04 ottobre 2022 12:58

In una cultura ossessionata dalla celebrità, che spazio può avere un artista che non solo non vuole essere famoso ma che, sul più bello, molla tutto? Sicuramente uno spazio defilato in cui la poca musica che ha registrato ha, per i fan, un valore feticistico.

L’espressione “artista di culto” è abusata e svuotata di senso, ma vale la pena di rispolverarla per il cinquantaseienne musicista britannico Lewis Taylor. Dopo l’esordio, a metà anni ottanta, come chitarrista psichedelico, influenzato da Syd Barrett, Captain Beefheart e Yes, nel 1996 Taylor si trasforma, per il suo album di debutto, in un crooner soul, con un fraseggio che ricorda Al Green e Marvin Gaye e un repertorio di canzoni costruite ingegnosamente su diverse parti di chitarra sovrapposte. Il suo stile è inafferrabile: neo soul? Mid tempo? Trip-hop? Le complessità del prog rock e della psichedelia si percepiscono ancora ma sottilissime, come in filigrana, e i pezzi di Lewis Taylor, il suo primo album, sono radicati in uno studio attento del blues più che dell’rnb e del soul. Non è il solito rhythm’n’blues bianco, magari scaltramente ibridato con il pop: è qualcosa di più complesso che trova orecchie attente tra quei musicisti neri che, dall’altra parte dell’oceano, stavano creando il suono del nu soul: D’Angelo, Maxwell ed Erykah Badu. Lewis Taylor è forse l’unico album prodotto da un bianco che, in quegli anni, ha trovato un suo posto nel canone della musica nera negli Stati Uniti. In un saggio del 2005, l’accademico afroamericano Mark Anthony Neal include Lewis Taylor nel novero di quei “funky white boys” che, accanto a “honorary soul sisters” come Teena Marie, hanno contribuito organicamente allo sviluppo dell’idioma musicale nero.

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La particolarità di questo ricchissimo, stratificato album di neo soul, oltre che musicale, è anche di contenuto, di atmosfera: le canzoni di Lewis Taylor sono percorse da un senso di dubbio, di nervosa incertezza: “Dimmi cosa faremo / Come ce la caveremo” sono le prime parole che canta in Lucky, il pezzo di apertura. Nel corso dell’album Taylor riesce a modulare la sua duttile voce da tenore attraverso pezzi che lo vedono timido, vendicativo, aggressivo, infantile o spaventato, spesso nel giro di un paio di versi soltanto. Bittersweet, che la cantante rnb Aaliyah aveva definito semplicemente “perfetta”, ha l’incipit drammatico di un pezzo dei Portishead e si sviluppa nella confessione di un uomo intrappolato in una relazione sbagliata che non riesce a troncare.

Il titolo di ogni canzone è composto da una sola parola: quasi una chiave per entrare in un mondo di intricate invenzioni musicali e di altrettanto intricate paranoie. Non deve essere un uomo semplice, Lewis Taylor. E non deve essere stato semplice essere Sabina Smyth, la sua compagna di allora, manager e produttrice. Nelle note dell’album Smyth compare come “executive producer” ma, come ha spiegato Taylor in una lunga e sofferta intervista del 2006 al sito Soul Jones, “Era con me tutto il tempo, a contatto con la patetica sceneggiata della mia ansia artistica: e non era una passeggiata”. L’artista ammette che il ruolo della compagna è stato molto più di quello di una produttrice esecutiva: “Sabina era coinvolta in tutto: nella scrittura, negli arrangiamenti, nei suoni e nella produzione. Non ha avuto lo spazio che meritava nei crediti perché ero insicuro, immaturo ed egoista. Oggi posso ammettere che quel ruolo di produttrice esecutiva che le ho dato è stato, volendo essere indulgenti, paternalistico”.

L’album di Lewis Taylor viene apprezzato dalla critica e dagli addetti ai lavori ma non vende una copia. L’etichetta non sa come gestirlo: all’inizio prova goffamente a spingerlo come un genio solitario alla Prince, ma la sua musica è troppo oscura, paranoica e soprattutto, peccato mortale nel marketing discografico, nel disco non ci sono hit. D’Angelo lo invita a New York per produrre con lui il seguito di quel successo improvviso che fu il suo Brown sugar. Lui parte, ma dopo quattro giorni chiuso in albergo da solo senza ricevere nessuna telefonata dal management dell’artista, torna a Londra senza aver combinato niente. Nel 2006, dopo una carriera a singhiozzo (altri tre album ufficiali e un lost album, recuperato nel 2004) Lewis Taylor decide di chiudere tutto. Nel gennaio del 2006 si esibisce alla Bowery Ballroom di New York e lo show, nelle recensioni, viene salutato come un grande ritorno quando invece è un addio definitivo alle scene. Nel giugno dello stesso anno ricompare con il nome di Andrew Taylor come direttore musicale e bassista per gli Gnarls Barkley e poi fa sparire le sue tracce. Eppure, nel frattempo, era anche arrivata la sua prima hit: nel novembre del 2006 Robbie Williams porta al successo pop una sua canzone, Lovelight. Il produttore, ironia del destino, è Mark Ronson, una sorta di Lewis Taylor che ce l’ha fatta. Nel 2016, in quella difficile intervista già citata, Taylor cerca di spiegare cosa gli fosse successo: “Non ho molto da dire. Amo ancora la musica, ma non mi definisce più come persona e trovo che questo sia molto più sano per me. La cosa più rilevante che ho fatto in questi anni è stato continuare a vivere”.

PS Quest’estate è uscito, silenziosamente e senza nessuna pubblicità, un suo nuovo album.

Lewis Taylor
Lewis Taylor
Island, 1996

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