Nathan Englander, Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank

Einaudi, 196 pagine, 19 euro

Si direbbe che, se un laureato italiano su cento scrive, tra gli ebrei soprattutto newyorchesi la percentuale sia molto più alta. E alla fine un po’ di stanchezza la si avverte, anche perché raccontano molto se stessi e pochissimo i propri vicini, amici o nemici. Non fa eccezione l’ultimo astro ebreo newyorchese Englander, con questi sei lunghi racconti di ardita mescolanza di tradizione e innovazione e di tragico e comico, ma pur sempre comunicando un’impressione di chiuso e perfino di soffocante, che portano all’estremo modi già noti, già molto scavati da autori grandi e talora grandissimi.

Non è facile essere ebrei, oggi come sempre, ma ora nelle contraddizioni di un presente che sembra costringere all’ossessione identitaria, stimolata dall’ufficialità israeliana, o alla faticosa ricerca di un’altra strada. Englander parla di questo ed è bravo come i trenta-quarantenni suoi coetanei israeliani, e non arretra di fronte ai problemi scabrosi, culturali e in senso lato politici, ma dice infine cose già dette, che soltanto nel racconto del titolo trovano una forte originalità nel confronto un po’ farsesco, ma infine angoscioso, tra due coppie, una di iper-osservanti israeliani e una di laicizzati statunitensi che vivono nel “paradiso” senza guerra della Florida.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it