30 settembre 2020 13:43

Arundhati Roy
Azadi. Libertà, fascismo, fiction all’epoca del Coronavirus
Guanda, 240 pagine, 18 euro

All’indomani della pubblicazione del Dio delle piccole cose, i lettori di Arundhati Roy hanno cominciato ad aspettare il suo secondo romanzo. Nessuno immaginava che l’attesa sarebbe durata ben vent’anni, fino alla pubblicazione del Ministero della suprema felicità (2017). In quei due decenni Roy ha sviluppato il talento di una grande saggista. Dall’anno scorso disponiamo di una raccolta di questi saggi che totalizza un migliaio di pagine (Il mio cuore sedizioso, Guanda). Azadi (“libertà” in urdu) ne costituisce un aggiornamento e una chiave d’accesso. Composto da conferenze, inchieste e reportage è centrato sui due temi cari alla sua autrice.

Il primo è la ricchezza culturale e soprattutto linguistica del subcontinente indiano, forse la più profonda delle ragioni che hanno portato Roy a scrivere. Il secondo è la contestazione delle ingiustizie sociali che in quello stesso subcontinente si conservano e si riproducono, che costituisce la causa principale del suo impegno politico. A legare i due temi è l’attualità degli ultimi anni, segnata dalla presa di potere del Bharatiya Janata Party (che Roy non esita a definire fascista) e in particolare del suo leader Narendra Modi, che inneggiando alla tradizione e alla sicurezza impiega la violenza per ridurre l’India a una sola identità, quella induista, e per ampliarne ulteriormente le disuguaglianze.

Questo articolo è uscito sul numero 1377 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati