15 luglio 2015 21:45
L’Alta rappresentante per la politica estera dell’Unione europea Federica Mogherini, il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, il ministro degli esteri britannico Philip Hammond e il segretario di stato statunitense John Kerry a Vienna, il 14 luglio 2015. (Carlos Barria, Reuters/Contrasto)

La cosa da tenere presente riguardo all’accordo raggiunto il 14 luglio tra l’Iran e il gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Russia e Cina) è che senza di esso l’Iran avrebbe potuto dotarsi di armi nucleari nel giro di un anno. Possiede le tecnologie per arricchire l’uranio, potrebbe fabbricare gli ordigni quando vuole (ogni paese importante sa come si fa) e le sanzioni che lo colpirebbero non potrebbero essere molto peggiori di quelle attuali.

Se non vi piace questo accordo e pensate davvero che Teheran si ostini a volere delle armi nucleari, l’unica scelta che vi rimane è una vasta campagna di attacchi aerei contro l’Iran. Nemmeno lo zoccolo duro del Partito repubblicano nel congresso degli Stati Uniti è pronto a impegnare le forze aeree statunitensi in un’impresa così folle. E Israele, senza il sostegno di Washington, semplicemente non potrebbe farlo da solo.

E allora cosa rimane? Nient’altro che quest’accordo. Il quale non garantisce che l’Iran non potrà mai avere armi nucleari, ma solo che non potrà rompere l’accordo senza concedere al mondo almeno due anni di tempo per poter rispondere prima che le armi siano operative. Le sanzioni rientrerebbero automaticamente in vigore e chiunque pensi che i bombardamenti siano una bella idea avrebbe tutto il tempo per metterli in pratica.

Per questo l’accorda terrà. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu può anche denunciarlo come “un errore di portata storica” che indicherà a Teheran “la strada verso le armi nucleari”, ma non può fermarlo. Netanyahu è ossessionato dall’Iran, ma neanche i servizi segreti israeliani credono che Teheran abbia davvero cercato di ottenere armi nucleari nell’ultimo decennio.

Il primo ministro israeliano ha rotto i ponti con il presidente statunitense Barack Obama, e neanche i suoi alleati nel congresso degli Stati Uniti possono bloccare l’accordo.

John Boehner, il presidente della camera statunitense, ha dichiarato che l’accordo “offrirà a un regime pericoloso miliardi di dollari in sgravi dalle sanzioni e preparerà il terreno per un Iran nucleare”. Boehner è probabilmente in grado di mettere insieme una maggioranza di deputati contro l’accordo (il congresso, come dicono a Washington, è un “territorio occupato da Israele”). Ma non può raccogliere la maggioranza di due terzi che sarebbe necessaria per scavalcare l’inevitabile veto di Obama. Passeranno ancora sessanta giorni, durante i quali il congresso dibatterà la questione, ma alla fine l’accordo andrà in porto. E fin qui tutto bene. Ma che conseguenze avrà per la politica mediorientale?

Disgelo non assicurato

È dalla rivoluzione islamica del 1979 che l’Iran e gli Stati Uniti sono acerrimi nemici. Oggi non sono diventati improvvisamente alleati, ma intrattengono buoni rapporti. Poiché quasi tutti gli alleati degli Stati Uniti nel mondo arabo considerano l’Iran un’enorme minaccia strategica, sono sconcertati all’idea di un riavvicinamento tra Teheran e Washington.

Il disgelo non è ancora assicurato. L’Iran sostiene il governo di Bashar al Assad in Siria. Washington invece vuole ancora che Assad sia rovesciato e fornisce armi ad alcuni ribelli “moderati”. Inoltre appoggia la campagna di bombardamenti dell’Arabia Saudita contro i ribelli houthi che ormai controllano la maggior parte dello Yemen, e accetta pubblicamente l’affermazione dei sauditi secondo i quali gli houthi sarebbero pedine dell’Iran.

Ma nessuno alla Casa Bianca, nel dipartimento di stato o al Pentagono crede davvero che la guerra civile in Yemen sia un complotto iraniano. Pochissimi credono ancora che Assad possa essere rovesciato senza consegnare la Siria agli estremisti islamici che oggi guidano la rivolta. Anche perché tra questi c’è lo Stato islamico, che è già oggetto dei bombardamenti degli Stati Uniti sia in Siria sia in Iraq.

La principale priorità degli Stati Uniti in Medio Oriente oggi è fare sì che Iraq e Siria non cadano nelle mani dello Stato islamico e del Fronte al nusra. L’Iran garantisce ai governi di Siria e Iraq un sostegno militare che è fondamentale per la loro sopravvivenza, e questo facilita la prospettiva di una più stretta cooperazione tra Iran e Stati Uniti.

Al contrario, l’Arabia Saudita e la Turchia, attualmente i due principali alleati degli Stati Uniti nella regione, stanno fornendo denaro e armi al Fronte al nusra in Siria, che grazie a questi aiuti ha ottenuto diverse vittorie contro l’esercito siriano negli ultimi mesi. La prospettiva di un regime islamista al potere a Damasco è accettabile per Riyadh e Ankara, ma è profondamente sgradita a Washington.

Quindi una grande ridefinizione delle alleanze statunitensi in Medio Oriente è teoricamente possibile adesso che si è chiusa la lunga guerra fredda tra Iran e Stati Uniti. In pratica, tuttavia, è molto difficile che questo accada. I legami militari ed economici di lunga data tra Washington e i suoi attuali alleati avranno la meglio sulla fredda logica strategica, e la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente continuerà a essere il solito pasticcio.

(Traduzione di Federico Ferrone)