L’atelier.

L’atelier lascia aperte le contraddizioni di una generazione

L’atelier.
25 giugno 2018 12:46

Laurent Cantet è uno dei più rigorosi e intelligenti registi europei dei nostri anni, autore di almeno quattro film che gettano luce sulla nostra civiltà e le sue normali storture: Risorse umane, A tempo pieno, La classe e ora L’atelier, che è in precaria distribuzione nelle sale italiane. Né va dimenticato il suo Ritorno a l’Avana, con splendidi attori, che osava rileggere con ammirevole discrezione e misura la storia di Cuba e il declino della sua rivoluzione attraverso il confronto tra chi nell’isola era rimasto e chi, di fronte alla pesantezza del regime, aveva scelto l’esilio e ora, in tempi più aperti, ritornava nell’isola (come e più che negli altri film, Cantet vi si dimostrava un esigente direttore di attori, senza far distinzione tra quelli navigati e quelli improvvisati).

I suoi film francesi sono precise analisi di una condizione che possiamo ben dire europea: la mutazione dell’economia in finanza e quel che ne consegue nel campo del lavoro umano e della produzione industriale, la scuola che non sa trovare una nuova funzione civilizzatrice, la società che deve confrontarsi con nuovi cittadini di diverse culture e tradizioni, i disagi e le tensioni che ne conseguono tra chi fino a ieri si sentiva “garantito”, protetto nella sua identità e nei suoi piccoli o grandi privilegi.

Nel suo ultimo film, L’atelier, non è che cambi il suo modo di procedere, cambia però il punto di vista, e la concentrazione narrativa passa via via dal piccolo gruppo rappresentativo al confronto tra due personaggi, insieme comuni ed esemplari.

Laboratorio di vita
Siamo a La Ciotat, sul Mediterraneo, non lontano da Marsiglia, dove un tempo c’era un grande cantiere navale la cui crisi ha provocato tumulti e cambiamenti ben presenti alla memoria familiare dei giovani frequentatori di un laboratorio di scrittura istituzionale pensato per occupare provvisoriamente dei giovani, assistiti come in tanti corsi e laboratori cosiddetti “sociali”, ma che ricorda anche, meno necessariamente, la struttura dei corsi di scrittura nostrani più rigorosi di quelli “baricchiani”.


Il corso è tenuto da una graziosa scrittrice di gialli di qualche successo, scesa da Parigi, che deve tener fronte a tensioni interne al gruppo di giovani studenti, e che sono di tipo più politico che etnico. Deve tener fronte in particolare a uno di questi giovani, Antoine, provocatorio simpatizzante di gruppi di destra.

Assistiamo a un quadro molto attendibile della gioventù francese di oggi, molto ma molto più interetnica della nostra, e attraverso di essa alle tensioni sotterranee o evidenti di una società che è più varia della nostra ma anche tradizionalmente più aperta (la rivoluzione i francesi l’hanno fatta, noi mai). Ma Cantet non vuol tornare a La classe, vuole parlare di qualcos’altro che potremmo definire il modo di produzione dei militanti della destra, perché Antoine è un personaggio di adolescente, o giovane, a rischio: un personaggio comune, senza “segni particolari”, che non accetta i luoghi comuni o gli schieramenti degli altri e soprattutto non accetta i discorsi di un’insegnante molto bene intenzionata e non ingenua, ma tuttavia rappresentante di una piccola borghesia intellettuale diffusa e che vive anch’essa, per buona parte, di luoghi comuni.

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Il film è in definitiva la storia di questo confronto, che sfocia infine in un momento drammatico che è un apice ma anche, nella sua funzione estrema e rivelatrice, l’avvio di una soluzione che, per nostra consolazione, è positiva, ma che rifugge per esempio dalle insopportabili e incredibili soluzioni tutte positive dell’ultimo film di Robert Guédiguian, La casa sul mare, che chiude tutte le contraddizioni in cui ha scavato senza lasciarne aperta neanche una.

Il personaggio dell’insegnante e scrittrice di gialli è visto senza nessuna aggressività, ma è comunque psicologicamente e intellettualmente “banale”, e questa banalità ha ragione Antoine a farla venire alla luce; il suo corso di scrittura sembra molto migliore di quelli italiani (è anche un vero lavoro di gruppo, non solo un ammaestramento e un addomesticamento alle regole dell’intrattenimento), ma le idee che lei esprime non cercano, se non a seguito delle provocazioni di Antoine, le risposte più vere ai problemi di una società che non ha più progetto e non ha più coesione. È il meglio che sembra poterci offrire una democrazia generica, una democrazia non sostanziale e ovviamente non all’altezza dei tempi, dei bisogni.

I rifondatori di altre sinistre di tempo in tempo ci ammanniscono sciape formulette retoriche del tutto simili a quelle delle destre

Antoine si aggrappa al vecchio – uno che ieri è stato proletario e di lotta, ma oggi morto, inefficace, con la frustrazione di un’identità di cui resta solo una lagnosa genericità (come in Italia? sì, come in Italia) – a cui egli cerca di reagire spostandosi più a destra della maggioranza come se nella destra vi fosse più coerenza e più rivolta, come vi fosse una radicalità che, per fortuna, vede alla fine nella sua giusta luce di negatività, ipocrisia, immoralità. Accetta infine di rientrare in un ordine, dentro ciò che rimane di un proletariato senza obiettivi; e di questo Cantet si accontenta e ci fa accontentare, mostrandoci una soluzione che non è una vera soluzione. Non osa avere, neanche lui, un progetto nuovo, una prospettiva di lotta. Sa che la sinistra non rinascerà facilmente dalle sue ceneri… Ma come fargliene un rimprovero, nello sciocchezzaio dei rifondatori di altre sinistre che di tempo in tempo ci ammanniscono sciape formulette retoriche e pratiche del tutto simili a quelle delle destre?

C’è infine un aspetto non secondario di L’atelier che credo debba intrigare quanto gli altri, e riguarda il passato più che il presente (o il futuro). Resta sullo sfondo, ma non poi troppo. Negli anni trenta delle dittature, molti scrittori provarono a raccontare le tentazioni di destra della parte più insofferente, più confusa e più inquieta di una generazione di giovani cresciuti dopo i massacri della prima guerra mondiale. Mi vengono in mente Infanzia di un capo di Sartre, Il giocattolo rabbioso di Arlt, Gioventù senza Dio di Horvàth, La tela del ragno di Joseph Roth, Il conformista di Moravia, e ce ne sono certamente altri. Titoli più numerosi e profondi dei romanzi, spesso molto ipocriti e da “realismo socialista”, che raccontavano le ribellioni di sinistra. Forse bisognerebbe tener conto anche di questo, oggi, nel racconto del nostro presente e di quello che, molto probabilmente, ci prepara il futuro.

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