Migranti in una tendopoli a Bruxelles, in Belgio, il 1 ottobre 2015.

Una misura umiliante per chi chiede asilo in Belgio

Migranti in una tendopoli a Bruxelles, in Belgio, il 1 ottobre 2015.
30 ottobre 2015 20:46

Marc Vanden Bussche è un uomo ferito. Il sindaco liberale di Koksijde, piccolo comune fiammingo che vanta la popolazione più anziana del Belgio, assicura di essere stato frainteso. Le malelingue gli hanno dato del razzista, dello “sceriffo pazzo”, eppure non ha fatto altro che “applicare delle procedure operative e legali” – così spiegava sul quotidiano Le Soir il 26 ottobre – in seguito all’arrivo di trecento richiedenti asilo nella sua cittadina.

Vanden Bussche e gran parte delle ventimila anime canute di Koksijde avrebbero volentieri evitato di accoglierne anche uno solo, ma il crescente numero di profughi arrivati in Belgio negli ultimi mesi ha costretto il governo federale ad aprire nuovi centri di accoglienza. Uno di questi si trova nella base militare di Koksijde e i primi “residenti”, come li chiama l’agenzia nazionale per i richiedenti asilo Fedasil, sono stati trasferiti il 7 ottobre.

Vanden Bussche ha deciso di affrontare con piglio militaresco quella che considera una minaccia alla sicurezza dei suoi cittadini. Koksijde si trova sul mare del Nord e, secondo il sindaco, pullula di persone senza documenti pronte ad attraversare la Manica con l’aiuto dei trafficanti. “Koksijde è a venti chilometri dalla frontiera francese e dunque deve confrontarsi con il fenomeno dei trafficanti attivi a Calais e a Dunkerque”, spiega. “Il nostro timore è che vengano a reclutare qui”, anche perché “il 60 per cento dei richiedenti asilo otterrà lo status di rifugiato, gli altri potrebbero essere tentati di raggiungere l’Inghilterra”.

Il sindaco ha quindi incaricato gli uomini della Very irritating police (Vip, ovvero le pattuglie di polizia create nel 2011 per lottare contro la piccola delinquenza giovanile) di sorvegliare i residenti del centro di accoglienza.

Tra le misure previste: presenza nella struttura di agenti in giubbotto antiproiettile, possibilità di trattenere una persona fino a dodici ore in caso di violazione del regolamento interno, obbligo per i residenti di portare una targhetta d’identificazione. Quest’ultima misura è piaciuta talmente al ministro dell’interno del governo federale Jan Jambon (del partito nazionalista fiammingo N-Va) che ha deciso di inserirla nel piano di coordinamento dell’accoglienza presentato il 27 ottobre.

Come scrive la blogger Anne Löwenthal, è vero, la vostra vita cambierà un po’: incontrerete nuove persone

Come nel resto dell’Unione europea, anche in Belgio i richiedenti asilo ricevono un documento che gli permette di risiedere legalmente nel paese finché la procedura di asilo è in corso. Sul documento però non c’è la foto della persona, e questo comporta un rischio (“analisi dei rischi” è una delle espressioni usate da Jambon per presentare il suo piano nazionale di accoglienza).

Come può infatti un poliziotto, procedendo a un controllo d’identità, essere certo di avere di fronte il vero richiedente asilo e non un usurpatore sans papier? “Vogliamo semplificare la vita dei richiedenti asilo e della polizia durante i controlli”, ha spiegato Anne-Laure Mouligneaux, portavoce di Jan Jambon, precisando che il badge non sarà obbligatorio e che comunque “non chiederemo ai richiedenti asilo di portarlo appeso al collo o di esibirlo in continuazione”.

Amnesty international, la Ligue des droits de l’homme e altre associazioni hanno attaccato la misura. In rete circola un’immagine che richiama il triangolo rosso imposto ai prigionieri politici nei campi di concentramento nazisti, con il messaggio “Anche io sono un rifugiato. No al badge per i richiedenti asilo in Belgio”.

Mi è tornato in mente Simon Gronowski, che nel 1943, a undici anni, riuscì a evadere da un convoglio partito da Mechelen, in Belgio, e diretto ad Auschwitz. Nel febbraio del 2015, alle centinaia di persone in marcia da Bruxelles ad Anversa per chiedere la regolarizzazione delle persone senza documenti in Belgio, ha detto: “Gli ebrei sono stati i sans-papier ante litteram”.

Più di recente Zeid Ra’ad al Hussein, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, spiegava in un’intervista al quotidiano svizzero Le Temps:

Il ragionamento degli anni trenta è simile a quello in voga oggi. Basta leggere i resoconti della conferenza di Evian del 1938. Gli oratori dissero che non potevano accogliere i rifugiati ebrei perché l’Europa era appena uscita dalla grande depressione e la barca era piena

Secondo il socialista Paul Magnette, quella di Jan Jambon è l’ennesima provocazione di una N-Va ansiosa di compiacere il suo elettorato. Nell’attuale coalizione che guida il governo federale, i nazionalisti fiamminghi hanno voluto la competenza sulle politiche di asilo e migrazione. Purtroppo per loro, sono stati costretti dalle circostanze ad aumentare i posti di accoglienza per i profughi.

La volontà di realizzare un progetto

Per non perdere la faccia davanti ai loro elettori, provano a moltiplicare le provocazioni. A settembre, per esempio, la ministra fiamminga dell’integrazione civica Liesbeth Homans aveva dichiarato che i rifugiati proprietari di una casa nel loro paese di origine – anche in Siria o in Afghanistan – non avrebbero avuto diritto a un alloggio sociale in Belgio.

Calcoli politici a parte, la vicenda del badge è un esempio tra tanti dell’ossessione di controllo di governi e istituzioni dell’Unione europea, che si affannano a distinguere, categorizzare, filtrare, respingere, alimentando in parte dei cittadini europei la paura irrazionale dell’altro.

“Cari abitanti di Walcourt e non solo, che non volete rifugiati dalle vostre parti”, scrive la blogger belga Anne Löwenthal alludendo a un’altra recente polemica, scoppiata in una località vallone. “So (ce ne siamo accorti tutti) che non sapete neanche voi perché non li volete. Che avete le idee confuse, che pensate con la pancia e che la pancia vi dice che la vostra vita cambierà se degli stranieri (senza lavoro) sbarcano nella vostra regione. Ed è vero, cambierà, almeno un po’: incontrerete delle persone nuove”.

Queste persone nuove – o nuovi arrivati, come propone di chiamarli Ahmad al Dali, un giovane siriano che da qualche mese vive a Berlino – non sono più pericolose delle decine di migliaia di italiani che ogni anno lasciano il loro paese in cerca di una vita migliore.

Eppure Ahmad al Dali e tanti altri ne avrebbero di motivi di risentimento contro noi europei, considerati gli ostacoli e le umiliazioni che poniamo sul loro cammino. “Il motore della mobilità è la volontà individuale di realizzare un progetto”, osserva Catherine Wihtol De Wenden, autrice del saggio Il diritto di migrare (Ediesse 2015). “Solo i migranti, non gli stati, sono in grado di controllare le migrazioni”.

Ma gli stati si ostinano a non capirlo, e a sognare un mondo in cui la mobilità è un privilegio legato a un pezzo di carta, o a un badge.

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