22 maggio 2020 13:01

Qualche giorno fa è uscito su Internazionale un mio articolo sul prossimo concorso straordinario per i docenti indetto dal ministero dell’istruzione (Miur), che ha suscitato parecchie reazioni.

È una questione molto discussa in questi giorni, sia perché diverse migliaia persone parteciperanno al concorso, sia perché i temi della scuola in generale e della formazione e della selezione dei docenti investono molti piani del dibattito pubblico. Provo qui a chiarire e approfondire alcuni aspetti che avevo trattato in modo sintetico nell’articolo o su cui sono state fatte diverse osservazioni.

Molti, anche gli addetti ai lavori, non si orientano bene nel groviglio del sistema che permette di diventare insegnanti. La pagina del sito del ministero è particolarmente stringata e prova a fotografare una situazione che ha infinite eccezioni.

Una storia complicata
Questo groviglio è causato dai continui cambiamenti che si sono affastellati nella storia recente. Nel 1999, ormai vent’anni fa, era stato bandito un grande concorso che permetteva a chi lo passava di conquistare l’abilitazione e il ruolo. Per chi non ha dimestichezza con questi termini: l’abilitazione è l’idoneità a insegnare in una certa materia, ma non garantisce una cattedra; il ruolo garantisce un contratto a tempo indeterminato che corrisponde a una cattedra.

Dopo quel concorso si è pensato – e giustamente – che alla selezione si dovesse accompagnare un percorso di formazione per permettere agli aspiranti docenti di ottenere l’idoneità (cioè l’abilitazione all’insegnamento), lasciando che i concorsi svolgessero una selezione di secondo livello, diventando così concorsi per abilitati.

Dal 1999 a oggi, la storia della formazione e della selezione degli insegnanti è complicata. Qui c’è un tentativo di ricostruire le varie fasi: le scuole di specializzazione (Ssis), il tirocinio formativo attivo (Tfa), i percorsi abilitanti speciali (Pas), il percorso di formazione iniziale e tirocinio (Fit). Tutte queste modalità prevedevano una prova di selezione all’ingresso.

Nella scuola pubblica italiana sono restate decine di migliaia di cattedre ‘scoperte’

Il Fit, immaginato dalla legge 107 del 2017 (chiamata anche Buona scuola) – un percorso serio di formazione che garantiva anche un rimborso per chi lo faceva – di fatto non è mai partito ed è stato abolito dal ministro dell’istruzione Marco Bussetti all’inizio del 2019. In questo momento quindi il Miur non ha un modello per la formazione degli insegnanti.

Parallelamente ci sono stati anche dei concorsi: nel 2012, nel 2016, nel 2018, per assegnare delle cattedre (quindi il ruolo) tra chi aveva conquistato l’abilitazione. Per esempio, molti diplomati con le Ssis hanno partecipato al concorso del 2012, e molti abilitati con i Tfa hanno partecipato a quello del 2016.

Nonostante questo, nella scuola pubblica italiana sono restate decine di migliaia di cattedre “scoperte”, cioè non c’erano abbastanza insegnanti di ruolo per occuparle tutte. E quindi hanno continuato a insegnare moltissimi docenti che non avevano né il ruolo né l’abilitazione, o avevano solo l’abilitazione ma non il ruolo; l’hanno fatto con incarichi annuali o per brevi periodi.

Graduatorie e fasce
Come è stato gestito questo caos? Con le graduatorie, da cui lo stato è tenuto a selezionare il corpo docente. Perché le assunzioni le fanno gli ambiti territoriali, non le scuole. Graduatorie su scala provinciale, a esaurimento (le cosiddette Gae), e d’istituto (le Gi). Tutte sono divise in fasce.

Per esempio, quelle a esaurimento hanno tre fasce: nella prima sono inseriti i docenti che alla costituzione delle graduatorie (nel 1999) risultavano iscritti per soli titoli; nella seconda i docenti che sempre alla costituzione delle graduatorie, oltre al requisito dell’abilitazione, avevano maturato 360 giorni d’insegnamento; nella terza fascia sono iscritti coloro che nel corso degli anni hanno conseguito l’abilitazione.

Anche le graduatorie d’istituto hanno tre fasce: la prima comprende i docenti iscritti nelle graduatorie a esaurimento (di tutte e tre le fasce); la seconda, i docenti che hanno l’abilitazione ma non risultano nelle graduatorie a esaurimento; la terza comprende i docenti di scuola non abilitati, con un titolo di studio valido per accedere all’insegnamento.

Un casino, insomma, un immenso casino, perché chiaramente tra queste graduatorie ci sono mille sovrapposizioni. Senza contare che le graduatorie a esaurimento, che si chiamano così proprio perché si sarebbero dovute esaurire appena il sistema avesse cominciato a funzionare come doveva (selezionando e formando solo i docenti a cui è garantita una cattedra e lasciando alle graduatorie d’istituto la gestione delle supplenze), sono ancora lì. Queste graduatorie non sono altro ormai che anticamere punitive per una massa disomogenea di insegnanti.

