13 luglio 2021 16:17

Tre piani segna l’atteso ritorno alla finzione e alla narrazione di Nanni Moretti dopo lo splendido documentario sul golpe di Pinochet e la solidarietà italiana, popolare ma anche istituzionale mediante la protezione dell’ambasciata. Spiace constatare quindi che, per la prima volta, Moretti ci ha deluso. Intendiamoci, nel film sono tante le cose belle che rivelano le consuete finezza e complessità dietro l’apparente semplicità.

Nell’adattare l’omonimo romanzo di Eshkol Nevo il regista romano impressiona fin dalla prima inquadratura, nera come la notte e l’asfalto. La scena d’apertura dell’incidente d’auto che provoca la morte di una donna lascia a bocca aperta ed è un miniconcentrato delle nostre paure, di quest’ansia da catastrofe continua che ci attanaglia dall’11 settembre in poi. Paure globali, certo, ma che si mutano in una mistura tutta particolare qui da noi per la nostra peculiare cultura piccolo borghese. Quella cultura piccolo borghese tanto indagata dal cinema italiano e di cui Moretti ci offre un nuovo ritratto.

Tre piani che corrispondono ad altrettante variazioni sull’incapacità di essere padri e, nel caso specifico, tre variazioni sul fallimento del maschio italiano. C’è il padre buono ma fisicamente sempre assente, che crea nella moglie una quasi depressione post parto; c’è il padre ossessivamente rigido nel suo ruolo perché convinto che essere un magistrato integerrimo possa andar bene, anche se a scapito dell’essere umano, generando così un figlio mostro; e infine c’è il padre con ossessioni latenti che, nel proiettare su un anziano paure pedofile da piccolo borghese, sembra nascondere qualcosa d’inconfessabile.


Un grande senso della sintesi, che affiora in particolare nel montaggio, dà luogo a un ritmo asciutto, quasi secco, permettendo alle varie storie di generare una sorta di geometria dagli accenti musicali su una girandola di fallimenti e lutti progressivi inseriti su una temporalità molto lunga, creando così un movimento del tempo che coincide, grazie alla regia, con un movimento dello spazio. E questo dopo un’apparente immobilità, un gelo del mondo. Regia e fotografia sanno essere gravi, cupe e aeree al momento giusto.

E tuttavia altri elementi non meno importanti ne inficiano la piena riuscita. La costruzione di gran parte dei personaggi risulta troppo schematica, di maniera, priva di reale intensità e non lontana da tanti sceneggiati televisivi di media fattura. Il personaggio del giudice è un cliché e Moretti, che lo interpreta, forse per la prima volta non aggiunge nulla. L’anziano pare uscito da una finzione televisiva consolatoria. In particolare, il lato oscuro del padre ossessionato dalla pedofilia, interpretato da Riccardo Scamarcio, è privo di qualsiasi forza. I dialoghi fin dall’inizio intendono essere semplici e concisi, ma si rivelano non di rado di una banalità rozza, talvolta greve, che rimanda ancora alla finzione televisiva più scontata.

In questo coacervo di stereotipi non basta lo splendido personaggio della madre del ragazzo-mostro e moglie del magistrato-mostro, interpretato da Margherita Buy, che più invecchia e più diventa primaverile ed è in fondo una salvatrice che affronta per tutti una penosa via crucis. Questa donna piena di ansie, a lungo sottomessa al volere maschile, ma che alla fine rinasce facendosi un po’ Madonna e un po’ Cristo, non riesce tuttavia a salvare del tutto un film squilibrato che comincia con la morte e una prossima nascita nella notte e si conclude nella luce diurna, nell’illuminazione delle (ri)nascite.


Sarebbe importante scoprire nuovi autori forti, singolari, in sincronia con gli altri paesi senza aspettare l’eventuale Palma d’oro come accaduto per Bong Joon-ho con Parasite. Da qualche anno si parla sempre più del giapponese Ryusuke Hamaguchi. Il suo Drive my car è un film straordinario fondato sulle relazioni di una comunità, gli attori di una pièce teatrale, e su una qualità dei dialoghi che è all’opposto del film di Moretti, poiché qui parlano anche i numerosi silenzi. Al posto del condominio c’è un’elegante automobile rossa. E c’è un marito attore e regista teatrale e c’è una moglie sceneggiatrice che gli racconta le storie mentre sono in movimento: in automobile – il “luogo” principale del film – e nel letto mentre fanno l’amore. Registra per lui delle audio cassette per aiutarlo a memorizzare i testi.

Ma improvvisamene lei non c’è più. La sua morte lascia un vuoto che il marito cerca di riempire con la sua voce nell’auto, quasi posseduta dalla moglie. Ma attraverso l’assenza di lei il regista scoprirà meglio gli altri, gli opposti: gli attori da lui scelti provengono da quasi tutta l’Asia e si esprimono nella propria lingua. E diventa fondamentale una ragazza che parla, tale è la sua forza, la lingua dei segni. La pièce è del resto lo Zio Vanja del russo Čechov e lui è in trasferta a Hiroshima, città della memoria e del dolore. Tutto è dislocato altrove, tutto è sempre in movimento anche nell’apparente immobilità in questo film misterioso, spirituale e dagli strati di lettura quasi infiniti.


Benedetta è un capolavoro. Non ha deluso il film dell’olandese Paul Verhoeven, per diversi anni trapiantato a Hollywood e adottato dai francesi con Elle, prodotto come Benedetta dal tunisino naturalizzato francese Saïd Ben Saïd (la Francia, è importante notarlo, è l’ultimo paese europeo ad aver mantenuto una vera industria cinematografica). Perché questa sua nuova opera sulla perversione globale del genere umano sembra suggerire che questa non impedisce per forza il raggiungimento dell’elevazione spirituale.

Verhoeven pare volerci dire che esiste una vera correlazione, profonda, tra mistica e sessualità, quasi indissolubile. È un film che cresce scavando nell’interiorità dello spettatore. Anche questa storia vera, assolutamente incredibile, che racconta di un amore proibito tra due religiose e ambientata nell’Italia rinascimentale all’interno del monastero della città di Pescia, vicino a Firenze, è una riflessione sulla crudeltà insita nei ruoli eccessivamente rigidi, siano familiari o di cariche pubbliche o ancora, come qui, determinati dai dogmi religiosi. E si torna con il pensiero al film di Moretti.

La forza figurativa delle situazioni mistiche pur all’interno di un’impostazione visiva globale sobria, se non austera, la capacità di giocare con il trash – una costante della sua poetica – mediante sogni che sembrano la realtà pur mantenendo un sottile equilibrio tra la sensazione di grottesco e una profonda inquietudine, l’ambiguità del confine tra (auto)manipolazione e vera trascendenza, tra follia e razionalità, sono tra gli elementi più importanti di un racconto che sicuramente provocherà polemiche ma che, questo importa, farà riflettere.

pubblicità

Hytti nro 6 (Compartimento n. 6) del finlandese Juho Kuosmanen è tra le rivelazioni di questo festival, non solo del concorso. Una studente finlandese compie un lungo viaggio su una vecchia linea ferroviaria russa, di quelle frequentate dalle persone più comuni, da Mosca fino alla gelida Murmansk. Nello stesso compartimento trova un ragazzo russo che beve e pare poco affidabile: si rivelerà invece un incontro importante e per certi versi sorprendente.

Strutturato come una lunga videoinstallazione sia visiva sia sonora, in modo speculare ai compartimenti dei treni è un alternarsi continuo di climax divisi per comparti a seconda delle zone del treno e soprattutto dei luoghi delle lunghe soste. Al contempo, è puro cinema e molto godibile, che riesce a catturare l’attenzione dello spettatore in modo permanente. Notevole la finezza nel lavoro di regia (inquadrature, interpretazione, montaggio) e di sceneggiatura: praticamente un percorso in tutti gli stati d’animo della vita umana e il viaggio da esteriore diventa così interiore, compresi gli incontri fatti nel treno e soprattutto durante le tappe, dove sorprende la grande umanità di tante persone semplici e umili. Un film nel segno dell’empatia.