Il 2016 è stato un anno luttuoso, dal punto di vista musicale. Sono morti, tra gli altri, David Bowie, Leonard Cohen, Prince, Alan Vega dei Suicide, George Martin e Sharon Jones. Complice il ruolo centrale che hanno ormai i social network nella vita di tante persone, abbiamo passato quasi più tempo a celebrare il passato (anche giustamente, per carità) che a vivere il presente.

Però non dobbiamo farci ingannare dalle nostre bacheche di Facebook: il 2016 è stato anche un anno di ottima musica, nel quale sono usciti diversi dischi di alto livello, come mai era successo negli ultimi anni. Due di questi, triste coincidenza, sono proprio quelli di Bowie e Cohen.

Il 2016 però è stato anche un anno di grandi conferme di artisti più “giovani”: i Radiohead sono tornati in grande stile, così come Kanye West e Danny Brown, che ci dimostrano ancora una volta che l’hip hop è uno dei generi più vivi.

Le classifiche, di solito, scatenano critiche feroci e qualche insulto. Provo subito a schivarne uno. Sì, non c’è Lemonade di Beyoncé. Perché? Lemonade mi annoia ogni volta che lo ascolto e trovo che il suo successo sia una vittoria schiacciante del marketing sulla musica. Beyoncé non funziona nemmeno un po’ nella parte della cantante impegnata e fatico davvero a capire il plebiscito che è arrivato da tutta la critica internazionale, e per tutta intendo tutta. Forse, vista la schiacciante minoranza nella quale mi ritrovo, dovrei farmi qualche domanda.

Basta chiacchiere, ecco la lista.

1) David Bowie, Blackstar
Blackstar è uscito l’8 gennaio, due giorni prima della morte di David Bowie. Inevitabile che acquistasse un significato simbolico assoluto e diventasse il canto del cigno del musicista britannico. Blackstar è un disco molto cupo ed enigmatico, registrato in gran segreto nello studio The Magic Shop di New York insieme a dei musicisti jazz locali. Bowie era malato da tempo di cancro al fegato, anche se aveva scoperto che la sua malattia era stato terminale solo a novembre, e ha lavorato a queste canzoni sapendo che potevano essere tra le ultime della sua carriera (in realtà voleva fare ancora un disco prima di lasciare la Terra). Forse è per questo che i brani di Blackstar contengono una disperata urgenza espressiva, ben superiore a quella del precedente The next day. La canzone d’apertura, Blackstar, è un brano di inarrivabile bellezza, roba da storia della musica. Le altre, a parte Lazarus, non possono essere all’altezza, ma il disco è nel complesso un mezzo capolavoro. L’ennesima dimostrazione, anche se non ce n’era bisogno, della grandezza di David Bowie. Con le ultime forze che gli rimanevano, ha piazzato la zampata finale della sua carriera.

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2) Radiohead, A moon shaped pool
Nei mesi scorsi si è parlato molto più della “sparizione” dai social network dei Radiohead che del loro nono album, A moon shaped pool. La scelta di cancellare i propri post da Facebook, Twitter, Instagram e dal sito ufficiale, a conti fatti, era solo una strategia di marketing, neanche troppo originale. A mesi di distanza, conviene riascoltarsi il disco, senza distrazioni. A moon shaped pool non è uno dei lavori migliori della carriera dei Radiohead (per esempio è inferiore al sottovalutato The king of limbs ma è superiore al pasticciato Hail to the thief), ma farebbe la fortuna di parecchie band in circolazione. È un disco autunnale, grigio come la sua copertina, molto soffuso e malinconico, costruito soprattutto sul pianoforte, gli archi e le chitarre acustiche. Sobrio, classico, meno nevrotico rispetto al passato. In A moon shaped pool ci sono almeno tre canzoni memorabili (Daydreaming, Glass eyes, Identikit) e altri brani di alto livello. I Radiohead si confermano come la band rock (ha ancora senso usare questo termine?) più influente del pianeta.

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3) Kanye West, The life of Pablo
Vedi alla voce: separare l’uomo dall’artista. Kanye West ormai è un personaggio discutibile, non sa più se vuole essere Gesù, il presidente degli Stati Uniti, il re dell’hip hop, uno stilista o chissà cos’altro. Soffre di nevrosi, del resto. Ma quando mette mano su un campionamento si dimostra ancora un totale fuoriclasse. The life of Pablo ha avuto una lunga gestazione, West ha continuato a rimaneggiarlo anche dopo la sua pubblicazione e ha fatto qualche pasticcio. Il risultato è una cartina di tornasole di cos’è la musica nel 2016. Dentro c’è il gospel (Ultralight beam), c’è il rap da classifica (Famous, Real friends), ci sono diversi furti artistici molto ben riusciti (Pt.2), e c’è un duetto con Kendrick Lamar (No more partiers in LA) dove West dimostra che sa ancora fare dell’hip hop classico. Perfino le parti più deliranti (I love Kanye) conservano un forte fascino.

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4) Nick Cave, Skeleton tree
Alla base di questo disco c’è una tragedia: la morte di Arthur, il figlio di Nick Cave. Per questo Skeleton tree non è un disco semplice da affrontare. Sembra quasi offensivo metterlo in una classifica, tentare di catalogarlo in qualsiasi modo. Cave aveva cominciato a comporre queste canzoni prima che Arthur precipitasse da una scogliera, ma quello che è successo non può non averlo influenzato. Musicalmente, Skeleton tree è il gemello oscuro di Push the sky away. Warren Ellis ha proseguito il processo di scarnificazione della musica di Cave, togliendo quasi del tutto le chitarre e spianando la strada ai sintetizzatori. Le canzoni spesso sono bozzetti, la voce di Cave è un lamento. I testi sono bellissimi, come capita quasi sempre nei suoi dischi. A tratti, come in Magneto, sembra di sentire un disco di Scott Walker. Il pezzo più bello è quello finale, nel quale dopo tanta oscurità si intravede finalmente un po’ di luce.

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5) Frank Ocean, Blonde
Altro caso in cui si è parlato più della strategia di pubblicazione che del disco stesso. Come ha fatto notare il mio collega Daniele Cassandro, a forza di hype, scherzi e meme la musica di Frank Ocean rischiava quasi di passare sotto silenzio. Frank Ocean è un’eccezione nel mondo dell’r&b contemporaneo: è schivo, evita il machismo e vive la sua sessualità in modo fluido. Da un punto di vista musicale, Blonde ha confermato tutte le qualità mostrate in Channel orange, mostrando un lato più intimista della musica di Ocean. È un disco che suona etereo, a tratti quasi sommesso, ma è pieno di melodie ottime. Va apprezzato il coraggio del suo autore, che invece che mettersi a rincorrere le classifiche è andato dritto per la sua strada, togliendo tutti gli orpelli alla sua musica. Ci sono un paio di momenti di soul puro (Solo), ma anche brani di pop strumentale di grande intelligenza (White Ferrari, che cita Here, there and everywhere dei Beatles, è un gemma).

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6) Ray LaMontagne, Ouroboros
Ouroboros di Ray LaMontagne è un inno alla sopravvivenza dell’album, per come lo si intendeva negli anni settanta. È un disco coraggiosamente antistorico, concepito come un unico flusso di coscienza. Il suo titolo rimanda al misticismo: l’Uroboro è un simbolo antico che rappresenta un serpente che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine. È stato prodotto da Jim James dei My Morning Jacket, che sembra aver voluto accentuare i toni oscuri della musica di LaMontagne, lasciando in primo piano il fuzz della sua chitarra. Ne sono usciti fuori grandi pezzi come Hey, no pressure, dove dentro c’è il rock psichedelico dei Pink Floyd di Dark side of the moon ma anche un po’ di funk. Nell’ultimo brano, Wouldn’t it make a lovely photograph?, LaMontagne urla: “Non sentirai mai questa canzone alla radio”.

