03 gennaio 2023 16:27

Quando Tiny Tim apparve per la prima volta alla televisione, nel gennaio 1968, nessuno era attrezzato per capire chi o cosa fosse. Il Rowan & Martin’s Laugh-In era un programma comico che strizzava l’occhio alle controculture giovanili di fine anni sessanta (laugh-in era un gioco di parole che voleva ricordare i sit-in contro la guerra nel Vietnam) in cui era lecito aspettarsi qualcosa di freak.

Ma un freak come Tiny Tim alla televisione non l’aveva visto ancora nessuno. Un ragazzone alto un metro e 85, con un grande naso aquilino e canini molto pronunciati, il viso malamente coperto di cerone bianco, come i divi del cinema muto, i capelli non pulitissimi lunghi fino alle spalle e una sporta della spesa in mano. Trotterella in scena, saluta, e da un sacchetto accartocciato tira fuori un ukulele e canta. Non solo canta una cosa assolutamente fuori moda, A-tisket A-tasket, una vecchia filastrocca resa da Ella Fitzgerald uno standard del jazz, ma la esegue in un registro da soprano leggero, con abbellimenti, vibrato e birignao da sciantosa. Come se non bastasse, quando sembra aver finito si lancia in un altro pezzo altrettanto polveroso e dimenticato: On the good ship lollipop, reso famoso dalla star bambina Shirley Temple nel 1934.

Alla fine dell’esibizione, tra sbattiti di ciglia e bacini lanciati in aria, Tiny Tim scompare dietro le quinte lasciando il pubblico, e i due presentatori in giacca e cravatta, sbigottiti. Questa persona fa sul serio? È una drag queen che si è dimenticata di cambiarsi? Un pagliaccio? Un povero demente? Che tipo di ragazzo nell’era dei Beatles e dei Rolling Stones può scegliere di cantare vecchie canzoni che sembrano uscire da un grammofono? E soprattutto perché canta in quel modo? Eppure Tiny Tim aveva lasciato un segno: il suo amore per quelle canzoni anteguerra era assolutamente onesto come sincero era il suo modo di cantarle. Nonostante tutte quelle affettazioni, Tiny Tim appariva assurdamente autentico. Era camp nei mezzi espressivi ma non nelle intenzioni: la sua esibizione era priva di ironia e non strizzava l’occhio a nessuno. Era pura fascinazione per il songbook americano nell’epoca in cui moriva definitivamente il crooner e si consolidavano, nell’immaginario collettivo, le figure del cantautore e della rockstar.

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Herbert Butros Khaury (Tiny Tim) era nato a Manhattan nel 1932, nel mezzo della grande depressione, da una madre ebrea polacca, fuggita da Brest-Litovsk all’inizio del secolo, e da un padre libanese di religione cristiana maronita. La famiglia era povera e perennemente in difficoltà, ma in casa c’era un vecchio grammofono a manovella con qualche 78 giri con canzoni degli anni venti e trenta e il piccolo Herbie ne era incantato.

Un nome letterario
A 12 anni era già un esperto di musica statunitense dell’anteguerra: conosceva e idolatrava gli interpreti, le canzoni, gli autori e le grandi orchestre; era arrivato perfino a imparare a memoria i numeri di catalogo di quei vecchi dischi. Viveva nei negozi di musica, nelle biblioteche e nei rigattieri. Visto che non era portato per gli sport e non era capace di fare quasi niente i genitori si erano rassegnati ad avere un figlio “musicale” e lo incoraggiavano a intraprendere una carriera come cantante di matrimoni.

Nel corso degli anni cinquanta e dei primi anni sessanta Herbie (che non era ancora Tiny Tim ma cambiava continuamente nome d’arte) era già un personaggio bislacco: girava con la faccia piena di cerone anche sulla metropolitana e si esibiva qua e là, con uno spettacolo a metà tra l’esibizione musicale e il circo. Cantava sia nel suo ricco registro naturale di baritono sia in uno spettacolare falsetto che aveva sviluppato ascoltando e riascoltando i dischi del suo idolo Rudy Vallée (1901-1986) e si accompagnava con il mandolino e l’ukulele. Spesso in cartellone appariva come “Larry Love, il canarino umano”. Guadagnava pochissimo e continuava a vivere con i genitori, ma all’inizio degli anni sessanta, a New York, era diventato una specie di attrazione del Greenwich village. Nel 1963 ottenne il suo primo lavoro pagato normalmente e non più in hamburger e hot dog: si esibiva per sei sere la settimana al Page 3, un bar di lesbiche molto frequentato dalla nascente scena underground newyorchese. È in quel periodo che, dopo aver cantato prima di uno spettacolo circense di nani, il suo primo manager decide di affibbiargli il nome d’arte Tiny Tim, il piccolo Tim. Un nome da circo ma anche un nome letterario: Tiny Tim, Timmy o il piccolo Tim, è anche il bambino storpio e malato che, in Canto di Natale di Dickens, commuove l’avaro Scrooge.

Tiny Tim comincia a diventare uno dei tanti freak che frequentano il Village e, nella seconda metà degli anni sessanta, tutti lo conoscono: Bob Dylan lo invita a cantare Be my baby delle Ronettes nei suoi Basement tapes e Jim Morrison, subito prima di diventare molto famoso con i Doors, scrive una canzone per lui. Ed è proprio in questi anni che nel suo repertorio entra Tiptoe through the tulips, “In punta di piedi tra i tulipani”, una canzonetta del 1929 che lo renderà di lì a poco famosissimo.

God bless Tiny Tim è un tunnel nel tempo che unisce l’America della grande depressione a quella della contestazione, del rock e della cultura hippy

La discografia, nel 1967, bussa finalmente alla sua porta. Tiny Tim è qualcosa di inafferrabile: sembra un comico ma non lo è perché non recita. È un incrocio tra un clown e un cantastorie, è una diva (impara a lanciare bacini in aria dopo aver visto da vicino Elizabeth Taylor di cui era ossessionato), ma anche un crooner di grande mestiere. Ha una musicalità innata e una capacità meravigliosa di incantare il pubblico, anche il più diffidente e mal disposto. Tutte queste qualità colpiscono Mo Ostin (1927-2022), un grande discografico, all’epoca a capo della Reprise, l’etichetta fondata da Frank Sinatra. Ostin, l’uomo che una decina d’anni dopo farà firmare il primo contratto ad artisti come Prince e Madonna, vuole un album di Tiny Tim da far uscire subito e così cominciano i lavori per il suo album di debutto, God bless Tiny Tim.

A produrre l’album, che esce nell’aprile del 1968, Mo Ostin chiama Richard Perry che nel 1967 aveva prodotto Safe as milk, l’album di debutto molto sperimentale della band di blues psichedelico Captain Beefhart. Tiny Tim e Richard Perry costruiscono un repertorio miracolosamente in bilico tra vecchie canzoni (quelle adorate da Tim) e pezzi più moderni. Tra un pezzo e l’altro Tiny Tim parla con un pubblico immaginario usando la sua voce da anziana diva (“Grazie a tutti, carissimi, siete stupendi”), si accompagna con l’ukulele, ma i pezzi (anche i più bizzarri e polverosi) crescono e s’impongono grazie a una produzione che mescola orchestra tradizionale e strumentazione rock.

God bless Tiny Tim è un tunnel nel tempo che unisce l’America della grande depressione, quella delle canzoni che alla radio facevano sognare famiglie e lavoratori in difficoltà, a quella della contestazione, del rock e della cultura hippy. Il critico musicale Will Friedwald vede in Tiny Tim il primo vero grande postmoderno del pop americano. Soprattutto, nota Friedwald, pur nella sua eccentricità e unicità, Tim era tutt’altro che isolato nella scena rock del 1968. La sua estetica volutamente démodé risuonava in tanta altra musica di quel periodo. Elementi di circo, di vaudeville e di vecchio varietà si ritrovano in Sergeant Pepper’s lonely hearts club band dei Beatles, nel Rolling Stones Rock and Roll Circus e perfino in alcuni punti del musical Hair, simbolo della controcultura hippy di fine anni sessanta. Ukulele, mandolini e megafoni di cartone, figurine vittoriane, crinoline, cappelli a cilindro e panciotti, lampade Tiffany e scialli con lunghe frange erano parte dell’estetica hippy, da San Francisco alla swinging London.

Un viaggio su vinile
Lo spartiacque tra gli anni venti amati da Tiny Tim e gli anni sessanta del rock psichedelico sono gli anni quaranta e, come in un tacito compromesso tra artista e produttore, la canzone che apre l’album è Welcome to my dream, originariamente scritta per Bing Crosby, uno degli idoli di Tim. La canzone, che nel film I cercatori d’oro (1946) Crosby canta a Dorothy Lamour per sedurla, viene eseguita da Tim nel suo registro naturale di baritono chiaro, ma con una serie di echi e di riverberi che la rendono irreale. Fin dalle prime note il pubblico è avvisato: God bless Tiny Tim non è easy listening. Subito dopo parte l’unico vero successo radiofonico dell’album, Tiptoe through the tulips, cantata in falsetto e condita non solo da abbellimenti, trilli e cadenze ma anche da un drammatico sospirone alla fine delle prime otto battute. Friedwald descrive questo pezzo come un “cunicolo spaziotemporale che connette gli anni venti agli anni sessanta, un legame diretto tra i favolosi ed effemminati tenori dell’era pre-Bing Crosby e i capelloni sessualmente fluidi di Haight-Ashbury”. Finita la canzone Tiny Tim si rivolge al pubblico, usando sempre il suo falsetto: “Ciao, miei cari amici! Be’ eccomi su disco finalmente, ed è meraviglioso essere qui con voi nel mio primo album”. God bless Tiny Tim non è un concerto ma è una sorta di esperienza, di viaggio fissato su vinile.

Un po’ come nei dischi delle favole per bambini Tiny Tim rompe lo schermo che lo separa dal pubblico che lo ascolta e gli si rivolge direttamente. Perfino il disco come oggetto fisico è chiamato in causa: la prima canzone della seconda facciata si chiama, non a caso, The other side. Tim si esibisce anche in due duetti, in cui ovviamente è sia il ragazzo sia la ragazza. Anzi, in The old front porch è anche un terzo personaggio: un vecchio padre che, con voce di basso profondo, interrompe la figlia e il fidanzato che amoreggiano in una veranda del vecchio sud. Il secondo duetto è una cover di I got you babe, la canzone che aveva reso famosissimi Sonny e Cher. Tiny Tim è sia Sonny sia, con suo sommo divertimento, Cher. The Viper è una sorta di intermezzo comico, una barzelletta se vogliamo, o una storia dell’orrore per bambini con un finale imprevisto che dimostra il talento naturale di Tiny Tim per la recitazione e per la commedia. Una delle canzoni più belle, e più legate al baroque-pop britannico di quell’epoca, è Strawberry tea. La fragola sembra colta direttamente dagli strawberry fields dei Beatles, mentre il tè non può essere che quello del Cappellaio Matto di Alice nel paese delle meraviglie, favola psichedelica per eccellenza.

God bless Tiny Tim fu un successo di pubblico e di critica, ma non fu l’inizio di una grande carriera musicale per Tim. Più diventava un personaggio pubblico e più il pubblico si disamorava della sua musica così obliqua e bizzarramente sofisticata. Nel 1969 si sposa in diretta tv al Tonight show di Johnny Carson con la sua prima moglie, la diafana Miss Vicky. È forse il primo momento di reality tv della storia: la surreale, goffa, imbarazzante, a tratti tenera cerimonia è tutta su YouTube. Tiny Tim è un uomo troppo complicato e maniacale per gestire il successo: è profondamente cattolico, molto attratto dalle donne ma praticamente asessuato (in questo senso ricorda molto Salvador Dalí), ha la mania dell’igiene e della cura della pelle ma rifiuta di farsi visitare dai medici. Proprio per questo morirà in scena, cantando Tiptoe through the tulips a un evento di beneficenza del Women’s Club di Minneapolis nel 1996.

Nonostante il successo gli fosse lentamente sfuggito dalle mani, Tiny Tim ha continuato a cantare e, più raramente, a incidere dischi per tutta la vita, fino a quell’ultima sera in cui, da vero showman, cadde in ginocchio con il suo ukulele in mano per morire d’infarto davanti a un pubblico che, a distanza di decenni, non aveva ancora ben capito chi o cosa fosse Tiny Tim.

Tiny Tim
God bless Tiny Tim
Reprise, 1968

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