Óscar Arnulfo Romero a San Salvador, 1978.

Óscar Romero, il santo dalla parte dei poveri

Óscar Arnulfo Romero a San Salvador, 1978.
13 ottobre 2018 10:19

Bisognerebbe tornare a quel periodo, tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta in America Centrale, per capire cosa significa oggi la canonizzazione di Óscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso il 24 marzo 1980 dagli squadroni della morte di una delle più efferate e sanguinarie dittature di estrema destra che abbia attraversato la regione.

“Monsignor Romero è un difensore dei diritti umani, per questo la sua figura va oltre le frontiere della chiesa cattolica”, ha detto in una recente intervista Gregorio Rosa Chávez, cardinale, vescovo ausiliare di San Salvador, un tempo stretto collaboratore dell’arcivescovo ucciso. Romero, ha aggiunto, “evoca valori universali come la giustizia, è un modello di santità alla ricerca di un mondo più equo. Era un uomo innamorato di Dio, ma capì che non si poteva amarlo senza fare i conti con la povertà e le iniquità del mondo, tanta gente che si affida a lui vede in Romero un modello di uomo da seguire”.

E in effetti è necessario ripartire da alcuni dati essenziali per comprendere la traiettoria di Romero: ritrovatosi al centro di un conflitto civile violentissimo, l’arcivescovo di San Salvador divenne la voce pubblica, istituzionale, autorevole, che denunciava l’orrore. L’orrore delle torture, degli omicidi, delle detenzioni illegali, dei massacri nei villaggi che precedettero la sua morte e proseguirono a lungo anche dopo. Come nel caso dell’episodio terribile avvenuto nel villaggio di El Mozote e in altri villaggi circostanti nel dicembre del 1981, in cui morirono centinaia di campesinos, donne e bambini, trucidati, fatti a pezzi, bruciati dal famigerato battaglione Atlacatl addestrato dalla Cia per combattere la guerriglia del Fronte Farabundo Martì per la liberazione nazionale (Fmln).

Lo stesso corpo speciale fu responsabile della strage dei sei gesuiti, oltre a una cuoca e alla figlia sedicenne, nell’università Centroamericana nel novembre del 1989. El Mozote è una sorta di My Lay (Vietnam, 1968) o di Srebrenica (Bosnia, 1995) del Salvador, il terrore puro contro i civili inermi, il potere che divora un popolo. È in questo contesto, dunque, in cui la tortura e l’omicidio diventano pane quotidiano, che s’inserisce la figura di monsignor Romero.

Repressione e rivoluzione
Generalmente l’intera storia dei lunghi anni di guerra civile, di repressione brutale, che percorsero per tutti gli anni ottanta il Salvador, un piccolo paese agricolo dominato da un nucleo ristretto di potenti famiglie appoggiate dai militari, viene riassunto nel capitolo della guerra fredda. Il che, pur corrispondendo alla realtà geopolitica dell’epoca, non può nascondere una vicenda più complessa, radicata nei decenni addietro del secolo scorso, quando altre ondate repressive cancellarono ogni forma di opposizione, ogni presenza di cultura india sospettata, solo in quanto tale, di voler sovvertire l’ordine costituito, anticipo di quel concetto di pulizia etnica di cui si è preso coscienza solo in tempi più recenti.

Romero, dunque, incontrò nel suo breve cammino – fu arcivescovo di San Salvador dal 1977 al 1980, nominato da Paolo VI – l’oppressione e la rivoluzione, cercò di fermare la violenza senza fine che percorreva il paese, rifiutò di trasformare la chiesa in un partito o tanto meno in un’organizzazione insurrezionale e tuttavia, indubbiamente, si schierò fino in fondo dalla parte del popolo, dialogò con le organizzazioni sindacali o di ispirazioni marxista. Con la guerriglia, pur non condividendone l’ideologia, ma comprendendo le ragioni di quella lotta, cercò di mediare, denunciò i crimini di cui si macchiavano i militari, spinse i laici cristiani all’impegno politico in nome della giustizia e del Vangelo (“È chiaro che coloro che calpestano questo popolo debbano stare in contesa con questa chiesa”, affermò in un’intervista del maggio 1979).

La radicalità evangelica dell’arcivescovo di San Salvador metteva in discussione l’idea di una chiesa legata alle classi dominanti

Se insomma è dovuto arrivare papa Francesco perché la canonizzazione di Romero chiesta a gran voce dai popoli dell’America Latina (per i quali in fondo è già santo da tempo) andasse in porto, è perché la radicalità evangelica dell’arcivescovo di San Salvador, come è stato detto, metteva in discussione l’idea di una chiesa legata comunque alle classi dominanti, concetto che a quelle latitudini aveva connotati sociali e di classe ben precisi.

