01 febbraio 2021 14:07

Nei primi anni novanta la stampa musicale britannica era in fibrillazione: i confini tra dance e rock erano sempre più sfumati, i rave attiravano molta più gente dei grandi raduni rock e l’hip hop e il rap stavano diventando il nuovo pop. La mappa dei generi era incasinata come un puzzle da 1.500 pezzi disseminato su un tappeto, e i maggiori settimanali inglesi, che all’epoca erano ancora tre (NME, Melody Maker e Sounds), facevano a gara a chi ne pescava da sotto al divano un nuovo tassello. Il trio scozzese degli One Dove (composto da Ian Carmichael, Jim McKinven e dalla cantante Dot Allison) aveva cominciato a muoversi nella zona grigia tra dance balearica, psichedelia e indie rock già nel 1991, quando uscì la prima versione del loro singolo di debutto, Fallen.

In quelle settimane una band molto più famosa, i Primal Scream, era in studio con il produttore e dj Andrew Weatherall e stava lavorando su Screamadelica, l’album che avrebbe cambiato la faccia del rock britannico mescolando in maniera esplosiva più o meno quegli stessi elementi. E proprio Weatherall, dopo aver sentito gli One Dove, decise di produrli e rimise mano a Fallen, che cominciò a essere notata da una stampa musicale affamata di contaminazioni. La seconda uscita di Fallen è stata l’inizio di una storia travagliata che ha portato gli One Dove a diventare, ingiustamente, poco più che una nota a piè di pagina nella storia della scena post-rave degli anni novanta. A causa di un campionamento non autorizzato dei Supertramp, il singolo è stato ritirato dai negozi e gli One Dove, dopo un primo fugace assaggio di successo, si sono impantanati nella lavorazione infinita del loro album di esordio. Mentre cambiavano produttori e musicisti (coinvolgendo il bassista dei Pil Jah Wobble e il super produttore pop Stephen Hague), i Primal Scream prodotti da Weatherall dominavano la scena e le pagine dei settimanali musicali.


Morning dove white, il primo e unico album degli One Dove, esce solo nel 1993 ed è una sfolgorante promessa. Il disco si apre con Fallen, con la voce roca di Dot Allison che, quasi in trance, sentenzia: “Non so perché ti stia raccontando tutte queste cose… Prometti di non dirlo a nessuno…”. Se Screamadelica parte come un allucinato gospel psichedelico, Morning dove white sembra un disco di Nico e dei Velvet Undeground registrato in assenza di gravità in un punto non ben definito dello spazio-tempo. Il trip continua con pezzi pieni di echi dub, di chitarre in lontananza, di suoni che, nonostante l’ingombrante presenza in studio di Stephen Hague, hanno le impronte digitali di Andrew Weatherall dappertutto. La seconda traccia, White love (guitar paradise mix), è un lento ed estatico crescendo di feedback e, con i suoi oltre 10 minuti di durata, chiarisce subito che questo tutto è tranne che un album pop.

La tensione che rende Morning dove white un capolavoro mancato è tutta lì: si sente il tormento di una band piena d’idee che lotta con dei produttori e un’etichetta che li vorrebbero più semplici e accessibili. Why don’t you take me è una canzone pop perfetta, avrebbe potuto cantarla Kylie Minogue, ma gli One Dove la avvolgono in una nebbia di riverberi, di echi e di effetti trasformandola in qualcosa che riesce a essere tanto dolce quanto misteriosa. La cover di Jolene di Dolly Parton che compare nel cd singolo di Why don’t you take me dimostra quanto la loro idea di pop music fosse affascinante e lontana da ogni stereotipo.

Gli One Dove erano però destinati a non durare: il tempo di entrare in studio per registrare il secondo album e si sciolgono, lasciandoci un solo, prezioso album, che a differenza di tante altre cose di quel periodo migliora con il tempo che passa.

One Dove
Morning dove white
Boy’s Own Productions, 1993