13 aprile 2021 15:23

“Io non ti cerco / io non ti aspetto / ma non ti dimentico”. Si chiudeva così una delle canzoni più intense degli ultimi dieci anni, Le nostre ore contate dei Massimo Volume. Un verso con la grazia della poesia, che fa dimenticare la sua velocità da meme: prima delle citazioni scomposte su Twitter e su Facebook in cui i destinatari si confondono, c’era l’abitudine di scrivere frasi simili in lettere consegnate a mano o su pagine di diario, e la persona a cui erano dedicate restava inviolabile e precisa, anche se segreta.

Al di là dell’uso che ne abbiamo fatto, la frase cantata da Emidio Clementi aveva una persona precisa dietro: Manuel Agnelli degli Afterhours. È un verso per un amico, e saperlo ha spostato un po’ la mia percezione della canzone, non in peggio. L’ha solo spinta su un litorale diverso e inatteso, che ho ritrovato ascoltando Chitarra nera, l’ultimo singolo di Vasco Brondi in attesa del nuovo album.


Una canzone parlata, dalla struttura scheletrica e accennata che quasi va cercando il Warren Ellis delle ultime composizioni insieme a Nick Cave. Una canzone un po’ al lato opposto di Le nostre ore contate, quando dice “Che bello che è stato perderti, vederti sparire. Sei rimasto a vent’anni”, nel delineare la vita di un amico che invece afferma “Alla fine sei stato l’unico che ha continuato a suonare”, come se fosse una colpa ma colpa non è. In certe amicizie il fallimento di uno dei due viene preservato come una forma di successo e beatitudine, con un suo mistero. E sull’inaccessibilità di questo mistero Vasco Brondi fa colare le parole più misurate e sentite.

Questo articolo è uscito sul numero 1404 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati