Una manifestazione a Londra contro lo smantellamento del campo profughi di Calais, il 1 marzo 2016.

Nel Regno Unito sono benvenuti solo gli immigrati ricchi

Una manifestazione a Londra contro lo smantellamento del campo profughi di Calais, il 1 marzo 2016.
02 marzo 2016 14:30

Mi sono persa un passaggio importante? La mia scrivania è piuttosto disordinata, ma sono sicura di non aver ricevuto la notifica che il Regno Unito oggi è un paese che scaccia le vedove e gli invalidi mandandoli incontro a morte certa. Pensavo che la crudeltà deliberata fosse un prezzo troppo alto per guadagnare qualcosa nei sondaggi facendo i duri sull’immigrazione. A quanto pare mi sbagliavo. Mentre i profughi di guerra e quelli che scappano dalle dittature continuano ad ammassarsi a Calais, il ministero dell’interno minaccia di deportare migranti malati e moribondi che già vivono nel nostro paese.

Vite polverizzate

Myrtle Cothill ha 92 anni, non può camminare e vuole solo passare gli ultimi anni della sua vita con sua figlia Mary, 66 anni, cittadina britannica, a Poole. La sua famiglia combatte dall’anno scorso contro la decisione del governo di deportarla in Sudafrica, dov’è nata, sapendo che la donna potrebbe non sopravvivere al viaggio. Lo stato ha deciso che né Myrtle né la figlia sono “persone degne di credito”, ovvero che non sono credibili. Dopo una grande mobilitazione pubblica lo stato ha magnanimamente deciso di concedere a Myrtle un altro po’ di tempo per dimostrare che non sta cercando di fregare il sistema.

Lo stesso beneficio non è stato concesso a Luqman Onikosi, brillante studente nigeriano che da tempo lotta per restare nel Regno Unito sostenendo che se fosse espulso rischierebbe la vita. Luqman, 36 anni, è arrivato nel 2007 per studiare nel Sussex. In seguito gli è stata diagnosticata l’epatite B, curabile qui ma non nel suo paese. I suoi due fratelli sono già morti per la stessa malattia. Se Luqman sarà costretto a tornare in Nigeria andrà incontro allo stesso destino.

La burocrazia serve a coprire la mostruosità quotidiana. Nel 2008 Ama Sumani, 39 anni, vedova, madre di due figli e malata di cancro, è stata prelevata dal suo letto d’ospedale, piazzata su una sedia a rotelle e deportata in Ghana. Anche lei era arrivata nel Regno Unito come studente prima di ammalarsi, ma la sua richiesta di un permesso di soggiorno per motivi di salute è stata respinta perché non aveva aggiornato il suo indirizzo su un formulario. Gli amici di Ama e i medici hanno chiesto che la decisione fosse annullata, ma la donna è morta pochi mesi dopo ad Accra.

Queste storie, lo spettacolo di queste vite polverizzate dal pugno di ferro del sistema d’immigrazione britannico, a prima vista appaiono insensate. Sembra non esserci alcuna razionalità né comprensione dietro la scelta di negare a una donna di 92 anni la possibilità di morire a casa con sua figlia o di non salvare uno studente di talento da una morte prematura. Di sicuro, direte voi, ci dev’essere qualche errore burocratico, e un appello al buon senso e alla decenza potrebbe risolvere tutto. Ma il ministero dell’interno insiste: non ci sono errori.

A volte i governi possono essere influenzati dall’opinione pubblica, anche se all’inizio tengono il punto per salvare la faccia. Altre volte, invece, la tattica della vergogna non funziona. A volte le istituzioni preferiscono sporcarsi le mani di sangue e andare avanti nella loro battaglia, in questo caso una battaglia per l’anima del Regno Unito in un’epoca di profonda crisi morale. Le storie di migranti costretti a salire su aerei e a morire da soli lontano da casa sono come le teste impalate fuori dell’accampamento di Kurtz in Cuore di tenebra: fanno spavento, e servono proprio a quello. Sono il segno di una moralità selvaggia, e l’alternativa è accettarla o impazzire.

Molti di noi hanno già scelto di accettare. Chiudiamo il giornale e guardiamo dall’altra parte. Diciamo a noi stessi che è una vergogna, ma le regole vanno rispettate.

I britannici non saranno certo più ricchi un domani perché oggi un giovane nigeriano viene deportato e lasciato morire

Certo, se Myrtle Cothill o Luqman Onikosi avessero avuto due milioni di sterline le cose sarebbero state diverse. Perché due milioni di sterline? Perché con due milioni di sterline si può acquistare un “visto da investitore”, un biglietto d’ingresso nel Regno Unito. Chi ha le scarpe d’oro di solito cade in piedi. Gli stranieri che sono liberi di stabilirsi nel Regno Unito sono i meno bisognosi. Non sono “migranti economici” da disprezzare e deportare, ma investitori da accogliere con coppe di champagne nella business lounge dell’aeroporto di Heathrow.

Non è il caso di Luqman Onikosi, che ha pagato la retta per gli studenti stranieri e le tasse nel Regno Unito e lavorava nella commissione sulla Nigeria. Ora che lo stato ha munto i suoi soldi e la sua competenza, è libero di andarsene a morire in Africa. Onikosi ha scritto sul sito Novara che “in quanto migranti dobbiamo provare di avere diritto alla vita dimostrando che creiamo valore per l’economia”.

Quindi è una questione di soldi, ma da questi soldi i cittadini non traggono alcun beneficio. I britannici non saranno certo più ricchi un domani perché oggi un giovane nigeriano viene deportato e lasciato morire. Gli stranieri usufruiscono dei sussidi molto meno dei britannici, e solo a Londra gli studenti stranieri portano 2,8 miliardi di sterline all’anno. Ironia della sorte, di tutte le persone che cercano rifugio in questo arcipelago angusto e rancoroso, sono proprio i milionari stranieri a danneggiare la popolazione locale, comprando casa e facendo salire i prezzi nella capitale.

L’etica del partito conservatore e del sistema politico è l’etica dei soldi. Non quella della dignità umana né quella della libertà dalla persecuzione e nemmeno quella dell’incolumità fisica. Solo quella dei soldi, dei milioni versati nelle banche britanniche. Possiamo aspettarci un comportamento del genere da parte delle istituzioni, che sono più interessate a tutelare la propria immagine che a difendere i deboli. Quello che mi lascia a bocca aperta è l’insistenza con cui lettori e commentatori che hanno la fortuna di non dover affrontare la deportazione e la morte ripetono che “è triste, ma le regole vanno rispettate”.

Se anche voi la pensate così, vi invito a chiedervi chi è stato a scrivere queste regole, e quando, e perché. Chiedetevi se è possibile vivere in un paese in cui l’unica cosa che conta è l’etica del denaro, dove possono venire a vivere solo i milionari. Provate a guardare quelle teste impalate ai nostri confini, messe lì per sottomettere la popolazione e spaventare gli stranieri. Chiedetevi che tipo di paese stiamo diventando, e se ne vale la pena.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman

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