L’incontro tra Kim Jong-un e Donald Trump sull’isola di Sentosa, a Singapore, il 12 giugno 2018.

La vittoria di Kim Jong-un

L’incontro tra Kim Jong-un e Donald Trump sull’isola di Sentosa, a Singapore, il 12 giugno 2018.
12 giugno 2018 10:13

A questo punto il processo pare avviato. Naturalmente non si potrà fare nulla da un giorno all’altro e non ci sono garanzie, ma Donald Trump e Kim Jong-un, con la loro giovialità esagerata e il rapido coinvolgimento dei rispettivi collaboratori nelle prime conversazioni, hanno fatto partire un negoziato – vero, diretto, difficile e inevitabilmente lungo, ma anche piuttosto promettente – tra la prima potenza mondiale e la Corea del Nord, povera monarchia ereditaria, surreale e formalmente comunista.

A Washington e non solo in molti restano scettici, con argomenti solidi. Come può il regime accettare la denuclearizzazione “completa, verificabile e irreversibile” pretesa dagli Stati Uniti quando i suoi missili e le bombe atomiche costituiscono la sua assicurazione sulla vita?

Il problema è reale, ma è altrettanto vero che la Corea del Sud non vorrebbe mai una riunificazione che implicherebbe enormi difficoltà economiche e politiche per Seoul, la Cina non vedrebbe di buon occhio la nascita di una Corea unita e il Giappone non sarebbe certo felice di veder emergere una nuova potenza regionale.

Il regime nordcoreano, dunque, ha altre carte da giocare oltre alla bomba. Inoltre, ora che ha costruito l’arma atomica, si trova in una buona posizione per negoziare con Donald Trump, che da parte sua ha tutto l’interesse a portare avanti la trattativa.

Donald Trump ha concesso al regime un riconoscimento a cui Pyongyang aspirava da quasi settant’anni

Il re di Twitter potrà infatti sostenere che è stata la sua intransigenza a costringere il regime di Pyongyang ad accettare il compromesso sotto la minaccia dell’annientamento, che è riuscito dove i suoi predecessori avevano fallito e che il mondo gli sarà presto debitore per la denuclearizzazione di un paese i cui missili preoccupano enormemente il Giappone, la Corea del Sud, l’Asia e il mondo intero.

Kim Jong-un, dal canto suo, potrà vantarsi di aver sviluppato il programma nucleare (avviato da suo nonno e fondatore della patria) al punto tale da costringere l’onnipotente presidente degli Stati Uniti a incontrarlo e a trattare con lui, e più a lungo termine a sancire la sopravvivenza del suo regime offrendo garanzie di sicurezza “inedite”.

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Questo è quello che ognuno dei due leader “venderà”: Trump ai suoi elettori e a gran parte del mondo, Kim ai nordcoreani. Ma il vero vincitore non è certo Donald Trump, che ha appena concesso al regime (e di persona) un riconoscimento a cui aspirava da quasi settant’anni.

La vera vittoria è della dinastia Kim, che in realtà non ha mai pensato di utilizzare le armi nucleari contro altri paesi e soprattutto contro gli Stati Uniti, ma voleva solo avere l’opportunità di scambiare la bomba con la sua sopravvivenza economica e con quello che è ormai il suo orizzonte: la via cinese, ovvero il peggio del comunismo e il peggio del capitalismo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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