Il documentario An unspeakable act.

Cosa succede quando le vittime di abusi sono gli uomini

Il documentario An unspeakable act.
30 settembre 2016 12:00

Nell’ottobre del 2011 una ragazza di 19 anni, Grace Brown, ha un’intuizione. Grace studia fotografia e le piace uscire con gli amici. È giovane, allegra, disinvolta e ha tutta la vita davanti a sé. Una sera, un sabato sera come un altro, un’amica le racconta qualcosa a cui non era preparata. Le racconta di un’aggressione sessuale che ha subìto. Grace Brown ascolta con attenzione il racconto dell’amica.

Purtroppo non è la prima volta che le capita di ascoltare la storia di un’aggressione. Ma ogni volta si stupisce. Non si sente preparata. Ogni volta è totalmente spaesata nell’udire un racconto così terribile e intimo insieme. Grace Brown si rende subito conto ascoltando l’amica che la sua brutta esperienza non è un caso isolato e che succede ogni giorno a tante, troppe persone. La sera finisce, il sabato diventa già domenica, e Grace va a dormire. Ma la storia della sua amica non l’abbandona. Succede a troppe persone, troppe persone, troppe…

Ed ecco che quel pensiero quasi ossessivo di Grace, condito da rabbia e voglia di cambiare il mondo, partorisce Project unbreakable, ovvero come – attraverso la fotografia – dare spazio e voce a chi ha subìto aggressioni sessuali, violenza domestica, abusi di vario genere.

All’inizio per Grace non è facile convincere le persone a esporsi. Ma poi con il tempo tutto è diventato molto naturale. Donne e uomini hanno cominciato ad aprirsi con lei: oltre a metterci la faccia, tutti e tutte hanno aggiunto una frase legata a quel momento di violazione profonda. E la frase, riportata su cartelloni neutri con pennarelli neri o blu, spesso era quella detta da chi aveva commesso un abuso sul loro corpo. Le frasi del carnefice.

Da Project unbreakable: “Nessuno ti amerà, nessuno si occuperà di te, ora sei guasto” – Il mio aggressore.

Le foto sono molto potenti nella loro semplicità. La persona guarda senza paura dritto dentro l’obiettivo, rivendica il suo essere persona, la sua umanità ferita, umiliata, vilipesa, ma non vinta o almeno non del tutto sconfitta. C’è forza in queste giovani donne e in questi giovani uomini. Forza nella loro postura, nel loro modo di sfidare l’ipocrisia latente che un tempo avrebbe costretto persone in questa situazione al silenzio.

Loro parlano. I loro corpi parlano. Non c’è solo indignazione o rabbia. C’è voglia di andare oltre, oltre se stessi e il mondo che non li sta ancora capendo.

Le violenze su uomini e ragazzi sono sempre esistite. Solo che non ne parliamo quasi mai. La sola idea ci disturba, ci disorienta

Personalmente sono stata colpita dalle foto dei ragazzi. Soprattutto di due di loro, di Montclair, nel New Jersey. Con candore e un atteggiamento di sfida affrontano non solo la violenza, ma anche il tabù che non vuole vedere dei “maschi” vittime di violenza sessuale.

“Non volevo ferirti”, c’è scritto in un cartello, “Sei così bello”, dice l’altro cartello e il ragazzo aggiunge in basso, con una scritta più piccola (e chissà quanto gli sia costata quell’aggiunta) “dopo averlo fatto”. Frasi inquietanti. Frasi che fanno male. Frasi apparentemente normali, dette da chi stava umiliando i loro corpi. Eccoli i due giovani del New Jersey che con coraggio si offrono all’obiettivo amico di Grace. Due giovani uomini si denudano davanti a noi di un ruolo, quello dell’uomo forte che non si spezza mai, che la società gli ha cucito addosso. Due ragazzi del New Jersey rompono un silenzio durato secoli.

Le violenze sugli uomini e sui ragazzi sono sempre esistite purtroppo. Solo che non ne parliamo quasi mai. La sola idea ci disturba, ci disorienta. C’è un velo spesso che copre tutto questo. Ed è così che chi è vittima non solo non trova giustizia, ma non ha la possibilità di fare un percorso che lo aiuti a elaborare il dramma che ha vissuto.

Chi era il padre di Edipo?
La prima volta che mi sono resa conto che anche gli uomini subivano violenza ero nella primissima adolescenza e mi trovavo in una biblioteca comunale. Avevo visto dei film sul carcere, ma non li avevo messi davvero a fuoco. Poi c’è stata la biblioteca e un vecchio libro sbrindellato dalla copertina rigida, una copertina marrone mi pare. Il libro era un compendio sugli dèi, gli eroi, i comprimari della mitologia greca. Io adoravo soprattutto la storia di Giasone e il vello d’oro. Ma devo dire che le avventure di Minerva e Diana non erano affatto male.

Erano strani dèi quelli dell’Olimpo greco. Irosi, egoisti, tutti presi dalle loro pulsioni primarie. Alcuni poi erano proprio antipatici, a dir la verità. La storia che più mi inquietava era quella di Edipo. Anche chi non conosce a fondo quei miti conosce Edipo, forse per la famosa sindrome legata al suo nome. Il suo, di fatto, era un destino infame: uccidere il padre e giacere con la madre. Difficile dimenticarlo.

Ma del padre ucciso, che si era attirato l’ira degli dèi, sapevo/sappiamo qualcosa?

È in quel libro marrone che scoprii, con sgomento, che Laio, ovvero il padre del futuro Edipo, trasgredendo a ogni regola di ospitalità, amicizia e onore, rapisce e abusa del giovane figlio del suo ospite Pelope. Crisippo, questo il nome del ragazzo, in alcune versioni è un adolescente, in altre (quella di Euripide per l’esattezza) un bambino. Sta di fatto che questa storia terribile fu lo svelamento di un autentico buco nero di cui non sospettavo l’esistenza.

Succede anche a loro, pensai. E questo pensiero mi addolorò.

Con il tempo ho imparato che intorno alla violenza sugli uomini circolano numerosi miti, e molte associazioni che tutelano le vittime fanno fatica a sfatarli. Nella vulgata corrente molti ritengono che gli uomini non possono essere vittime di abuso e se lo sono devono essere gay o trans. Sbagliato. Gli uomini, a prescindere dal loro orientamento sessuale, possono essere vittime di abuso o violenza. L’uomo può diventare vittima a qualsiasi età, può avere qualsiasi aspetto, essere di qualsiasi colore, può essere etereo, gay, transgender, avere dimensioni corporee di qualsiasi tipo.

Da Project unbreakable: “Sei gay. Questo dovrebbe piacerti “. Uno dei miei migliori amici, prima di picchiarmi con un cavo elettrico per farmi stare fermo. Io avevo 13 anni, lui 14. Una settimana prima gli avevo detto di essere gay.

È sbagliato pensare che l’uomo sia protetto dal solo fatto di essere uomo, non è detto che un uomo possa difendersi da un’aggressione. Inoltre, al pari delle donne, gli uomini possono essere manipolati psicologicamente durante la violenza. Possono avere un’erezione o una eiaculazione del tutto meccanica, a volte anche un orgasmo, ma questo non significa che lo abbiano voluto o peggio che abbiano cercato la loro tortura. Inoltre ci sono varie forme di abuso e gli uomini oltre a essere vittime di altri uomini sono anche vittime delle donne.

In quasi tutto il mondo sono in aumento le denunce. Anche perché ci sono state numerose campagne per rompere il silenzio su queste aggressioni. Basti pensare all’associazione Survivors Manchester che ha lottato per far includere gli uomini vittime di abusi come beneficiari dei fondi destinati dal governo britannico alla violenza di genere. La campagna Break the silence mette a disposizione degli utenti una guida prodotta e scritta da uomini che hanno avuto queste esperienze e che vogliono condividere non solo le loro storie di dolore, ma vogliono dare una guida pratica sugli aspetti legali e medici della situazione che hanno dovuto vivere. Nella guida vengono decostruite parole come colpa o vergogna, amore e violenza.