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7) Danny Brown, Atrocity exhibition
L’hip hop, ormai molto più del rock, è un genere vivo e sperimentale. Lo prova il fatto che uno come Danny Brown, rapper di Detroit specializzato in storie di droga e bassifondi, abbia deciso di farsi produrre il nuovo album Atrocity exhibition dalla Warp Records, storica etichetta britannica specializzata in musica elettronica. Atrocity exhibition è guidato dalla voce sgraziata e dal flow nevrotico di Brown. La musica del rapper di Detroit è scaltra e ha la forza di guardarsi attorno con grande intelligenza: flirta con l’elettronica, con il post punk (il titolo dell’album è ispirato da una canzone dei Joy Division), con il grime e la techno. I testi di Brown sono dei proiettili di paranoia, quindi alla lunga l’ascolto è un po’ faticoso, ma vale la pena sforzarsi perché la musica è notevole.

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8) Leonard Cohen, You want it darker
Le canzoni di Leonard Cohen sono da sempre “infestate dalla morte”, come ha scritto David Remnick in uno splendido articolo uscito a ottobre sul New Yorker. Questa sobria oscurità, questo senso di epilogo è molto forte in You want it darker, il miglior disco pubblicato dal cantautore canadese negli ultimi anni, che in modo simile a Blackstar è diventato un canto del cigno da manuale. In Treaty, uno dei pezzi più riusciti del disco, Cohen riflette su dio e sull’amore, due dei suoi temi preferiti. Cita il Vangelo secondo Giovanni e recita con la sua voce cavernosa sopra un tappeto di pianoforte e archi scritto dal produttore Patrick Leonard. Nel brano di apertura, You want it darker, sembra quasi anticipare la sua morte: “Sono pronto, mio Signore”.

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9) Elza Soares, A mulher do fim do mundo
Elza Soares, 79 anni, è un’icona della musica brasiliana. La sua vita è stata tanto intensa quanto tragica. Nata nel 1937 in una favela di Rio, è stata costretta a sposarsi a 12 anni e ha avuto il primo figlio a tredici. È rimasta vedova a 21, dopo aver avuto altri quattro figli. Nonostante questo, è diventata una delle più grandi star della musica brasiliana. Si è risposata con il calciatore Garrincha, alcolizzato e violento, morto di cirrosi negli anni ottanta. Queste sofferenze si sentono tutte nel suo ultimo album, A mulher do fim do mundo, uscito nel 2015 in patria e ristampato quest’anno. È un disco bellissimo e coraggioso, pieno di storie tristi di povertà, abusi e violenza. È stato registrato con un gruppo di giovani musicisti di São Paulo e mescola il samba brasiliano con il rock e il noise. È fatto di canzoni sporche, dove Soares quasi sputa le parole più che cantarle.

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10) Tim Hecker, Love streams
Tim Hecker è bravo perché fa della sperimentazione non fine a sé stessa. Nel suo ultimo album, Love streams, come nei suoi concerti (che sono una vera e propria esperienza sensoriale), Hecker mette alla prova l’udito degli ascoltatori, flirtando con il noise, ma c’è sempre una melodia sotto i suoni sperimentali. Hecker ha definito il disco, registrato in Islanda insieme al compositore Jóhann Jóhannsson, “un flusso di trascendenza”. E in effetti c’è un qualcosa di mistico, di sacro, in questi undici brani strumentali. Anche in questo caso, il brano migliore è l’ultimo, quello più lungo, ma anche quello più aperto, liberatorio. Il miglior album di musica elettronica del 2016.

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Se interessa, ho fatto una playlist su Spotify con due canzoni per ognuno di questi dieci album.

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