13 ottobre 2020 13:32

Per comprendere fino in fondo la portata e la rilevanza della nuova enciclica del papa, Fratelli tutti, è necessario partire dalle sue radici, dalle origini del testo. Una prima importante traccia ce la dà lo stesso Francesco quando, nei paragrafi iniziali del documento, afferma: “Se nella redazione della Laudato si’ (la prima enciclica del pontefice argentino, ndr) ho avuto una fonte di ispirazione nel mio fratello Bartolomeo, il patriarca ortodosso che ha proposto con molta forza la cura del creato, in questo caso mi sono sentito stimolato in modo speciale dal grande imam Ahmad al Tayyeb, con il quale mi sono incontrato ad Abu Dhabi per ricordare che Dio ‘ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro’”.

Il riferimento è al Documento sulla fratellanza umana del 2019 sottoscritto dal papa e dal grande imam di Al Azhar (il più importante centro di studi teologici islamici). Potrà sembrare scontato ma non lo è: un testo magisteriale del capo della chiesa che trae ispirazione da un documento scritto a quattro mani con un altro leader religioso, per di più islamico, è un evento destinato ad aprire nuovi scenari sul piano spirituale e politico. Se già _Laudato si__’_, insomma, viveva del dialogo con un altro leader cristiano, qui si va molto oltre. “Si tratta di un fatto storico molto importante”, spiega a Internazionale Adnane Mokrani, teologo musulmano, studioso dell’islam, docente all’università Gregoriana di Roma. “In precedenza il papa aveva già menzionato un mistico musulmano , Ali al Khawas, in una nota della _Laudato si’_. Non era un mistico molto conosciuto, fu una cosa che sorprese non poco i ricercatori. Poi, in occasione del messaggio per la giornata mondiale della pace del 2017, ha menzionato un personaggio, Khān Abdul Ghaffār Khān, indo-pachistano, seguace del mahatma Gandhi e citato fra i personaggi che hanno scelto la strada della non violenza. Ma qui il riferimento è, evidentemente, ancora più forte”.

D’altro canto, l’enciclica parla anche di Gandhi, di Martin Luther King, di Desmond Tutu, del monaco Charles de Foucauld il quale, spiega il papa, “andò orientando il suo ideale di una dedizione totale a Dio verso un’identificazione con gli ultimi, abbandonati nel profondo del deserto africano. In quel contesto esprimeva la sua aspirazione a sentire qualunque essere umano come un fratello”. Infine, il testo s’inscrive in quella continua rivisitazione di san Francesco che percorre una parte significativa del magistero di Bergoglio. Del santo di Assisi viene non a caso ricordata anche “la sua visita al sultano Malik al Kamil in Egitto, visita che comportò per lui un grande sforzo a motivo della sua povertà, delle poche risorse che possedeva, della lontananza e della differenza di lingua, cultura e religione. Tale viaggio, in quel momento storico segnato dalle crociate, dimostrava ancora di più la grandezza dell’amore che voleva vivere, desideroso di abbracciare tutti”.

Il populismo è descritto come l’espressione dell’egoismo nella sua dimensione politica

Trasversalità e vicinanza spirituale, dunque, tra differenti personalità del presente e del passato, che hanno in comune però la volontà di incidere nella storia, di fermare la mano del violento, senza far scorrere il sangue. Francesco disegna in tal mondo, in Fratelli tutti, una possibile alleanza tra culture e tradizioni religiose per combattere le distopie del tempo presente: dal dominio della finanza al capitalismo della sorveglianza costruito intorno all’onnipotenza della rete, dalla crescita delle diseguaglianze alla costruzione di barriere per escludere i poveri e i migranti; mettendo al centro – all’opposto – la salvaguardia degli ecosistemi, i diritti umani, una società aperta e plurale, il lavoro. Traccia insomma una sorta di programma politico-spirituale per l’epoca che stiamo attraversando e riformula, aggiornandoli ai tempi, i termini in cui si sviluppa la dottrina sociale della chiesa.

“C’è un legame importante fra i due documenti, quello sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi e l’enciclica” osserva Adnane Mokrani. “Sembra anzi che quest’ultima sia la continuazione del primo e ne approfondisca alcuni concetti fondamentali, per esempio i principi di cittadinanza e uguaglianza, la rinuncia a usare la categoria e il termine ‘minoranze’”. Un’analisi, quella compiuta dal papa su questi aspetti, destinata a sconvolgere tradizionali impostazioni ecclesiali e politiche in Europa e Medio Oriente “Il concetto di ‘cittadinanza’ – scrive Francesco in Fratelli tutti riprendendo il Documento sulla fratellanza umana – si basa sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli”.

Secondo Mokrani, tuttavia, l’enciclica va anche oltre: dal testo del pontefice emerge infatti con chiarezza “che la fratellanza è l’altra faccia della pace. Non violenza e fratellanza vanno insieme, su questo Fratelli tutti è inequivocabile; il papa è arrivato alla convinzione certa della necessità di superare il concetto di ‘guerra giusta’, e lo fa in un documento ufficiale della chiesa. Afferma che in ragione dei progressi tecnologici raggiunti, evitare i cosiddetti danni collaterali, cioè la morte dei civili, è diventato impossibile. Dunque la guerra è vista come fallimento della politica e negazione dei diritti”. L’altro aspetto importante di questa enciclica, osserva lo studioso, è che parla del populismo descrivendolo come “una violenza potenziale in quanto rappresenta l’espressione dell’egoismo nella sua dimensione politica che sfocia in forme di egoismo collettivo, da qui si arriva al nazionalismo e infine alla guerra, a nuovi conflitti”.

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L’idea di percorrere la strada della non violenza per risolvere conflitti e sciogliere ingiustizie, “non è utopica – rileva Mokrani – perché il papa accompagna questa opzione con una serie di proposte concrete, per esempio chiede la riforma dell’Onu. Con le Nazioni Unite forti è possibile far prevalere la forza del diritto sul diritto della forza; si tratta di una proposta politica importante perché l’alternativa è la legge della giungla. C’è un progetto di società nell’enciclica: la religione in tal senso non fa politica, ma non può dare le dimissioni dalla dimensione esistenziale della politica”.

In questo contesto, Francesco non rinuncia a riaffermare le sue critiche al sistema economico globale per come esso si è strutturato, a forme pervasive di capitalismo che collocano il mercato e il profitto ai primi posti della scala dei valori collettivi, quasi fossero divenuti ormai feticci o idoli intangibili. La proprietà privata, spiega il pontefice, è subordinata al principio della “destinazione universale dei beni della terra” e al “diritto di tutti al loro uso”. Non solo: sul piano del benessere e in un certo modo della redistribuzione della ricchezza, Bergoglio afferma che “il grande tema è il lavoro”. “Per quanto cambino i sistemi di produzione – spiega – la politica non può rinunciare all’obiettivo di ottenere che l’organizzazione di una società assicuri a ogni persona un modo di contribuire con le proprie capacità e il proprio impegno”. In una prospettiva più ampia, quindi, il lavoro diventa forma di emancipazione dalla solitudine sociale, dall’emarginazione, strumento capace di restituire un’identità individuale e collettiva. “In una società realmente progredita il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale”, si legge nell’enciclica. “Perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo”.

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