Le guerre sono bastarde
Anche il concetto di virilità è preso in esame. E si parla apertamente delle aggressioni domestiche, degli abusi in carcere, al college, in caserma. Una guida su un mondo che ci circonda e spesso non riesce a emergere. Anche le conseguenze degli abusi sono raccontate senza giudizio. Per esempio la depressione, l’abuso di alcol, l’uso di droghe sono definiti di fatto un modo di reagire a una situazione abnorme. Spesso sono anche aggressioni che non hanno un quadro giuridico molto chiaro. Ogni legislazione ha un suo modo di affrontare la materia. C’è ancora molta confusione sotto il cielo.

Purtroppo a questo quadro già abbastanza difficile, si aggiungono le guerre che stanno devastando il pianeta. È lì che la violenza diventa purtroppo anche un’arma di distruzione del nemico. Si uccide volutamente la virilità del nemico, lo si piega in tutto il suo essere, per non lasciarne intatta nemmeno una briciola. I primi casi conclamati di aggressioni e veri stupri risalgono alla guerra nell’ex Jugoslavia. Infatti è qui che per la prima volta sono denunciati numerosi casi di abusi. Gli uomini erano costretti a violentare un parente, un compagno di armi, un amico. Dovevano fare una fellatio ad altre vittime sotto gli occhi dei carnefici o direttamente ai carnefici. Dovevano subire l’inserimento di oggetti nell’ano o in altri orifizi. Sottostare a rapporti sessuali umilianti. Dovevano castrare altri commilitoni, o farsi castrare da loro sempre sotto gli occhi dei carnefici.

E non finisce qui purtroppo. Per spezzare l’altro si usano modi sempre più brutali e spersonalizzanti. Come hanno ben illustrato i report sempre attenti di Human rights watch è molto varia la casistica degli abusi in guerra. È successo negli anni novanta in Bosnia, in Serbia e nel piccolo Kosovo. Ma anche altri teatri di guerra come quello dell’infinito conflitto nella Repubblica Democratica del Congo ci hanno riservato purtroppo amare sorprese. Infatti il 22 per cento degli uomini in Rdc ha subìto violenza, questa la cifra esorbitante con cui ha dovuto fare i conti il giornalista Will Storr. Le sue scoperte poi sono confluite in un documentario per la Bbc dal titolo An unspeakable act e in un articolo per il Guardian dal titolo The rape of men: the darkest secret of war.

Capire che agli uomini era riservata la stessa umiliazione delle donne, fu una scoperta che meravigliò gli operatori del settore

Storr, nelle sue peregrinazioni che lo hanno portato dall’Rdc all’Uganda (dove molti ex soldati della guerra congolese si rifugiavano) è riuscito a scrostare un bel po’ di polvere da queste storie taciute. Molti uomini si vergognavano di quello che gli era successo. Non solo erano abusati nel corpo, ma anche rifiutati dalla loro comunità di origine a cui la notizia dello stupro veniva fatta arrivare. Nella Rdc gli strateghi o meglio i mostri della guerra hanno capito che la violenza sugli uomini era più efficace di un’arma convenzionale, perché di fatto uccideva l’armonia e il tessuto sociale di un villaggio. Gli uomini abusati erano considerati mezzi uomini, le loro donne, poi, acquisivano agli occhi della comunità meno valore e potevano non solo essere maltrattate, ma diventare oggetto di violenza loro stesse. Le famiglie spesso si spezzavano e questi uomini si trovavano spesso soli con il loro dolore. Quelli che non si suicidavano, cercavano la via dell’esilio.

Ed è qui che Storr racconta di alcune ong che si sono specializzate nella cura degli uomini, perché si sono rese conto prima di altre realtà che l’abuso verso il maschio nemico era la nuova arma di quella guerra sporca. Capire che agli uomini era riservata la stessa umiliazione delle donne, fu una scoperta che meravigliò parecchio gli operatori del settore. In particolare, riferisce Storr, il dottore Chris Dolan (direttore del Refugee law project, a Kampala) aveva organizzato insieme al suo staff un incontro per uomini sul tema della violenza ai loro danni. Si aspettavano una decina di persone al massimo e invece si presentarono all’appello più di 150 uomini.