E non abbiamo parlato di altre eccezioni, come l’organico di potenziamento (altra novità della Buona scuola); non abbiamo nominato gli insegnanti di sostegno, che hanno regole dedicate; e non abbiamo affrontato il tema delle scuole paritarie, dove insegna quasi il 10 per cento dei docenti italiani.

Di ruolo e supplenti
Ho provato a semplificare, anche perché i ragazzi che entrano a scuola possono capire queste complessità fino a un certo punto. La loro professoressa di matematica, il loro professore di latino possono aver vinto il concorso del 1999, o essersi diplomati alla Ssis nel 2006 e poi aver vinto il concorso del 2012, o essere iscritti in terza fascia nelle graduatorie d’istituto e fare una supplenza annuale, magari rinnovata di anno in anno, o di qualche mese.

Quali sono le principali differenze tra docenti “incardinati”, cioè di ruolo, e supplenti?

Una è lo stipendio: agli insegnanti di ruolo è garantito per dodici mesi, per i supplenti è sempre a tempo.

Un’altra differenza è la selezione: chi ha l’abilitazione è stato valutato diverse volte. Per entrare nei percorsi abilitanti (la Ssis per esempio) ha dovuto fare un esame impegnativo e alla fine del percorso ha dovuto sostenere un altro esame, meno impegnativo ma sempre serio. Chi è iscritto in terza fascia non è mai stato valutato come docente. Questo ovviamente non vuol dire che non sia un bravo insegnante. Perché è chiaro che in classe conta molto l’esperienza sul campo. Per cui un insegnante con molti anni di supplenza potrebbe essere più capace e più preparato (avendo dovuto organizzare le lezioni tutti i giorni) di un insegnante che ha fatto un percorso abilitante ma non ha molta esperienza con gli studenti.

Aggiungo una piccola ma significativa considerazione: pochissimi insegnanti italiani hanno avuto, oltre a una formazione nella propria disciplina, una formazione pedagogica, che dovrebbe essere aggiornata di continuo.

Facciamoci una domanda: che genere di insegnanti vogliamo nella scuola italiana? Insegnanti straordinari? Certo, sarebbe bellissimo, ma non possiamo pretenderlo. Quello che forse è giusto aspettarsi sono insegnanti buoni, che conoscano la loro materia e la sappiano spiegare bene, insegnanti aggiornati, capaci di instaurare una buona relazione educativa con i ragazzi, con un ottimo inglese e una grande dimestichezza con gli strumenti informatici, i migliori che possiamo avere. E per questo l’idea che sulle nostre cattedre ci siano insegnanti che nessuno valuta e non sono mai stati valutati come docenti è un grande problema.

I concorsi straordinari non dovrebbero esistere

E arriviamo ai concorsi straordinari, come quello che è stato bandito dal governo per quest’estate. I concorsi straordinari sono un tentativo di regolarizzare una situazione insostenibile: centinaia di migliaia di docenti che lavorano con supplenze annuali e brevi, che tengono in piedi la scuola italiana assicurando il diritto all’istruzione a milioni di studenti ma non hanno uno stipendio garantito. Senza contare che la discontinuità dei loro incarichi è un danno per la continuità didattica: cambiare più professori per una materia durante un ciclo o durante lo stesso anno è molto comune, e non dovrebbe esserlo.

I concorsi straordinari non dovrebbero esistere. Ci dovrebbero essere concorsi ordinari e percorsi di abilitazione permanenti, ma non ci sono stati. E quindi nei docenti precari sono cresciuti il risentimento (legittimo) e un’aspettativa sproporzionata verso il concorso straordinario, che è percepito come un treno che chissà quando ripasserà e occorre prendere anche senza biglietto.

Il risentimento e le aspettative sono alimentati da anni se non decenni di mancata programmazione sulla formazione e selezione dei docenti (l’annullamento del Fit da parte del ministro Bussetti è stato di una gravità pari solo al resto del suo disastroso mandato). E sul risentimento stanno soffiando partiti e sindacati, che hanno già ottenuto un allargamento del numero di posti previsti dal concorso straordinario (da 24mila a 32mila) e ora chiedono di togliere qualsiasi prova di ingresso. Usano per questo uno strano ossimoro: concorso per titoli e servizi. Mentre ora è stabilito che l’unica prova d’accesso sarà un quiz con ottanta domande sulla propria materia, su pedagogia e inglese, da svolgere al computer.

Veniamo quindi alle questioni poste dai docenti. Tra quelle arrivate in questi giorni si possono individuare alcune linee comuni.

C’è chi dice che con l’emergenza coronavirus e le difficoltà logistiche fare un concorso sia impossibile o un grandissimo rischio.

È una preoccupazione giusta, ma si può replicare che: a) ai ragazzi che devono sostenere la maturità si chiede di essere esaminati in presenza, ma lo stesso non si può chiedere ai professori? b) Se è rischioso, è giusto che l’esame sia rimandato, non che si annulli.

