23 ottobre 2020 15:11

Con una breve frase contenuta in un documentario sul suo pontificato, il papa ha fatto cadere un altro tabù che ha ossessionato molti vescovi negli ultimi anni: le unioni civili fra persone dello stesso sesso non sono più un male assoluto. “Quello che dobbiamo fare”, ha detto il papa, “è una legge sulle unioni civili (convivencia civil nell’originale in spagnolo, ndr), le persone hanno il diritto di essere protette legalmente”. Apriti cielo. La levata di scudi delle falangi integraliste è stata immediata: dall’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Gerhard Müller (“Non è possibile per un pensiero cristiano riconoscere le unioni civili”) al cattolicesimo americano più conservatore, fino a personaggi come il leader neofascista di Forza nuova Roberto Fiore, secondo cui “il popolo cattolico non può accettare quanto detto da Bergoglio sulle unioni omosessuali”.

Qualcuno ha poi insinuato che la traduzione dallo spagnolo all’inglese fosse imprecisa. Ci ha pensato Victor Manuel Fernández – arcivescovo di La Plata, in Argentina, e persona assai vicina a Bergoglio – a chiarire che sì, convivencia civil può essere tradotto con unioni civili, e che il papa la pensa così dai tempi di Buenos Aires.

Resta il fatto, evidente nel magistero di Francesco, che il matrimonio fra uomo e donna è un’altra cosa rispetto alle unioni omosessuali. Nel 2017, intervistato dal giornalista francese Dominique Wolton, il papa affermava: “Chiamiamo le cose con il loro nome. Il matrimonio è tra un uomo e una donna. Questo è il termine preciso. Chiamiamo l’unione tra persone dello stesso sesso unione civile”. E tuttavia sarebbe riduttivo giudicare queste parole come insufficienti o scontate: il dibattito sulle unioni civili e sulla discriminazione delle persone omosessuali sta infatti da qualche decennio attraversando parlamenti e nazioni in tutto il mondo, non solo in occidente, e costituisce un capitolo importante nel cammino verso la costruzione di società aperte capaci di riconoscere e valorizzare le differenze anche sotto il profilo legislativo.

Rapporto irrisolto
Sia sulle questioni di genere sia sull’omosessualità, la chiesa vive una stagione di conflitto e difficoltà – di rapporto irrisolto con la modernità – dalla quale il papa argentino cerca di tirarla fuori un po’ alla volta. Troppo lentamente secondo alcuni, mentre per altri è un eretico se non addirittura un anticristo. Il papa, insomma, oltre che con se stesso, con la propria formazione teologica e umana, deve fare i conti anche con la complessità della chiesa in quanto organismo mondiale, nel quale convivono culture e sensibilità differenti.

Di conseguenza Bergoglio non mette in discussione l’idea tradizionale di famiglia, per quanto alcune frasi contenute nel documentario del regista russo-israeliano Evgenij Afineevskij potessero lasciarlo supporre (e si è aperta in proposito una diatriba circa il montaggio di vecchie interviste fatte al papa in modo da piegarne un po’ il senso). Ma certo i suoi interventi ripetuti sul tema dell’omosessualità, le telefonate e i colloqui con omosessuali credenti, genitori di uno o più figli, l’indicazione chiara data alla chiesa di cercare sempre la strada del dialogo e dell’accoglienza, costituiscono pezzi di un percorso ormai riconoscibile.

Nel capitolo dedicato al “gusto di riconoscersi nell’altro” dell’enciclica Fratelli tutti si legge: “Questo implica la capacità abituale di riconoscere all’altro il diritto di essere se stesso e di essere diverso. A partire da tale riconoscimento fattosi cultura, si rende possibile dar vita ad un patto sociale. Senza questo riconoscimento emergono modi sottili di far sì che l’altro perda ogni significato, che diventi irrilevante, che non gli si riconosca alcun valore nella società”. E poco oltre si precisa: “Questo patto richiede anche di accettare la possibilità di cedere qualcosa per il bene comune. Nessuno potrà possedere tutta la verità, né soddisfare la totalità dei propri desideri, perché questa pretesa porterebbe a voler distruggere l’altro negando i suoi diritti”. “La ricerca di una falsa tolleranza – rileva ancora il pontefice - deve cedere il passo al realismo dialogante, di chi crede di dover essere fedele ai propri principi, riconoscendo tuttavia che anche l’altro ha il diritto di provare ad essere fedele ai suoi”.

Un nuovo patto
Dunque sarà certamente vero come ha detto Antonio Spadaro, direttore della rivista La Civiltà Cattolica, che Francesco “non cambia la dottrina”. Forse però disegna un modo nuovo del cristianesimo di stare nel mondo, proponendo allo stesso tempo un patto sociale fondato sull’inclusione delle differenze e non sul loro annullamento. La chiesa “ospedale da campo” immaginata dal papa fin dal principio del pontificato è appunto questo: un luogo in cui si curano le ferite dell’umanità senza distinzione; è la fine del clericalismo come sistema di potere, come ideologia che si serve della fede, della teologia, per dare ragione di assetti immobili e ben gerarchizzati nella società come nella chiesa.

Non per nulla è tornato alla luce in queste ore, a testimonianza dell’importanza delle parole di Francesco, il documento del 2003 della Congregazione per la dottrina della fede. Firmato dall’allora cardinale Ratzinger, è dedicato alle unioni civili: “Nel caso in cui si proponga per la prima volta all’assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale”. Scompariva la coscienza e l’autonomia rispetto alla sfera religiosa del credente impegnato civilmente, restava il diktat vaticano.

Inoltre, non si dimentichi che per anni su questo tema ha tuonato uno degli esponenti di punta della chiesa italiana come il cardinale Camillo Ruini, sia riuscendo a mettere in crisi vari governi sia ostacolando costantemente il magistero di Francesco e i suoi tentativi di aprire qualche spiraglio in un’asfissiante muraglia di divieti. “Non cambio idea: sono contro la comunione ai risposati e alle unioni civili. Sui gay la chiesa non è in ritardo, ma all’avanguardia: non escludo che l’ondata libertaria rifluisca”, affermava Ruini nel 2014. Succedeva dopo il primo sinodo sulla famiglia indetto dal papa per discutere temi e problemi rimasti troppo a lungo inevasi.

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Tuttavia, nel 2016 il parlamento italiano approvava, dopo lunghe e accese discussioni, la normativa sulle unioni civili. Ma appunto il discorso del papa è più ampio, ha una ricaduta culturale generale. Secondo l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin si tratta di “un messaggio molto forte rivolto alla chiesa, dice che il nostro atteggiamento deve cambiare”. Il papa, ha spiegato Martin, sta “facendo chiarezza” affinché si sviluppi un confronto su questi temi in primo luogo nella comunità cattolica.

Da rilevare, infine, che le affermazioni di Francesco hanno avuto una buona eco pure negli Stati Uniti, dove è in corso una convulsa campagna elettorale per la Casa Bianca. Lì la partita si gioca anche sul consenso delle comunità cristiane e dell’arcipelago di chiese presenti nel paese. L’intervento del papa non sposterà probabilmente molti voti fra Trump e Biden, ed è subito stato criticato dai settori più conservatori della chiesa cattolica. Tuttavia è stato apprezzato e accolto come un incoraggiamento dai cattolici favorevoli – la maggioranza, secondo i sondaggi – ai diritti delle persone lgbt+.

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