Il bisogno era sentito, perché il problema era diventato sempre più reale. D’altronde le guerre sono bastarde. Niente di buono arriva da una guerra. E di certo la guerra dell’ex Jugoslavia o quella della Repubblica Democratica del Congo non sono state le prime dove queste immonde aggressioni sono avvenute. Basti pensare come nell’antichità le fonti greche parlavano della brutalità dei persiani nei loro confronti. E i romani nella rivolta dei batavi non furono altrettanto crudeli?

Pure la seconda guerra mondiale non ci ha risparmiato. Non abbiamo dati a disposizione, lo stigma e il silenzio erano forti all’epoca molto più di oggi, ma ogni tanto emergono dalle retrovie alcune notizie che lasciano davvero senza fiato. L’armata rossa e gli alleati non violentarono solo le donne tedesche, ma anche parecchi ragazzi e uomini adulti, sia tra i civili sia tra i militari. Ma tutto è stato coperto, nascosto, messo sotto silenzio.

La mortificazione continua
E come non pensare agli abusi che gli schiavi neri subivano da parte dei loro padroni bianchi? Come non ricordare quell’accenno veloce di Toni Morrison in Beloved (Amatissima) a Paul D e a quella fellatio che è costretto a fare prima di essere mandato nei campi? I resoconti degli schiavi sono pieni di riferimenti analoghi. Perché annichilire il corpo dell’altro di fatto significa dominarlo, distruggerlo, averlo in pugno. Toni Morrison, che di corpo ha sempre parlato nei suoi romanzi, non ha dimenticato di citare la mortificazione continua a cui erano costretti questi corpi resi subalterni dal potere bianco.

Corpi di donne, ma anche corpi di uomini. E lo stesso è successo durante il colonialismo occidentale. L’Africa e l’Asia di fatto sono state umiliate anche così. Come non ricordare che gli ascari eritrei e somali, le truppe indigene volute dall’Italia in Africa orientale, non erano solo sottomessi con le frustate, ma spesso anche con abusi o coercizioni di tipo sessuale? Gli ascari erano spesso giovanissimi e vulnerabili. Quindi l’occidente ha colonizzato, soggiogando i corpi, non solo attraverso il possesso del corpo femminile, ma anche attraverso il corpo maschile, come ci ricorda Robert Aldrich in Colonialism and homosexuality. Un segreto quello degli abusi nelle colonie che è ancora tutto da scrivere.

Nel suo libro Tra me e il mondo, lo scrittore Ta-Nehisi Coates, riferendosi agli afroamericani come lui, non a caso parla di paura di perdere il corpo. Questo corpo può essere ucciso, ma nella lettura capiamo che può anche essere umiliato, annullato, cancellato, depotenziato. Ci sono tanti modi per far morire il corpo. Ta-Nehisi Coates non parla di abusi sessuali e nello specifico non parla di abusi sul corpo maschile: il suo è un discorso che parla del corpo nero e il suo discorso può valere per quei corpi considerati subalterni dal potere. Ta-Nehisi Coates non a caso dice: “Non c’è niente di straordinariamente malvagio nei distruttori, neppure in quest’epoca. I distruttori sono dei meri esecutori che fanno rispettare i volubili desideri del nostro paese, e ne interpretano correttamente l’eredità culturale e i suoi lasciti”.

Ed ecco che gli stereotipi di genere, la poca solidarietà reciproca, la segretezza e il silenzio forzato spingono gli individui in terre di nessuno dove l’unico atterraggio possibile è un vuoto cosmico che fa paura. Donne e uomini sono divisi da barriere e la storia di entrambi i generi non ha mai aiutato a creare una vera alleanza. Ma se vogliamo cambiare direzione dobbiamo lavorare insieme per un mondo in cui il corpo esulti e non soffra. Il cammino è ancora molto lungo. Ma ci sono le tante Grace Brown, i tanti ragazzi del New Jersey disseminati per il mondo, le Grace Brown che si inventano percorsi di salvezza, i ragazzi del New Jersey che ci mettono la faccia e denunciano. Sono loro che ci aiuteranno a rompere il muro di silenzio. Sono loro che ci aiuteranno a costruire un futuro migliore.

Igiaba Scego sarà al festival di Internazionale a Ferrara dal 30 settembre al 2 ottobre.

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