02 dicembre 2020 14:13

Diamela Eltit
Manodopera
Alessandro Polidoro Editore, 160 pagine, 16 euro

Cilena di origine palestinese, nata nel 1949, con una forte coscienza (e forse esperienza) politica, Diamela Eltit ha osato affrontare un tema insolito, né più né meno che gli effetti della nuova economia e del dominio della merce, in un romanzo del 2002 sul mondo del lavoro. Quel libro ha trovato infine l’attenzione di un piccolo editore napoletano e di una curatrice di valore, Laura Scarabelli.

È diviso in due parti. La prima ha per protagonista un senza nome, un qualsiasi dipendente di un grande magazzino che sa di essere solo “un buon pezzo di ricambio” alle prese con una furia di prodotti e di clienti. Qui la scrittura è fortemente espressionistica, e ricorda le avanguardie di un tempo. La seconda è corale, e ci sposta in una sorta di casa comune di alcuni suoi dipendenti, soprattutto donne, che si dovranno confrontare anche con il quasi-tradimento del più attivo politicamente tra loro, una specie di sindacalista, e con la ricerca di un nuovo leader.

Tra l’iper-realismo e la visionarietà della prima parte e la scontrosa coralità della seconda, più piana anche se di tensione non minore, Manodopera parla di “forza-lavoro” di oggi e sorprende per la sua diversità i lettori disabituati a questo tipo di ricerche. Ultimo esempio da noi il discutibile ma coraggiosamente sperimentale Vogliamo tutto di Nanni Balestrini (1971).

Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati