Combattenti curdi siriani delle Unità di protezione del popolo (Ypg) guardano passare un drone lanciato dai jihadisti del gruppo Stato islamico a Raqqa, in Siria, il 16 giugno 2017.

In Siria gli Stati Uniti giocano la carta curda

Combattenti curdi siriani delle Unità di protezione del popolo (Ypg) guardano passare un drone lanciato dai jihadisti del gruppo Stato islamico a Raqqa, in Siria, il 16 giugno 2017.
17 gennaio 2018 11:37

Il nord della Siria confina con la Turchia. Sui due lati di questa frontiera vivono i curdi, e le truppe dei curdi siriani costituiscono la gran parte delle Forze democratiche siriane (Fds), che hanno cacciato il gruppo stato islamico (Is) dalla città di Raqqa con l’appoggio aereo della coalizione araba e occidentale guidata dagli Stati Uniti.

Dopo aver sconfitto l’Is, le Fds controllano quasi un terzo del territorio siriano, l’area settentrionale che comprende il confine con la Turchia. Ora Washington vorrebbe farne lo zoccolo duro di una “forza di frontiera” permanente composta da 30mila uomini a cui sarebbe affidato anche il controllo di un’importante area di confine con l’Iraq, a est.

L’obiettivo degli americani è perfettamente chiaro. Vogliono impedire al regime di Damasco di riassumere il controllo della totalità del territorio siriano per evitare che una vittoria completa di Bashar al Assad regali un trionfo politico alla Russia e soprattutto permetta all’Iran di confermare la sua avanzata nel cuore del mondo arabo.

Il ruolo dei curdi
Per Washington si tratta di contenere la Russia e l’Iran e di rassicurare gli alleati israeliani, sauditi e più in generale sunniti, che hanno tutte le ragioni per temere un’affermazione iraniana in Medio Oriente.

Mosca, Teheran e Damasco protestano all’unisono contro quella che considerano come una missione americana per dividere la Siria. Le loro dichiarazioni sono infuocate, ma gli Stati Uniti possono stare sereni perché hanno appena duemila uomini sul campo e sono invece i curdi a gestire le manovre.

I curdi, dal canto loro, giurano di non aver alcuna intenzione di marciare verso l’indipendenza di un Kurdistan siriano, ma non siamo obbligati a crederlo e soprattutto nessuno lo crede dall’altra parte della frontiera con la Turchia.

Il 15 gennaio il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha denunciato quello che ritiene un tradimento da parte degli americani, di cui è alleato all’interno della Nato. Erdoğan parla della creazione di un nido di terroristi alla frontiera meridionale del suo paese e teme che una autonomia del Kurdistan possa risvegliare l’indipendentismo dei curdi turchi. Dopo che l’impero ottomano si è contratto fino ai confini della Turchia, Ankara ha paura di perdere altri territori.

Per questo l’esercito turco avrebbe ricevuto l’ordine di marciare verso diverse posizioni controllate dalle Forze democratiche siriane. La Turchia ha i mezzi per farlo, ma può davvero pensare di scontrarsi con gli americani dopo aver alzato la voce con la Russia, colpevole di aver aiutato Bashar al Assad? Difficile. Dal canto suo, Mosca sta scoprendo che con le baionette si può fare tutto, tranne sedercisi sopra.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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