01 luglio 2021 20:07

Le violenze della polizia penitenziaria contro i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere non sono un’anomalia: sono il sistema. Il carcere è un’architettura della sofferenza, un principio organizzativo dello spazio concepito per piegare e annichilire i corpi. Quello che è successo nell’istituto campano – dove 52 persone, tra agenti e figure istituzionali, sono state raggiunge da misure cautelari – mostra come questo principio possa essere diffuso, tollerato e difeso a ogni livello dall’amministrazione penitenziaria, fino ad arrivare al ministero della giustizia.

Al livello più basso c’è l’agente della penitenziaria che il 6 aprile 2020 insieme a circa trecento colleghi è entrato nella casa circondariale Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere. Il giorno prima i detenuti avevano protestato per chiedere dispositivi di protezione contro il coronavirus, così come avevano fatto nelle settimane precedenti migliaia di altre persone chiuse nelle carceri di tutta l’Italia. Nel marzo 2020, in piena pandemia, c’erano state decine di rivolte e 13 persone erano morte: tutte per overdose da metadone e farmaci rubati nelle infermerie assaltate, secondo le autorità.

Il 6 aprile a Santa Maria Capua Vetere la situazione sembrava più tranquilla. Ma l’agente di polizia penitenziaria è entrato con un’intenzione precisa: “Li abbattiamo come vitelli”, ha detto a un collega. Le chat telefoniche trascritte negli atti dell’inchiesta sono piene di frasi del genere: “Domate il bestiame”, “quattro ore di inferno per loro”, “abbiamo fatto tabula rasa”.

Dai video delle telecamere di sicurezza che gli agenti non hanno saputo o voluto staccare, e che la procura ha visto, emerge “chiaramente un uso massiccio e indiscriminato, del tutto ingiustificato, di ogni sorta di violenza fisica e morale ai danni dei detenuti”. Secondo il giudice per le indagini preliminari (Gip) i pestaggi “sono stati accuratamente pianificati e svolti con modalità tali da impedire ai detenuti di riconoscere i propri aggressori”. Anche il video pubblicato dal quotidiano Domani conferma la brutalità di quello che è avvenuto.

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Al secondo livello ci sono quei funzionari che avrebbero cercato di coprire le violenze con prove false e relazioni scritte per dimostrare che il 6 aprile la reazione delle forze dell’ordine era stata provocata dai detenuti. Tra i 117 indagati ci sono anche due comandanti della penitenziaria e il provveditore delle carceri della Campania.

Al terzo livello ci sono il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e il ministero della giustizia. All’epoca dei fatti il ministro è Alfonso Bonafede del Movimento 5 stelle. Il deputato radicale Riccardo Magi gli chiede di riferire in parlamento sulle denunce di violenze nel carcere campano raccolte dal Garante nazionale dei detenuti e dall’associazione Antigone, e su cui ha cominciato a indagare la procura di Santa Maria Capua Vetere.

In aula va il sottosegretario alla giustizia Vittorio Ferraresi, che definisce l’azione della polizia penitenziaria una “doverosa azione di ripristino di legalità e agibilità dell’intero reparto”. Di Bonafede si ricorda solo il silenzio. È possibile che nessuno del Dap gli abbia detto cosa fosse successo? Il garante Mauro Palma avanza un altro dubbio: “È stata decisa la sospensione degli agenti coinvolti. Che però sono indagati da oltre un anno. Il Dap non poteva intervenire prima?”.

Il Dap non è intervenuto per Santa Maria Capua Vetere, così come non è intervenuto in decine di altri casi. Dopo le rivolte del 2020 i detenuti di molte carceri in Italia hanno denunciato ritorsioni da parte degli agenti, ma le loro parole sono cadute nel silenzio, compreso quello dei governi che si sono alternati.

Vent’anni fa una ferocia simile si consumò sui corpi di chi protestava contro il G8 a Genova. Molti manifestanti furono rinchiusi, umiliati e torturati nella caserma di Bolzaneto. Di quelle violenze non ci sono immagini, ma non ce n’è bisogno per capire che le carceri funzionano tutte nello stesso modo.

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