01 agosto 2016 15:42

L’ipotesi che due donne transgender potessero essere selezionate per la squadra olimpica britannica è stata accolta con grande sdegno all’inizio di questo mese. I sostenitori dei diritti lgbt erano sconvolti all’idea che quelle atlete trans avessero dovuto rispondere a delle domande sul loro diritto a competere come donne, mentre dal fronte opposto è stato ribadito che solo le “donne biologiche” possono gareggiare. Si afferma che l’inclusione delle donne trans negli sport olimpici, oggi possibile grazie al cambiamento di una regola, sarebbe sleale perché godranno di un “vantaggio naturale” rispetto alle altre donne. Le atlete trans sono accusate di imbrogliare prima ancora di cominciare a gareggiare. Si ribadisce che siamo tutti a favore dei diritti transgender, ma in questo caso ci stiamo spingendo un po’ troppo in là. E se vincessero?

Non pretendo di avere una conoscenza assoluta della mentalità sportiva, ma pensavo che il punto fosse proprio vincere. E a proposito di vantaggi biologici, la maggior parte degli atleti ne hanno uno. Ecco perché sono atleti. I migliori nuotatori hanno spalle larghe; i migliori giocatori di basket sono mostruosamente alti. Se supponiamo che esista davvero una cosa come un corpo maschile o femminile medio, difficilmente lo troveremmo in una squadra olimpica.

I dibattiti sullo sport dimostrano quanto sia difficile fare una distinzione netta tra corpi maschili e femminili. Cosa dovrebbe essere una “donna”, ai fini dello sport professionistico?

Il “vero” genere

Il Comitato internazionale olimpico (Cio) ha introdotto i test sul genere nel 1968, ma da allora le linee di separazione si sono spostate. I test ormonali sono diventati il “vero” arbitro sulle questioni di genere, anche se i livelli di testosterone variano moltissimo da individuo a individuo, tanto quanto tra uomini e donne intesi come gruppi. Qual è la differenza tra un atleta intersessuale che ha i testicoli ritenuti e che producono testosterone, e un’atleta come la scattista indiana Dutee Chand? Nel 2014 Chand è stato esclusa dai Giochi del Commonwealth perché affetta da iperandroginismo, che le provoca livelli insolitamente alti (ma del tutto naturali) di testosterone. Ha presentato ricorso ai funzionari sportivi e da allora le regole relative alla sua condizione sono state sospese, perciò potrà gareggiare a Rio.

Alle Olimpiadi di quest’estate parteciperà anche la mezzofondista sudafricana Caster Semenya. Nel 2009, quando è stata sottolineata la sua costituzione decisamente muscolare, è stata minacciata di confisca di tutte le medaglie e costretta a sottoporsi a test sul genere e a subire scurrili ipotesi sul suo “vero” genere. Ha dovuto affrontare una terapia ormonale per poter continuare a gareggiare.

Dividere gli sport per genere non è naturale né inevitabile

Per un po’ è stato dato per scontato che i cromosomi possano dirci quale sia il “vero” genere di una persona: XX per le donne, XY per gli uomini. La natura però non è così binaria. Negli anni sessanta si scoprì che l’atleta polacca Ewa Kłobukowska aveva una rara condizione genetica – mosaicismo XX/XXY – che non le dava alcun vantaggio sulle altre atlete. Tuttavia le fu impedito di partecipare alle Olimpiadi e di praticare sport a livello professionistico.

Categorie arbitrarie

La storia di queste persone, che abbiano avuto o meno il permesso di gareggiare, dovrebbe insegnare alla professione medica di essere meno certa delle sue conclusioni. Riguardo i detrattori di queste donne, a volte bisogna chiedersi in quale storia la gente pensi di vivere. Perfino il commentatore meno sensibile dal punto di vista culturale è in grado di riconoscere chi siano i cattivi in una favola rosa sullo sport che parla di coraggiosi sfavoriti capaci di superare i pregiudizi. Di sicuro qualcuno del Cio avrà visto Cool runnings.

L’interrogativo però resta: cosa devono fare gli atleti eccezionali quando non rientrano in categorie biologiche scelte in modo arbitrario e in base alle quali è misurata l’eccellenza? Non partecipare e restare a guardare?

Nello sport, i corpi sono contestati, in senso quasi letterale. La partecipazione delle donne è stata sempre un aspetto secondario: i giochi del 2012 a Londra sono stati i primi in cui le donne hanno partecipato a tutti gli sport. La rigida segregazione di genere non è quasi mai messa in discussione, e questo permette, opportunamente, di marginalizzare gli eventi femminili e di assicurarsi che nessuno sportivo possa essere mai sconfitto da una donna. Dividere gli sport per genere però non è naturale né inevitabile. Anche se siete convinti che gli uomini siano sempre più veloci e più forti delle donne, ci sono altri modi per organizzare prove di abilità, per esempio in base alla classe di peso o allo storico delle prestazioni.

Se ci tieni di più ad avere successo che a essere piacevole, sei considerata poco femminile

Vale la pena ricordare che alle donne di successo è stato sempre chiesto di provare in pubblico il loro genere, sebbene quella degli sport sia una delle poche aree in cui possano essere anche convocate da una commissione medica. La femminilità delle politiche, delle imprenditrici e delle artiste è regolarmente messa in discussione. Nell’immaginario popolare grinta e ambizione sono associate alla mascolinità. Se vuoi vincere, non devi essere una vera donna. Se ci tieni di più ad avere successo che a essere piacevole, sei considerata poco femminile.

Le atlete trans non sono le uniche donne nello sport a dover affrontare questi attacchi. Pensate per esempio agli insulti scagliati contro le campionesse di tennis, soprattutto Serena Williams. Ogni volta che vince un torneo importante, la insultano sull’abbigliamento, sulle dimensioni dei suoi muscoli e sull’opportunità di vederle i capezzoli sotto la maglietta mentre demolisce la sua avversaria.

Poco prima della vittoria di Marion Bartoli al singolare di Wimbledon nel 2013, il commentatore della Bbc John Inverdale si è domandato in diretta se la tennista francese si fosse imposta di eccellere perché suo padre un giorno le aveva detto “Non sarai mai uno schianto”. Dopo il suo ritiro dai tornei singolari professionistici, Bartoli ha perso talmente tanto peso che quest’anno gli organizzatori di Wimbledon le hanno chiesto di ritirarsi da un doppio amichevole per ragioni “mediche”.

Il genere, come lo sport, può apparire semplice da fuori, basato com’è su regole certe e inflessibili. Entrambi però sono creazioni umane e non sono mai semplici, rigidi o neutri come vorremmo pensare. La differenza più importante, nel caso del genere, è che nessuno può restarsene sugli spalti a guardare: volenti o nolenti, siamo tutti chiamati in gioco.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman.