06 luglio 2020 17:04

Gentile bibliopatologo,
a gennaio, in vista di un lungo viaggio aereo, mi sono scaricata un’app di audiolibri pensando che mi sarebbe tornata utile per attutire eventuali urla di bambini. Da allora non ho più disdetto l’abbonamento e ho scaricato molti libri, alcuni mai letti prima (di vario genere, da La ferrovia sotterranea a Mussolini ha fatto anche cose buone), altri che avevo letto in adolescenza, tanto per il gusto di riassaporarli (Agatha Christie). Li ascolto quando cucino o quando cammino, però tolgono tempo a quel vagare della mente che può essere così creativo. E poi: sono vera lettura?

– Miss Piggy

Cara Miss Piggy,
la questione della vera lettura è un po’ come quella della vera letteratura, e rischia di essere altrettanto inconcludente. Io non me ne capacito, eppure c’è gente là fuori che spende fiumi d’inchiostro, o di bit, per decidere se Cinquanta sfumature di grigio abbia o meno la dignità della letteratura, se i gialli e i romanzi di fantascienza non siano per caso paraletteratura, se Dan Brown o Donato Carrisi meritino il titolo di scrittori. Il verdetto si deve di solito a un intreccio tra abusi definitori, riprensioni moralistiche e preoccupazioni di distinzione che rivelano più sul critico che sull’opera criticata. Una definizione non astratta e non risentita di letteratura ci porterà a concludere, tutt’al più, che il tal romanzo è un cattivo romanzo, senza bisogno di infilarlo in un’altra e più vile categoria.

(Getty Images)

Con lo stesso spirito pragmatico ti dico: certo che gli audiolibri sono lettura. Anzi, fino a tempi relativamente recenti la lettura a voce alta era la regola, e quella interiore o silenziosa l’eccezione. Alla tua domanda sulla “vera lettura”, un libro di didattica inglese del primo settecento rispondeva così: “Leggere è esprimere le parole scritte (o stampate) mediante i loro propri suoni”. Il silenzio, come vedi, non era contemplato. Ma anche senza perderci in ricostruzioni storiche, ci bastano le reminiscenze dell’infanzia, quando qualcuno accanto al nostro lettino leggeva per noi. Dando per acquisito che ci sono diversi tipi di lettura e diversi tipi di letteratura, tutto sta a vedere come si combinano meglio.

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Rosamaria Loretelli, nel bellissimo L’invenzione del romanzo, trae qualche esempio da Goethe. Nelle Affinità elettive Edoardo, che è un abile dicitore, detesta che gli uditori sbircino nel suo libro mentre legge a voce alta, impedendogli il pathos delle pause, delle attese e delle sorprese. Ottilia, invece, “si fidava più dei propri occhi che delle labbra altrui”. Il giovane Werther legge Omero silenziosamente e ha l’impressione che sia una specie di ninnananna: è così che, slegati dal contesto orale e collettivo per cui erano concepiti, ci colpiscono i ritmi cadenzati dei poemi epici. Eppure, osserva Loretelli, il loro effetto originario doveva essere eccitante, non soporifero.

Insomma, non chiederti se gli audiolibri siano vera lettura; chiediti piuttosto se il tipo di lettura a cui danno accesso si sposa bene o male al libro che hai scelto. Per parte mia, considerando i tuoi esempi, preferirei leggere con gli occhi un saggio storico, perché il senso distanziante della vista mi aiuta in una presa di coscienza critica e mi consente di riconoscere meglio la struttura dell’argomentazione. Quanto ad Agatha Christie, invece, mi piace l’idea di ascoltarla da una voce suadente. La ninnananna, del resto, è il suo habitat ideale. Notò Leonardo Sciascia che leggere le sue descrizioni della campagna inglese è come sprofondare in un sonno profondo, un sonno abitato da “un sogno quieto e terribile, senza oscurità e dispersioni, netto, logico”. E disse anche che per i migliori romanzi polizieschi la frase di lancio ideale sarebbe: “Un giallo che vi farà dormire”. E allora perché rifiutare le premure di un bravo attore che ci rimbocca le coperte?

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.