Romero è stato per questo odiato non solo dai militari del famigerato leader salvadoregno Roberto d’Aubuisson, ma anche da non pochi cardinali in Vaticano. La sua canonizzazione in piazza San Pietro il 14 ottobre rappresenta, in tal senso, un punto d’arrivo, il cerchio che si chiude, la piena riabilitazione di quella chiesa che scelse di stare dalla parte dei poveri, in primo luogo nel continente latinoamericano; non a caso Romero diventa santo insieme a Paolo VI, il papa che portò a compimento il concilio Vaticano II e che pure lo chiamò a guidare la diocesi di San Salvador.

Un riconoscimento tardivo
E tuttavia il rischio palpabile è che la spinta ideale ed evangelica eccezionale che muoveva allora un cattolicesimo vivo quanto non amato – soprattutto da Giovanni Paolo II e da molti dei suoi collaboratori – si sia definitivamente esaurita, la sua fiamma talmente affievolita da restare un ricordo. Il riconoscimento tardivo – a 38 anni di distanza dall’assassinio – rischia di essere un evento più per i libri di storia che per il presente. Ma i percorsi delle canonizzazioni risentono anch’essi della storia e dei conflitti da cui è attraversata, e oltre la “la fama di santità” intorno a un futuro canonizzato si svolgono non di rado cruente battaglie ideali o ideologiche e culturali pure nei corridoi vaticani: ci sono voluti così lunghi decenni per far uscire dalle catacombe la testimonianza-martirio di Romero e portarla in piazza San Pietro.

Con lui, dicevamo, sarà elevato agli onori degli altari Paolo VI, modello di riferimento per Bergoglio che nella sua elaborazione di un fitto magistero sociale così attento ai temi globali della finanza, della povertà, della giustizia, trae origine – per svilupparsi autonomamente, si pensi alle questioni ambientali – da un’enciclica come la Populorum progressio del 1967, nella quale, per esempio, a proposito della “tentazione della violenza” si affermava: “Si danno certo delle situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo. Quando popolazioni intere, sprovviste del necessario, vivono in uno stato di dipendenza tale da impedir loro qualsiasi iniziativa e responsabilità, e anche ogni possibilità di promozione culturale e di partecipazione alla vita sociale e politica, grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana”. Una strada che certo l’enciclica respingeva poi senza indugio, ma di cui si comprendevano le cause. Altri tempi. Eppure quella lezione sulla redistribuzione dei beni della terra torna d’attualità oggi in modo impressionante.

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Si tratta di un nucleo di problemi che continua a creare divisioni anche dentro la chiesa: l’adesione al modello capitalistico ultraliberista temperato dalla carità e dalla religiosità personale e la visione – alternativa – di un altro ordine mondiale, di un modello di sviluppo più giusto ispirato ai princìpi cristiani, entrano in rotta di collisione sempre più di frequente, e anzi è proprio a partire da questo nodo irrisolto che nascono molte delle contestazioni più forti interne al mondo ecclesiale nei confronti di Francesco. D’altro canto la guerra mossa contro la teologia della liberazione dal Vaticano nel corso degli anni ottanta, ha certo normalizzato la Chiesa dell’America Latina rendendola più docile in molti casi, ma anche più opaca, più ininfluente, più silenziosa. Per questo Romero, oggi, rappresenta anche un sussulto cattolico voluto per arginare lo straordinario consenso di cui godono le chiese e le sette evangeliche che dilagano nelle Americhe, un tempo pensate e finanziate dagli Stati Uniti come strumento per arginare il cattolicesimo sociale più impegnato, ma oggi fenomeno in parte autoctono capace di occuparsi anche dei poveri, degli emarginati.

Resta da dire che la violenza e i problemi sociali in Salvador come in gran parte dell’America Centrale, non sono certo finiti. Secondo il cardinale Rosa Chávez, di fronte al dramma delle migrazioni e della povertà del suo paese, oggi Romero direbbe ai salvadoregni “che tutti hanno il diritto di crescere i loro figli in modo dignitoso. Questo principio vale ieri come oggi. Oggi, l’emigrazione è un problema centrale. È un fenomeno che nasce dal desiderio di una vita migliore, ma lasciare il proprio paese e i propri cari porta con sé sacrificio e sofferenza. La povertà e la violenza spingono i salvadoregni a emigrare. Si emigra per dare da mangiare ai propri figli, perché non si ha più una casa, portata via dalle bande criminali, o per sottrarre i propri figli alle maras (bande criminali), che reclutano i ragazzi promettendo loro soldi facili in cambio della vita”.

In un contesto storico mutato profondamente, Romero resta figura di riferimento del cattolicesimo contemporaneo, personaggio che riapre contraddizioni irrisolte, capace di inquietare le coscienze. Per questo la canonizzazione non corrisponde a una “normalizzazione” della sua testimonianza, ma anzi diventa riferimento problematico, chiamata a misurarsi, senza timori e fino in fondo, con la condizione umana contemporanea.

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