C’è chi dice che a settembre 2020 molti di questi docenti riprenderanno a insegnare con contratti di un anno a tempo determinato, non comprensivi di ferie estive.

Questo, l’abbiamo detto, è un vero problema. Ma non possiamo risolverlo rischiando di crearne un altro: ossia una classe di docenti a tempo indeterminato che non è stata valutata in alcun modo.

C’è chi dice che una prova sola di 80 minuti al computer non è selettiva, è umiliante, valorizza la memoria da quiz invece di una professionalità di alto livello.

Anche in questo caso: è vero, servirebbe un percorso di selezione serio, composto da più prove, sia sulla materia sia attitudinali. Però: questa prova al computer serve soprattutto a selezionare chi non sa, chi è platealmente inidoneo al mestiere di insegnante, o non è formato adeguatamente in questo momento. La soglia per superare la prova è davvero bassa: 56 punti su 80. Se un docente va sotto questa soglia in quelle che dovrebbero essere le sue competenze principali, vogliamo davvero che insegni a ragazze e ragazzi?

C’è chi dice che questo genere di prove può essere falsata dall’emozione.

Ma questo è vero per tutti gli esami. Ne risentono sia le verifiche che diamo agli studenti sia gli esami a cui li sottoponiamo, compresa la maturità.

C’è chi si lamenta della prova di inglese al computer.

Qui abbiamo un problema doppio. In media il nostro corpo docente ha un livello scarso di conoscenza delle lingue straniere. Prova ne sia il fatto che per le sperimentazioni per insegnare le materie curricolari in lingua straniera (il cosiddetto Clil) era stato previsto il requisito di una certificazione C1, medio livello. Siccome gli insegnanti con questo livello disponibili in Italia sono molto pochi, si è consentito di insegnare la propria materia in lingua straniera anche a chi avesse solo una certificazione B2, medio-bassa. Che senso ha? Avere una selezione minima anche sulle competenze di inglese e delle lingue straniere è necessario per insegnanti assunti a tempo indeterminato nella scuola.

L’alternativa proposta dal fronte politico contrario a questa modalità di concorso – un fronte trasversale che comprende Pd e Lega, sindacati confederali e di base, più ovviamente molte proteste di associazioni e di singoli insegnanti – è: assunzioni per titoli e servizi ed esame alla fine dell’anno di prova, nell’estate 2021.

Qui ci sono due obiezioni da fare: i titoli contano per il concorso, per 20 punti su cento. Non sono pochi, considerando soprattutto che attraverso il test al computer saranno esaminati probabilmente più di centomila candidati. L’idea di selezionare dei docenti vincitori di concorso dopo un anno di prova è da una parte un modo di eludere la questione principale rimandandola, dall’altra prospetta davvero un’ipotesi che appare peregrina a chiunque viva il mondo della scuola. Quanti insegnanti possiamo pensare che potrebbero essere respinti dopo un anno di prova? Il 20 per cento, il 10, il 5, l’1 per cento? Quanti ricorsi si scatenerebbero? Chi si prenderebbe a questo punto davvero la responsabilità di annullare un contratto a tempo indeterminato a un docente?

C’è chi dice che con il loro lavoro i precari mandano avanti la scuola italiana, e in questo modo non viene riconosciuta la loro competenza.

Questo è verissimo. Ma degli insegnanti molto generosi e sfruttati non è detto che siano i migliori. In molti casi lo sono. Decidere che sia l’anzianità di servizio a valere come criterio non è solo discutibile da un punto di vista didattico (potrei insegnare da tanti anni e farlo male o in maniera non adeguata, e questo sarebbe un danno a lungo termine per i miei studenti). Ma soprattutto potrebbe esserci qualche altro docente che in questi anni magari – anche lui in una condizione molto precaria da un punto di vista lavorativo – non è riuscito a essere chiamato spesso per le supplenze o, chiamato per periodi brevi, non è riuscito a conciliare un lavoro intermittente con un lavoro continuativo che gli ha permesso di campare e ha dovuto rinunciare spesso alle supplenze, oppure ha insegnato tanto e magari bene, aggiornandosi, studiando ma lo ha fatto in una scuola paritaria, in un centro studi, con le ripetizioni private (e questo non vale come punteggio), ed è un insegnante migliore magari di chi ha accumulato più anni di servizio nella scuola pubblica semplicemente perché è stato più conciliabile con le esigenze della scuola o della sua vita.

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Per concludere, davvero c’è un’infinita di singole questioni che andrebbero sviscerate con metodo. E sul concorso straordinario non si tratta di scegliere tra bene e male, ma tra il meno peggio e zero.

Del resto un concorso non deve diventare una guerra tra precari, con propaganda politica e sindacale che fa di questa battaglia una questione di bandiera, ma una selezione tra chi è più bravo per questo difficile mestiere.