Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan durante una conferenza stampa in cui annuncia di voler anticipare le elezioni al 24 giugno. Ankara, Turchia, il 18 aprile 2018.

Erdoğan traballa e anticipa il voto

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan durante una conferenza stampa in cui annuncia di voler anticipare le elezioni al 24 giugno. Ankara, Turchia, il 18 aprile 2018.
19 aprile 2018 11:32

Tanto valeva non aspettare. La situazione economica, attualmente buona, rischia di compromettersi seriamente. I mercati sono sfiduciati e la moneta turca continua a perdere terreno. La diplomazia di Ankara appare sempre più confusa tra la conferma della sua alleanza con la Russia e l’approvazione degli attacchi occidentali contro l’arsenale chimico di Bashar al Assad. A questo punto Recep Tayyip Erdoğan, presidente che la Turchia non chiama più “il sultano”, ha pensato che fosse meglio anticipare le prossime elezioni e lo ha annunciato il 18 aprile.

Con un anno e mezzo d’anticipo, dunque, il 24 giugno i turchi eleggeranno il nuovo presidente e anche i nuovi deputati con un voto che è in realtà più imprevedibile di quanto sembri.

Erdoğan ha fatto tutto il possibile per avvantaggiarsi. Ha appena riconfermato lo stato d’assedio che dovrebbe restare in vigore durante la campagna elettorale e le elezioni. I mezzi d’informazione hanno la museruola, ridotti all’estrema prudenza dall’arresto dei giornalisti più coraggiosi.

Clima pesante
Anche alcuni parlamentari sono in carcere, 110mila funzionari sono stati licenziati e altri tremila militari lo saranno presto, 78mila persone sono in arresto. A Istanbul come ad Ankara, l’atmosfera è talmente pesante che molti intellettuali hanno scelto di emigrare. Eppure, per quanto la Turchia sia chiusa a doppia mandata, l’anno scorso Erdoğan ha vinto con grandi difficoltà il referendum che ha aumentato i poteri presidenziali a partire dalle elezioni successive.

Il presidente ha perso le grandi città e in lui c’è qualcosa di talmente brutale, veemente e imprevedibile che preoccupa perfino la sua base elettorale tradizionalista e religiosa, che gli è fedele dal 2003. Lo schieramento conservatore si sfalda, ed è per questo che Erdoğan accelera tutto. In pochi in Turchia credono davvero che possa essere battuto, ma molti scommettono su un secondo turno delle presidenziali e un forte calo del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) alle legislative.

Un ballottaggio con la conservatrice europeista Akşener potrebbe offrire una grande sorpresa a tutta la regione

L’economia russa non è in gran forma, i leader iraniani si spaccano tra conservatori e pragmatici e la Turchia non sa cosa fare in Medio Oriente: i tre alleati di Bashar al Assad appaiono insomma molto fragili.

Il fronte è barcollante già adesso, ma immaginiamo (e non è escluso) che Erdoğan non vinca al primo turno e sia costretto ad affrontare al ballottaggio Meral Akşener, ex ministra dell’interno, religiosa ma senza velo, nazionalista e leader del kemalista di destra İyi parti (Buon partito) ma molto europea e abbastanza popolare da poter unire sotto il suo nome diverse correnti dell’opposizione. A quel punto potrebbe arrivare una grande sorpresa capace di stravolgere l’intera regione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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