Anna Finocchiaro, Luca Lotti, Luciano Pizzetti e Maria Elena Boschi durante il voto finale sulla riforma costituzionale in senato, a Roma, il 13 ottobre 2015. (Roberto Monaldo, Lapresse)

Matteo Renzi vince la battaglia del senato

Anna Finocchiaro, Luca Lotti, Luciano Pizzetti e Maria Elena Boschi durante il voto finale sulla riforma costituzionale in senato, a Roma, il 13 ottobre 2015. (Roberto Monaldo, Lapresse)
13 ottobre 2015 18:16

Le profezie di un fallimento erano numerose. Con 85 milioni di emendamenti, l’ostruzionismo aveva raggiunto livelli mai visti. Non sono mancati gestacci sessisti, espulsioni e lamenti isterici sul tramonto della democrazia. Il presidente del senato Pietro Grasso è stato paragonato al famoso arbitro Moreno, che ai Mondiali del 2002 diresse la partita tra Italia e Corea del Sud. Alla fine l’opposizione snervata ha abbandonato l’aula di palazzo Madama. Ma Matteo Renzi non si è perso d’animo: “Vedrete che la maggioranza ci sarà. Le riforme si fanno. L’Italia si cambia”. E così è stato.

Quella sulla riforma costituzionale è la più importante vittoria politica del premier. Non è definitiva, perché mancano altri tre passaggi parlamentari. Di questi solo uno presenta dei rischi: l’ultima lettura al senato tra gennaio e febbraio prossimo, che richiede la maggioranza assoluta di 161 voti. Poi ci potrebbe essere il referendum, in autunno. La legge costituzionale è in parlamento dal maggio del 2013. I 18 mesi previsti alla fine saranno più che raddoppiati. È una riforma sofferta di cui si discute da 35 anni senza risultati concreti.

Per Matteo Renzi la strada potrebbe essere in discesa, perché la disgregazione dei partiti di centro sembra inarrestabile. L’ultimo a venire in soccorso al premier è stato il leghista dissidente Flavio Tosi, che controlla sette seggi in parlamento. Il centro continua a franare al ritmo impressionante di dieci parlamentari al mese, il doppio della legislatura precedente. Il numero dei transfughi a metà legislatura ha raggiunto la cifra record di 227. In questo bacino eterogeneo Renzi non ha grandi difficoltà a trovare sostegno. L’alleanza con il gruppo di Denis Verdini fa infuriare la sinistra del Pd, che esce comunque malconcia da questa maratona di due settimane, in cui molti parlamentari hanno dato il peggio di sé.

Le proteste sono durate fino al voto finale. Quando ha preso la parola l’ex presidente Giorgio Napolitano, che secondo la ministra Maria Elena Boschi è il padre della riforma, Forza Italia e Movimento 5 stelle hanno abbandonato l’aula. Il risultato del voto finale era scontato, perché Forza Italia, M5s e Sel non hanno partecipato al voto. Si sa che la riforma costituzionale non è una legge organica (come tutte le leggi italiane) e che molte norme saranno difficili da applicare. Ma la sofferta abolizione del bicameralismo è comunque un passo storico e ridurrà notevolmente i tempi della legislazione, che in Italia sono da record.

Ora Renzi può guardare in modo abbastanza rilassato al suo futuro politico. L’appuntamento più pericoloso saranno le elezioni comunali a Roma, Milano, Napoli e Torino. Dopo le turbolente dimissioni di Ignazio Marino, il 13 ottobre un terremoto politico ha fatto tremare il Pirellone di Milano: l’arresto per corruzione di Mario Mantovani, vicepresidente della Lombardia, ex senatore e sottosegretario di Berlusconi. È indagato anche l’assessore all’economia Massimo Garavaglia. Nuovi casi di corruzione che non mancheranno di agitare gli animi in vista delle elezioni.

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

La misteriosa scomparsa degli orsi in Sicilia è la grande impresa di Mattotti
Francesco Boille
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.