamente reale, ma questo non significa che le monarchie sunnite siano la fonte del jihadismo, perché i jihadisti – il gruppo Stato islamico (Is) oggi, Al Qaeda ieri – sono avversari della monarchia saudita, a cui rimproverano la corruzione e l’alleanza con gli Stati Uniti.

I sauditi non finanziano l’Is ma lo combattono, perché ne hanno paura

Tra i terroristi e Riyadh ci sono state convergenze durante la crisi siriana, perché l’Is è un’organizzazione sunnita che si oppone, come l’Arabia Saudita, all’espansione dell’influenza iraniana e dunque sciita in Medio Oriente, ma la situazione è ormai cambiata. I sauditi non finanziano l’Is ma lo combattono, perché ne hanno paura.

Quanto allo sciismo, a prescindere dal velo, è infinitamente meglio essere una donna a Teheran che a Riyadh. Lo sciismo è molto più aperto, moderno e meno integralista del sunnismo (soprattutto del wahhabismo). Ma resta il fatto che nella lotta d’influenza tra la potenza iraniana e quella saudita oggi è l’Iran a destabilizzare maggiormente il Medio Oriente, promuovendo non il terrorismo ma guerre classiche, non meno sanguinarie.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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