16 marzo 2016 10:31

Non sempre i fratelli Coen hanno colto nel segno. Hanno diretto opere intelligenti, tra le poche degne, originali e pregnanti della produzione hollywoodiana degli ultimi decenni, ma alcuni loro film, anche se una minoranza, sono scadenti, opere superflue, citazionistiche e sforzate come Ladykillers, Prima ti sposo poi ti rovino, Il Grinta e ora questo Ave, Cesare!. Al loro attivo hanno però film come Arizona junior,Il grande Lebowski,Barton Fink (sul mondo di Hollywood, in versione seria), Fratello dove sei?,Fargo, L’uomo che non c’era, Non è un paese per vecchi, A serious man e il recente e bellissimo A proposito di Davis.


Gli si perdonano dunque le stanchezze le cadute le facilità, e anche questo Ave, Cesare! piuttosto insulso, che ritorna al mondo del cinema e ai suoi miti fasulli, a quei facili miti yankee di cui Joel ed Ethan si sono nutriti da bambini e adolescenti, insieme a milioni di altri loro coetanei, americani e non. A quei miti si sono aggiunti nella loro formazione quelli della letteratura più popolare (e più avanti non solo di quella, ché i Coen sono registi in generale assai colti) e si è aggiunta una educazione religioso-filosofica ebraica, famigliare e di area.

Forse è proprio dal connubio tra quel pulp e quella filosofia che è nata la loro ispirazione e ha fondamento la loro originalità, che li fa somigliare per qualche verso ad altri scrittori o registi ebreo-americani, da Nathanael West a Saul Bellow, da Jules Pfeiffer a Woody Allen eccetera.

Ma non c’è niente delle inquietudini o perplessità metafisiche dei loro film migliori, per esempio di A proposito di Davis, in questo Ave, Cesare! che evoca il mondo del cinema hollywoodiano del secondo dopoguerra, la vita di un grande studio, di una grande casa di produzione, attraverso le quotidiane ambasce di Eddie Mannix (Josh Brolin), manager onnipresente addetto alla gestione necessariamente un po’ isterica dei “rapporti umani” interni allo studio e a quelli con l’esterno, con le bizze e i problemi di attori e registi e con la pettegola stampa del tempo. Coinvolto suo malgrado – il tempo è quello della guerra fredda – in una cospirazione degli sceneggiatori comunisti nel mezzo della lavorazione di più film, uno dei quali è l’Ave, Cesare! del titolo, sorta di Ben Hur non girato in trasferta nella Città Santa.

L’interesse frenetico per il cinema e i suoi retroscena appartiene a una generazione di fan ormai superata

Tra brani che rivisitano altri generi cinematografici datati (come il balletto dei marinai stile Mgm ma in una chiave gay che ai tempi era o impensabile o ingenua o sottaciuta, e quello acquatico alla Esther Williams, non più kitsch degli originali), il povero Mannix è tentato di cambiare vita e lavoro, attirato dalle offerte di un posto meglio pagato e molto ma molto più tranquillo che gli vengono dall’emissario di una grande fabbrica di aeroplani di sicuro avvenire. Come si può sospettare fin dal primo incontro tra i due, alla fine il fascino dello show-business continuerà a fregare il nostro Mannix, o l’attrazione per un mondo immaginario realizzato da un’accozzaglia di gente assurda.

Il problema è che alla fine anche i Coen la pensano così, e stanno dalla parte di Mannix, discettando sul verosimile e il falso (nella bella scena del centurione Clooney sotto le croci del Golgota) e finendo per preferire il falso e l’isteria di chi lo produce e ci campa. A causa della loro formazione di spettatori anni cinquanta, non riescono a distaccarsi da quell’immaginario e da quella storia.

Il loro guaio, con il pubblico di oggi, è che quel tipo di cinefilia è morto da tempo, e l’interesse frenetico per il cinema americano e la storia dei suoi retroscena appartiene a una generazione di fan e di maniaci (critici e spettatori) superata da una nuova generazione che coltiva le nuove nefandezze della nuova mass-culture, magari peggiori di quelle del dopoguerra, ma in ogni caso diverse. Si assiste perfino con imbarazzo alla visione di questo fiacco film, perfino con un pizzico di vergogna per essere stati a suo tempo anche noi, i più vecchi, prigionieri di quelle mitologie, ormai fuori corso da anni.

Si ritrovano i Coen in tante piccole cose marginali, e nella scena formidabile della discussione tra i rappresentati delle varie religioni consultati da Mannix affinché il film biblico della sua casa non ne offenda nessuna, alla quale fa però da contrappeso quella solo idiota della riunione degli sceneggiatori comunisti. Ma abbiamo assistito ad altri passi falsi dei Coen, e ci auguriamo che anche in futuro possano tornare a stupirci e a rallegrarci con la loro verve e la loro intelligenza.