Nella regione di Ghouta, vicina a Damasco, Siria, dicembre 2016.

Un’ipotesi per la stabilità in Medio Oriente 

Nella regione di Ghouta, vicina a Damasco, Siria, dicembre 2016.
27 gennaio 2018 13:47

Non è bello da dire, ma non ci sono speranze. Ancora una volta, l’Onu riunisce dal 25 gennaio, stavolta a Vienna, il regime e gli oppositori siriani. Ancora una volta la Russia farà lo stesso, o dovrebbe fare lo stesso, la settimana prossima a Soči. Ma queste riunioni hanno poche possibilità di portare a risultati concreti, perché Bashar al Assad, sostenuto dall’Iran, non intende accettare alcun compromesso politico.

Il macellaio di Damasco continua a perseguire una vittoria totale, e questa ambizione di riassumere il controllo di tutto il territorio siriano si scontra con l’opposizione degli Stati Uniti, che non vorrebbero che la Russia torni in Medio Oriente da vincitrice assoluta e ancora meno che l’Iran consolidi la sua proiezione nelle terre arabe a scapito degli alleati degli americani, sunniti e israeliani.

Il conflitto siriano è in stallo, proprio nel momento in cui raggiunge nuovi vertici di atrocità. Nella regione di Ghouta, vicina a Damasco e ancora controllata dall’opposizione, proseguono i bombardamenti a tappeto dell’aviazione del regime. Da Ghouta non si può uscire. A Ghouta si muore di fame, di assenza di cure e sepolti sotto i palazzi distrutti dal cielo. Parallelamente, i combattimenti non si fermano nemmeno a Idlib, nel nordest, alla frontiera con la Turchia, perché il regime vuole riconquistare anche questa regione che la Russia, l’Iran e la Turchia avevano inizialmente deciso di trasformare in un rifugio per i civili in fuga dalla guerra.

Non solo non vediamo l’ombra di una possibilità di compromesso, ma la Turchia è attualmente ai ferri corti sia con Washington sia con Mosca. Ankara rimprovera ai russi di sostenere l’offensiva contro Idlib che inevitabilmente alimenterà una nuova ondata di profughi sul territorio turco, mentre agli americani rimprovera la scelta di appoggiarsi ai curdi per impedire a Bashar al Assad di riconquistare il nord della Siria, ovvero la regione che confina con l’Anatolia, la terra dei curdi di Turchia.

L’esercito turco è intervenuto in questa regione nonostante le pressioni degli americani. Entrambi membri della Nato, Stati Uniti e Turchia si trovano faccia a faccia in Siria mentre la Russia rischia seriamente di impantanarsi nel conflitto. Non ci sono soluzioni. La situazione appare sempre più grave.

Solo la difficile trattativa per un accordo di pace regionale che potrebbe garantire le frontiere internazionali e forme di autonomie locali nei paesi del Medio Oriente potrebbe stabilizzare la regione e creare un equilibrio tra le sue potenze e le sue religioni.

Bisogna confederare gli stati del Medio Oriente, renderli simili alla Svizzera. L’Europa farebbe bene a proporre una soluzione di questo tipo, nella speranza di poterla, un giorno, realizzare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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