20 gennaio 2021 17:51

Marshall Sahlins
L’economia dell’età della pietra
Elèuthera, 452 pagine, 25 euro

Oggi le conseguenze negative del perseguimento a ogni costo di una crescita senza fine sono sotto gli occhi di tutti. Eppure a molti riesce ancora difficile pensare alle alternative. Per farlo, può essere utile tornare a leggere il libro che una cinquantina d’anni fa mise drasticamente in discussione che un progresso economico ci fosse effettivamente stato.

Nel 1973 Marshall Sahlins, applicando la lezione di Karl Polanyi, secondo cui occorreva distinguere la forma dell’economia (come il mercato) dalla sua sostanza (l’approvvigionamento, la soddisfazione dei bisogni, la redistribuzione), dimostrò che in molte società che si definivano “primitive”, quelle dei cacciatori-raccoglitori, i bisogni venivano perfettamente e abbondantemente soddisfatti. Solo i cambiamenti della politica, e in particolare la nascita dello stato, avevano provocato il bisogno di produrre e consumare di più, facendo terminare la felice opulenza del paleolitico. La tesi provocò forti reazioni, non solo tra chi cercava nell’economia liberale il modello per pensare ogni interazione umana, e innescò un dibattito che travalicava di molto gli ambienti delle scienze sociali toccando quelli dell’attivismo. “In definitiva”, come scrive David Graeber nell’appassionata prefazione che arricchisce il volume, “un saggio che ha davvero cambiato la storia, anche se fino a ora prevalentemente la storia passata”.

Questo articolo è uscito sul numero 1392 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati