Un murale a Teheran, Iran, il 14 gennaio 2017. (Atta Kenare, Afp)

Perché il divieto di Trump piace a molti paesi musulmani

Un murale a Teheran, Iran, il 14 gennaio 2017. (Atta Kenare, Afp)
08 febbraio 2017 18:39

Il divieto di entrare negli Stati Uniti per i viaggiatori provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana ha fatto inorridire i democratici di tutto il mondo. Le proteste si sono susseguite negli Stati Uniti e ovunque in occidente. Il provvedimento è stato sospeso su iniziativa di un giudice federale ed è attualmente al centro di una battaglia in tribunale. Ma come hanno reagito i paesi colpiti dal divieto? E perché i principali governi arabi e musulmani tacciono o addirittura applaudono?

Visto dal Medio Oriente, l’ordine esecutivo di Donald Trump è indirizzato in primo luogo all’Iran. Date le tensioni geopolitiche attuali, gli stati arabi – del Golfo come del Mediterraneo – se ne rallegrano: “Quello che dovremmo ricordaci da musulmani, arabi, giornalisti e politici è che il muslim ban di Trump colpisce, tra gli altri, Iran, Iraq e Yemen. E in questo senso è il chiaro segnale delle politiche fallimentari di questi stati. L’Iran ripete da anni che l’America è Satana. Perché Teheran ha cercato l’ostilità americana? Perché i suoi sostenitori in Libano, Iraq e Siria urlano slogan come ‘Morte all’America’ e sembrano ora stupiti dal divieto?”, scrive Tariq Alhomayed, opinionista ed ex direttore del quotidiano panarabo Asharq al Awsat.

Dopo l’invasione americana dell’Iraq, l’interventismo di Teheran nella regione è aumentato, fino a diventare esponenziale dopo il collasso del paese a seguito della caduta di Saddam Hussein. La presenza iraniana nella regione è diventata la maggiore preoccupazione degli arabi sunniti e contenerne l’influenza è ormai l’obiettivo principale dell’intera diplomazia della penisola araba. L’attacco frontale degli Stati Uniti di Trump all’Iran va quindi nella direzione giusta e potrebbe ridimensionare il ruolo di Teheran nei vari conflitti della regione, a cominciare dalla Siria.

Nessun cittadino dei sette paesi colpiti da Trump ha partecipato ad attentati terroristici contro gli Stati Uniti

Un secondo punto cruciale è che i paesi arabi più influenti non sono stati toccati dal divieto, in particolare quelli da cui sono partiti alcuni dei terroristi coinvolti negli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti. Lo ricordano molti giornali, tra cui il Middle East Eye: “Dei 19 terroristi che hanno dirottato gli aerei l’11 settembre, 15 venivano dell’Arabia Saudita, luogo di nascita di Osama bin Laden. Gli altri quattro venivano dall’Egitto, dagli Emirati Arabi e dal Libano”.

Questo commento ricorrente nella stampa della regione rivela le divisioni interne al mondo arabo e musulmano. Nessun cittadino dei sette paesi colpiti da Trump ha partecipato ad attentati terroristici contro gli Stati Uniti. La lista dei paesi da bandire appare piuttosto come un modo per distinguere tra i paesi musulmani più poveri della regione e quelli del Golfo, che rimangono alleati dell’occidente al di là dei loro orientamenti politici e ideologici.

In Iraq il bando di Trump non ha provocato particolari sorprese. E infatti il primo ministro iracheno Haidar Abadi ha subito dichiarato che il suo paese non adotterà misure di ritorsione: Rinas Gano, membro del consiglio iracheno, che si trovava con Abadi al momento dell’annuncio, ha spiegato che “gli iracheni non devono considerare il popolo americano come nemico a causa di una decisione presa da Trump”. Per Hazem Saghieh, giornalista e intellettuale libanese, sfortunatamente non c’è nulla di nuovo nel fatto che, dopo lo scontro di civiltà, Trump stia rilanciando una “guerra di religione”. Scrive Saghieh su Al Hayat: “Il ritorno alle guerre di religione non è un processo lineare. Dipende da idee, eventi e interessi che risalgono ai decenni passati e che sono stati semplicemente riscoperti da Trump”.

Una vecchia storia
Il divieto non sorprende anche perché è una vecchia storia e viene praticato da tempo da alcuni stati arabi. Primo tra tutti il Kuwait, che applica un provvedimento di questo genere dal 2011. Siriani, iracheni, iraniani, pachistani e afgani non sono autorizzati a entrare nel suo territorio. All’epoca dell’entrata in vigore, ricorda Al Araby al Jadeed, le autorità kuwaitiane avevano dichiarato che era una misura provvisoria, che sarebbe stata revocata non appena la situazione della sicurezza di questi paesi fosse migliorata. Ma il provvedimento non è mai stato cancellato.

Il Sudan ha risposto all’ordinanza di Trump ricordando che, nonostante sia uno degli stati più poveri del mondo, può vantare una lunga tradizione di accoglienza: il paese ha già aperto le porte a centomila rifugiati siriani. In un’intervista ad Al Araby al Jadeed, intitolata “Il Sudan snobba il muslim ban di Trump, un funzionario del governo di Khartoum spiega che “le ambasciate degli altri sei paesi toccati dal divieto hanno informato i loro connazionali – in particolare siriani, iracheni e yemeniti, ma anche palestinesi e birmani – che potranno fare richiesta per ottenere la nazionalità sudanese in modo semplice e rapido, se lo desiderano”.

Infine, il provvedimento è stato accolto con favore da molti stati musulmani in quanto stretti alleati dell’occidente, malgrado tutto. Negli Emirati Arabi Uniti l’influente generale Dhahi Khalfan Tamim, capo della sicurezza di Dubai, ha scritto su Twitter: “Appoggiamo completamente il bando di Trump che vieta l’entrata a persone che potrebbero creare problemi alla sicurezza americana”.

L’Egitto guidato dal generale Abdel Fattah al Sisi – il primo capo di stato ad aver chiamato Trump per complimentarlo dopo l’elezione – è altrettanto entusiasta della misura. Al Sisi aveva già dichiarato, in un’intervista fiume al quotidiano filogovernativo Al Ahram, che Trump aveva vinto “grazie alla sua onestà, che ha toccato i cuori e le menti degli americani”. Il presidente siriano Bashar al Assad si è unito anche lui agli elogi sostenendo, in una recente intervista alla televisione pubblica portoghese, che “se Trump ha deciso di combattere davvero i terroristi, allora sarà il nostro alleato naturale, insieme a russi, iraniani e a molti altri paesi’.

La verità esce sempre dalla bocca dei comici. Lo dimostra ancora una volta il libanese Karl Sharro, in un capolavoro di umorismo pubblicato dal molto serio Politico. Nell’articolo intitolato “America, in questo momento somigli a un paese arabo. Benvenuta nel club”, Sharro ripercorre tutti i punti di somiglianza tra gli Stati Uniti di Trump e i paesi arabi guidati da governi autoritari dopo le rivolte: dalla denuncia delle interferenze straniere nella politica interna (prima la Russia durante le elezioni, ora il Canada e il Messico) alle proteste dei giovani che bruciano l’immagine del presidente e vengono accolti dai gas lacrimogeni, fino al ruolo dei servizi segreti nel processo elettorale (prima l’Fbi e poi la Cia, confrontate con i famigerati mukhabarat arabi), per arrivare poi all’amore per il complottismo (in cui gli americani devono riconoscere il primato degli arabi, “veri intenditori del genere”) e all’atteggiamento sprezzante nei confronti dei mezzi d’informazione.

Gli stati arabi autoritari applaudono alla misura razzista di Trump perché, nei fatti, gli Stati Uniti somigliano sempre di più ai loro regimi dittatoriali.

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