03 febbraio 2021 17:26

“Così mi sono trovato, per accidente, a sapere forse più delle macchine, delle loro membrature, dei loro vincoli e della rapidissima digestione che esse fanno del fuoco, che non del mio stesso corpo”, scriveva Leonardo Sinisgalli, eclettico intellettuale del novecento. Ma se questa digestione non fosse rapidissima? Se fosse invece languida, lenta, proprio per svelare tutte le nervature e le membrane della macchina? Una lenta digestione del fuoco è la caratteristica della musica drone, un atto di denudamento dello strumento che si spoglia, si mastica e si ripete. Se poi lo strumento diventa una parte del corpo, succede qualcosa di speciale: così accade tra la compositrice berlinese d’adozione Martina Bertoni e il suo violoncello.


Nelle sue composizioni c’è un’intimità ossessiva in cui la fusione tra corpo e macchina risulta incantata, ma non sinistra o oppressiva, un difetto a cui tende il drone meno ispirato. Lo si sentiva già bene in All the ghosts are gone, uscito un anno fa per FALK Records, in particolare in Impossible routines. Il suono di Bertoni non è quasi mai animale, come quello del sassofonista statunitense Colin Stetson, ma entrambi rivelano una conoscenza ancestrale dello strumento. “E un giorno, quando imparai anche che queste materie invecchiano come il nostro sangue, e ad opera di speciali bagni si può riuscire ad allentarne l’intima disgregazione, e farle addirittura rinvenire, restai meravigliato e soddisfatto”, scriveva Sinisgalli. La musica di Martina Bertoni, di cui è appena uscito Music for empty flats, somiglia a uno di quei bagni misteriosi.

Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati