Il nuovo primo ministro irlandese Leo Varadkar (al centro) a Dublino, il 20 maggio 2017. (Clodagh Kilcoyne, Reuters/Contrasto)

In Irlanda e in Serbia ci sono due premier da tenere d’occhio

Il nuovo primo ministro irlandese Leo Varadkar (al centro) a Dublino, il 20 maggio 2017. (Clodagh Kilcoyne, Reuters/Contrasto)
22 giugno 2017 10:09

Per la maggior parte degli irlandesi la cosa più sorprendente del loro nuovo primo ministro, Leo Varadkar, è che è davvero molto giovane (con i suoi 38 anni è il più giovane leader di sempre del paese). È soprattutto la stampa straniera a insistere sul fatto che sia gay e per metà indiano.

Lo stesso Varadkar, figlio di un dottore indiano e di un’infermiera irlandese che si sono conosciuti mentre lavoravano in un ospedale dell’Inghilterra meridionale, non insiste certo per essere visto come il simbolo dei mutamenti d’atteggiamento della popolazione: “Non sono un politico mezzo indiano. Né un politico dottore, o un politico gay, se è per questo. L’omosessualità è solo uno degli elementi della mia identità. Non mi definisce”.

Effettivamente no, ma vale comunque la pena esaminare un attimo la cosa per capire cosa ci dice non solo sull’Irlanda ma su tutto l’occidente, e anche sul mondo.

Nel Regno Unito l’omosessualità ha smesso di essere un reato nel 1967, ed è stata depenalizzata in Canada l’anno successivo (quando Pierre Trudeau, allora ministro della giustizia, disse alla Cbc che “lo stato non deve intromettersi nelle camere da letto del paese”). È diventata legale in Irlanda un quarto di secolo dopo, nel 1993. Ma due anni fa il matrimonio omosessuale è stato legalizzato in Irlanda tramite un referendum nel quale il 62 per cento dei votanti si è detto favorevole.

L’Unione europea sa che dietro alla nomina di Brnabić c’è una buona dose di calcolo strategico

Sapevamo già che l’Irlanda era cambiata. Oggi ha molti immigrati (una persona su otto è nata all’estero) e il potere politico della chiesa cattolica è crollato. Non è quindi più una sorpresa che un uomo gay indo-irlandese possa diventare primo ministro. Ma che dire della Serbia?

Gli unici “immigrati” in Serbia sono le persone d’etnia serba rimasti in altre parti della ex Jugoslavia dopo il suo smembramento. La chiesa ortodossa serba è ancora forte, e non condivide le idee degenerate dell’occidente sui diritti umani. Come ha scritto un monaco ortodosso: “L’omosessualità non è un problema in Serbia. Non ci sono praticamente omosessuali e la società non permetterebbe loro di organizzarsi o di (difendere pubblicamente) i loro abomini”.

Due terzi dei serbi pensano che l’omosessualità sia una malattia e quasi quattro quinti di loro pensano che chi è gay non dovrebbe rivelarlo pubblicamente. Ma Ana Brnabić è una lesbica dichiarata e orgogliosa di esserlo, ed è appena stata nominata prima ministra della Serbia. Inoltre è di origine croata. Come è potuto succedere?

Brnabić è stata nominata da Aleksandar Vučić, che era a sua volta primo ministro prima di diventare presidente alle elezioni dello scorso mese. Il primo ministro è, ai sensi della costituzione, la carica più importante del governo, ma Brnabić è una tecnocrate, non una vera politica. In molti credono che si concentrerà, per così dire, sul far sì che i treni viaggino in orario, lasciando le questioni politiche più delicate a Vučić.

Un’azione di distrazione
Nei circoli politici serbi è opinione condivisa che la nomina di Brnabić sia una questione d’immagine. La Serbia vuole entrare nell’Unione europea e al suo governo non dispiacerebbe distogliere l’attenzione dell’Ue da alcuni suoi piccoli problemi d’immagine: i legami stretti con la Russia, l’ostilità nei confronti dei rifugiati e la diffusa corruzione.

E quindi cosa c’è di meglio di una prima ministra (è la prima volta in Serbia), apertamente omosessuale (un’altra novità per la Serbia) e che ha addirittura delle origini straniere (suo padre era nato in Croazia)? Accidenti, i serbi sono persino più illuminati degli irlandesi! Dobbiamo ammetterli nell’Ue appena possibile!

Potrebbe essere questo il piano. E se così fosse, cosa ci sarebbe di male? L’Unione europea sa che dietro alla nomina di Brnabić c’è una buona dose di calcolo strategico, ma non condannerà certo il presidente Alexandar Vučić per aver cercato di far apparire la Serbia un degno candidato all’unione.

Un sacco di cittadini serbi saranno scioccati da questo attacco ai “valori serbi”, ma molti di loro capiranno che la cosa favorisce gli interessi del paese. E poco a poco, per il semplice fatto che Brnabić è premier, saranno sempre meno a disagio all’idea che degli omosessuali, e anche solo delle donne in generale, ricoprano un ruolo legittimo nella vita pubblica.

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È in questo modo che hanno luogo i cambiamenti: non tramite illuminazioni improvvise, ma con una graduale accettazione di nuove regole e nuovi valori. E l’aspetto più incoraggiante di questa storiella è che persino un uomo come Vučić, un tempo alleato di un demagogo omicida come Slobodan Milošević, comprende le nuove regole politiche e sociali occidentali.

Non si tratta ancora di regole accettate ovunque. L’Europa dell’est è molto indietro rispetto a quella occidentale, al Nordamerica e all’America Latina, soprattutto perché ha trascorso tra i quaranta e i settant’anni isolata dal resto del mondo e sotto regimi comunisti. La lotta è ancora accesa in varie parti dell’Asia ed è a malapena cominciata in buona parte dell’Africa e del mondo musulmano.

I diritti gay, il femminismo e i diritti umani in generale non sono davvero valori “occidentali”: cento anni fa l’occidente era intollerante verso le differenze quanto lo era il resto del mondo. Le cose sono cambiate in occidente prima che altrove soprattutto a causa della sua maggiore ricchezza. Ma siamo tutti sulla stessa barca, e il resto del mondo arriverà alla stessa destinazione, solo un po’ più tardi.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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