19 dicembre 2020 14:43

Dopo Gaza 1956, Joe Sacco ci regala un nuovo capolavoro di svolta per il fumetto con Tributo alla terra (Rizzoli Lizard, 272 pagine, 25,00 euro, prefazione di Giovanni De Mauro). Ed è stata coraggiosa la scelta di Rizzoli Lizard di proporre un’edizione lussuosa cartonata di grande formato in un mercato del fumetto in libreria come quello italiano, in crescita ma decisamente meno ampio rispetto a quello di altri paesi come la Francia.

Una scelta che permette di ammirare al meglio i disegni sempre minuziosi e spesso ispirati, particolarmente importante per quanto riguarda i paesaggi, del disegnatore-reporter statunitense. Perché se sperimenta forse meno sul piano formale rispetto a Gaza 1956, Sacco sposta qui la sperimentazione sui registri narrativi e si rivela un paesaggista dal sapore quasi antico, un aspetto sul quale aveva già cominciato a lavorare con lo splendido La grande guerra (sempre Rizzoli Lizard), incentrato sulla battaglia della Somme durante la prima guerra mondiale. Così come alcune sequenze con Sacco sulla camionetta tra le nevi per la loro struttura sembrano rifarsi alle modalità delle sequenze d’azione del fumetto giapponese, magnifiche per efficacia e percezione della realtà, rivelando nel maestro del graphic journalism un potenziale ancora inesplorato. Del resto, la sensibilità qui dimostrata da Sacco per i paesaggi ha decisamente qualcosa di orientale.

Un’interrogazione alta e prosaica
E la questione dei paesaggi naturali è centrale nel nuovo lavoro, poiché Sacco ritrae un’altra popolazione marginalizzata e schiacciata dal dominio dei forti: i dene, nativi del Canada nordoccidentale. I paesaggi per loro non sono una decorazione, ma sono tutto, anzi il Tutto con la maiuscola. A sottolineare che la vita durissima e tuttavia piena da loro condotta per secoli malgrado temperature proibitive, era quasi una mistica panteistica inscindibile dal mondo concreto. Il libro intero è un altalenare continuo di posizioni diverse e ambivalenti tra il cogliere le possibilità della modernità e il desiderio di preservare la propria identità culturale.

Le giovani generazioni sembrano avere forse la chiave per trovare il difficile equilibrio tra modernità e cultura arcaica, cambiamento e identità. Nel comporre un reportage poderoso quanto rigoroso sullo sfruttamento delle risorse energetiche dei territori nativi compiuto dalle grandi aziende, in particolare usando la tecnica controversa del fracking – ennesima frontiera di un colonialismo che si fa qui industriale come suggerisce il sottotitolo –, Sacco sperimenta un’ibridazione tra resoconto antropologico e romanzo storico, reportage e pamphlet, e ne viene fuori un’interrogazione alta e prosaica sugli ultimi della Terra mai vista prima d’ora.

Si delinea così un mosaico grandioso e composito nel quale, come in uno specchio, ritroviamo molte delle questioni a cui siamo tutti confrontati

E offre una galleria di personaggi unici, con i quali crea un’empatia per il loro dolore pervasiva, a tratti struggente. La narrazione sul piano sia giornalistico sia politico e antropologico è esemplare quanto rigorosa e nondimeno non veicola mai la freddezza: le decine e decine di personaggi incontrati e intervistati sono sondati fin nella loro interiorità, nel loro vissuto, con un’empatia umana reale che, inversamente, nulla toglie al distacco sul resoconto fattuale dei dati, sulla verifica imparziale delle informazioni.

Tuttavia, riguardo alle varie tematiche riportate e sul futuro di questa popolazione, Sacco si interroga con loro e con noi, spesso attraversato da mille dubbi, sempre evitando di giudicare. L’autore riesce a restituire gli intervistati quasi nella loro fisicità, degli esseri in carne e ossa più che dei personaggi. Ciascuno sembra avere la chiave per ogni questione, ma poi un altro dimostra di avere altrettante frecce al suo arco, anche l’interlocutore meno credibile, e si delinea così un mosaico grandioso e composito nel quale, come in uno specchio, ritroviamo molte delle questioni a cui siamo tutti confrontati: il rispetto dell’ambiente e il riscaldamento globale, l’ambivalenza tra sviluppo e qualità della vita, i diritti sociali e individuali, il mantenimento dell’identità culturale di fronte ai processi omologanti e alienanti portati dalla globalizzazione.

