04 maggio 2020 14:18

Gentile bibliopatologo,
i libri che ho amato alla follia hanno una caratteristica: una volta finiti ho avuto l’impressione che avessero altro da dirmi. Sarebbe opportuno rileggerli a distanza di anni o è più fruttuoso l’atteggiamento da viandante perenne? A oggi non ho mai avuto il coraggio di ritornarci, come se farlo volesse dire fermarsi.
– Mab

Cara Mab,
dove vanno a finire i libri che abbiamo letto? Da qualche parte dentro di noi, suppongo. Cerchiamo però di precisare com’è fatto e dove si trova questo luogo favoloso, così da capir meglio cosa facciamo quando leggiamo nuovamente lo stesso libro. “Ritornarci”, “fermarsi”, sono i verbi che hai scelto: è chiaro che hai in mente una lunga strada da percorrere o una vetta da conquistare. Man mano che avanzi, i libri già letti ti appaiono come segnali stradali – e pietre miliari, nel caso dei libri che hai più amato – in uno specchietto retrovisore, o come puntolini sperduti a valle e immersi nella foschia. Ne consegue che basterebbe invertire la marcia o perdere quota per ritrovare in te quei tesori. E chi sprecherebbe tempo e fatica per una inutile deviazione di percorso?

Temo che questa idea superstiziosa rimandi a un’altra più generale, descritta da Proust in una celebre pagina di Sodoma e Gomorra: “È senza dubbio l’esistenza del nostro corpo, simile per noi a un vaso in cui fosse racchiusa la nostra spiritualità, a farci supporre che tutti i nostri beni interiori, le nostre gioie trascorse, tutti i nostri dolori siano perennemente in nostro possesso”. E invece così non è: se questi beni sopravvivono, dormono in un regno misterioso da cui non possiamo destarli a piacimento. Dove vanno a finire i libri che abbiamo letto, allora? Nell’inconscio, nel cuore, nella memoria?

Un’immagine diversa
Arthur Schopenhauer, che in Parerga e paralipomena dedicò alcune pagine profondissime ai libri e alla lettura, proponeva immagini più prosaiche. Lo spirito di chi passa da un libro al libro successivo, senza voltarsi mai indietro, è come una lavagna dove ogni nuova lettura cancella la precedente. Ma la metafora su cui più insisteva è quella alimentare. I libri vanno a finire in un apparato digerente interiore, e “il nutrimento spirituale subisce la stessa sorte che è propria del nutrimento del corpo: appena la cinquantesima parte di quello che è stato assunto viene assimilata, la parte rimanente viene eliminata a mezzo dell’evaporazione, respirazione, e così via”.

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Avrai notato l’elegante dissolvenza in coda di quell’“e così via”, che nasconde la destinazione finale del nutrimento non assimilato – un vaso molto diverso da quello di cui parlava Proust. Perciò, consigliava Schopenhauer, non solo si può rileggere, ma si deve farlo: “Repetitio est mater studiorum. Ogni e qualsiasi libro deve essere letto subito due volte”. Se poi tu per prima hai la sensazione che abbiano altro da dirti, vuol dire che non hai assimilato tutto il nutrimento che potevi. È un fermarsi, è un ritornare? Tutt’altro.

Non si può leggere due volte lo stesso libro, non più di quanto si possa immergersi due volte nello stesso fiume. Lo specchietto a conchiglia in cui ti guardasti ragazzina è uguale oggi a com’era allora, ma ogni volta che tornerai ad aprirlo rifletterà un’immagine diversa.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.