Non è facile trovare certezze per il futuro visto che un sentimento di costante incertezza sembra diffuso tra gli stessi dene. Quello che però appare certo fino alla fine, è la continua e sistematica manipolazione nei loro confronti compiuta dal potere bianco, anche se con delle eccezioni, tra cui quelle fondamentali di alcuni alti magistrati che nel corso degli anni hanno in parte capovolto delle situazioni endemiche mettendo in subbuglio il potere politico ed economico. Ma il potere cattolico si farà troppo spesso strumento crudele e distruttivo delle identità culturali delle popolazioni annientando, con esse, decine di individui diventati poi violenti, depressi o alcolizzati. Non manicheo, Sacco racconta al contempo il mondo delle suore, costrette dalle famiglie a entrare negli ordini, e pertanto anche loro in qualche modo delle vittime, per poi spezzare con nettezza una lancia in favore di alcuni missionari sinceri che cercavano semplicemente l’osmosi spirituale tra le culture indigene e quella cristiana.

Tributo alla terra, Joe Sacco. (Rizzoli Lizard)

Nella lunga parte finale dedicata ai giovani, l’esempio, sia morale sia umano, di questi missionari sembra restare: seppur in maniera non lineare i giovani paiono scostarsi dalla dialettica pesante, quando non lotta intestina, con cui si confrontano i padri, cercando di trovare un equilibrio tra il meglio della modernità e il bisogno diffuso di recuperare l’identità spirituale dei loro antenati: appaiono infatti impregnati di una consapevolezza riacquisita della loro simbiosi con il pianeta, del tributo che è necessario dare alla Terra, per tornare al titolo.

E per quanto sia una dialettica al momento anch’essa irrisolta, almeno in parte, la loro problematica ancora una volta ci interroga tutti e non poco, in quanto siamo un paradosso: una civiltà tecnologica avanzata sta creando i presupposti per autodistruggersi perché sembra aver dimenticato il rapporto di interdipendenza che la lega al pianeta. E Tributo alla terra, libro dagli strati quasi infiniti, magistrale condensato di molte questioni fondamentali e per giunta intergenerazionale, è per queste ragioni uno dei più significativi promemoria perché ci si indigni e si combatta per il futuro della specie umana annullando il più possibile i confini tra ceti e generazioni.

Confini labili
Altro capolavoro è Epiphania del francese Ludovic Debeurme, due i volumi finora usciti su tre complessivi (Coconino Press, 128 e 144 pagine, 20 euro). Graphic novel distopico, condensa come il libro di Sacco una quantità impressionante di temi e livelli di lettura su temi molto simili, anche se la forma scelta oscilla tra la metafora e l’allegoria, la parabola surrealista e il fantastico orrido. Tutto ha una doppia lettura, e soprattutto praticamente ogni elemento rappresentato contiene due cose in una, un suo opposto che forse, dietro l’apparenza, non lo è. Un’opera paradigmatica della labilità dei confini e della dualità insita in ogni cosa.

In un mondo (post)moderno che oscilla tra il kitch del pop e l’arcaico, si avverte un clima da apocalisse generale, climatica ma non solo. Uno tsunami improvviso colpisce una città sulla costa ma una volta tornata la calma il mondo intero si rivela disseminato di strani cumuli nel terreno. Si rivelano essere dei bambini dalle strane forme, simili a elfi o esseri mostruosi del mondo antico. Denominati epiphani, via via che crescono saranno dei “diversi”, degli emarginati. Ben presto, dietro ai richiami ufficiali all’integrazione ben altre politiche sono gradualmente messe in atto, mediante una crudele manipolazione, un costante imbroglio per farli essere quel che non sono, per togliere loro l’identità, proprio come i dene raccontati da Sacco.

Epiphania, Ludovic Debeurme. (Coconino Press)

Durante la loro crescita, costoro vedranno che i princìpi sbandierati sono falsi e pura apparenza e gli umani esseri crudeli ai quali bisogna rispondere con altrettanta crudeltà. Gli epiphani diventano allora una metafora che condensa sia gli emarginati della società sia i terroristi islamici (l’attentato rimanda tanto ad Al Qaeda che al gruppo Stato islamico). Ma anche figure dal sapore arcaico che sembrano uscite da certe rappresentazioni iconografiche medioevali, come i bestiari, ma vicini anche ai tanti supereroi mutanti della Marvel (dagli X Men ai Fantastici Quattro) e le astronavi hanno tanto la levigatezza del postmoderno quanto la suggestione rétro da fumetto di fantascienza anni quaranta e cinquanta.

Tuttavia, ben lungi dall’essere meccanica questa dialettica lacerante di tesi e antitesi che opera all’interno di esseri per metà umani e per metà animali, rivela in realtà una intensa visione panteistica e umanistica che dispiega tutta la sua forza dirompente nel visionario terzo volume che conclude questa appassionante minisaga di grande finezza e profondità. Soprattutto, l’autore enuncia mediante gli epiphani la ribellione alla nostra prepotenza della madre Terra, come direbbero i nativi americani.

Cosa vorranno essere gli epiphani? Angeli sterminatori o angeli della resurrezione? Grande romanzo sull’adolescenza come momento profondamente traumatico, tema importante nell’opera dell’autore (si veda lo straordinario dittico Lucille e René, sempre Coconino press), come pure sulla paura della paternità, intesa come mostruosità che viene a turbare i ritmi certi della nostra vita, Epiphania è un originalissimo e alto canto dolente sull’osmosi tra la Terra, l’essere umano e tutti gli esseri viventi.

Forza misteriosa
Che quest’epoca sia un labirinto mutevole tanto delle forme organiche che della psiche il nuovo libro di Charles Burns lo esprime fin dal titolo. I labirinti (Coconino Press, 64 pagine, 20 euro) è infatti il primo volume di un nuovo ciclo di graphic novel con cui il maestro statunitense indaga l’America e la (post)modernità come sempre sotto il prisma dell’inquietudine adolescenziale e di una potente trasfigurazione dell’estetica horror-pop che vira spesso al gore questa volta con il colore dopo tanti magistrali chiaroscuri. In questo primo capitolo, ipnotico, pregno di atmosfere intense e sospese, la narrazione scivola via leggera e riesce a dire qualcosa di ancora molto forte pur restando nella scia della ricerca cominciata nelle sue opere precedenti. In particolare è contiguo al suo monumentale capolavoro dell’oscurità, Black hole (Coconino Press).

Labirinti, Charles Burns. (Coconino Press)

La trasfigurazione operata da Burns riguarda quella del fumetto popolare più anonimo della maggioranza dei comics book destinati perlopiù agli adolescenti. Non è quindi un caso se gli adolescenti sono importanti nei film gore citati in Labirinti, come per esempio La strage di Frankenstein di Herbert L. Stock (I was a teenage Frankenstein, 1957), ennesima rielaborazione del mito di Frankenstein che dà centralità agli adolescenti, e soprattutto sono tutti titoli dove la questione dei corpi e della carne è centrale.

Il fatto che Burns non si rifaccia all’immaginario iconografico né del fumetto né del cinema più raffinato e che riesca a sovrapporli per fonderli entrambi come fossero una cosa sola ne aumenta misteriosamente la forza.

Indubbiamente il discorso sull’immagine anonima è in parte diverso per L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the body snatchers, 1956), il classico di Don Siegel paradigmatico dell’ossessione per il nemico comunista e che ha ossessionato altrettante generazioni di registi e spettatori per la sua forza metafisica ed espressiva e di cui sono riprese immagini e sequenze per alcune pagine. Le immagini con i volti in primo piano del film rinnovano la forza visiva di alcuni momenti e soprattutto creano un rapporto silenzioso e tuttavia eloquente per la sua potenza visiva con i due adolescenti, un ragazzo cinefilo e una giovane aspirante attrice, che si sono dati appuntamento per vedere il film in una piccola sala dai pochi spettatori. Un bel modo di rammentare che il cinema è sguardo, che bisogna saperlo guardare e interrogare in quanto arte ipnotica che ci interroga nel profondo. Ed è proprio quello che capita ai due giovani.

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In questo nuovo groviglio di forme organiche mutanti, di giganteschi baccelli da cui fuoriesce forse l’orrore più oscuro o la bellezza più assoluta – oppure anche, nascosti sotto a uno strato ulteriore, gli ingredienti alchemici di un cinema e di un fumetto popolare il cui segreto è forse andato perso – l’autore mette al centro degli adolescenti sperduti e impauriti verso i quali sembra provare una grande e quasi incontenibile tenerezza. Che siano umani o mutanti poco importa, perché l’adolescente è per definizione in mutazione continua nella sua lenta fuoriuscita dalla crisalide dell’infanzia. Il suo libro è quindi l’espressione di un potente sentimento umano rivolto ad adolescenti abbandonati in un mondo meraviglioso e inquietante come il bosco di una fiaba arcaica, un mondo secondo Charles Burns malato per colpa degli adulti e a sua volta in perenne mutazione.