Un’opera dedicata a Katie Hopkins dell’artista britannico Frank Shepherd a Edenbridge, nel sudest dell’Inghilterra, il 30 ottobre 2013.

Chi vince e chi perde nell’epoca della post-verità

Un’opera dedicata a Katie Hopkins dell’artista britannico Frank Shepherd a Edenbridge, nel sudest dell’Inghilterra, il 30 ottobre 2013.
12 gennaio 2017 15:30

C’è un genere di errore stupido che solo le persone intelligenti possono commettere: presumere che un fatto acclarato possa sconfiggere una bugia facile e rassicurante. Siamo entrati in una nuova fase del dibattito politico e pubblico, una fase che molti esperti hanno definito “l’era della post-verità”. Personalmente preferisco chiamarla l’era delle stronzate.

Consideriamo (per quanto possa essere fastidioso) il caso di Katie Hopkins. Hopkins è una delle più abili artiste della stronzata del Regno Unito. Ex partecipante del reality Apprentice e provocatrice di professione, recentemente è tornata agli onori della cronaca proclamando nel suo popolare programma radiofonico che la parola “razzismo” ha perso ogni significato, il che è assolutamente falso ma a molte persone sembra ragionevolmente vero. E questa è l’unica cosa che conta. Hopkins ha ottenuto quello che voleva, e qualunque sia la sua reale opinione sul razzismo – o sulle persone che non sono né bianche né cristiane – non ha alcuna importanza.

Non so se Hopkins sia una razzista o meno, e non ha importanza. Come molti personaggi in cerca di attenzione, anche lei si guadagna da vivere dicendo e facendo cose vergognose che possono avere un impatto reale sulla vita delle persone reali. A dicembre è stata costretta a scusarsi dopo aver accusato ingiustamente la famiglia Mahmood, a cui le autorità statunitensi avevano impedito di visitare Disneyland, di legami con il terrorismo. Il Daily Mail ha dovuto pagare un risarcimento da 150mila sterline alla famiglia e Hopkins ha twittato le sue scuse.

Cos’è una stronzata, e in cosa si differenzia dalla normale bugia? Secondo il filosofo statunitense Harry Frankfurt, la differenza tra un bugiardo e un artista della stronzata è che il bugiardo ha un minimo di rispetto per la verità. Il bugiardo sa bene qual è la realtà, ma vuole che chi lo ascolta creda il contrario. All’artista della stronzata, invece, la verità non interessa: ha rinunciato alla cittadinanza di quella che l’amministrazione Bush aveva goffamente definito “la comunità basata sulla realtà”. Il bugiardo vuole nascondere la verità, mentre l’artista della stronzata vuole distruggere il concetto stesso di verità, non vuole ingannare ma solo confondere e controllare.

È di questo che si parla quando si definisce l’attuale fase politica con il termine “era della post-verità”. Non si tratta esclusivamente di bugie, anche se naturalmente le bugie abbondano. “Post-verità” è più vicino al concetto di stronzata. È la strategia della sala degli specchi perfezionata nella Russia di Putin, in cui un’eruzione di notizie false e di troll favorisce il regime non solo diffondendo la propaganda pro-Cremlino, ma facendo in modo che i cittadini non credano a niente di quello che leggono o sentono. In questo modo vengono resi vulnerabili e sono portati a credere a idee che “sembrano” ragionevoli, senza alcuna considerazione per i fatti concreti. Una considerazione che tra l’altro ha perso valore in tutto il mondo, insieme ai concetti stessi di competenza e istruzione.

Gli artisti della stronzata sono una minaccia molto più seria rispetto ai fanatici, perché sono più adattabili

La stronzata non è una semplice bugia, è anche un registro, un modo di parlare. La stronzata è al centro del linguaggio degli affari, che sta diventando sempre di più il linguaggio della politica. Solo che nel mondo degli affari tutti conoscono il gioco. Tutte le persone sedute nella sala riunioni sanno che gli altri stanno giocando e cercano di ottenere il massimo senza troppi scrupoli. Questo rende il gioco onesto, in un certo senso. In politica invece la gente non sa che è tutto un gioco. Se partecipi a un gioco senza saperlo, ci sono buone possibilità che tu sia la palla.

Come sottolinea Frankfurt, solo perché una cosa è una stronzata non è detto che non sia stata accuratamente pensata. Al contrario, ciò che rende alcuni artisti della stronzata così efficaci, dai venditori agli esperti di pubbliche relazioni passando per i demagoghi e i santoni, è la loro capacità di modellare la retorica al confine di ciò che è socialmente accettabile e adeguarla con l’allargamento di questo confine. Hopkins ha imparato la lezione, ma non è la lezione che avrebbe dovuto imparare. Gli artisti della stronzata sono troll professionisti, e sono molto più pericolosi di un qualsiasi bifolco razzista.

Gli artisti della stronzata sono una minaccia molto più seria rispetto ai fanatici, perché sono più adattabili. Sono pronti a dire qualsiasi cosa per ottenere quello che vogliono: il potere, il denaro, l’attenzione o tutti e tre. Inoltre hanno meno da perdere. Un normale bugiardo rischia di perdere tutto se viene scoperto, mentre l’artista della stronzata si limita a passare alla prossima idea bislacca partorita dal vuoto morale che ha nella testa.

Hopkins è un’artista della stronzata. Donald Trump è un artista della stronzata. Nigel Farage è un artista della stronzata. Queste persone sono i volti dell’era della stronzata, un’epoca che sfida ogni accusa di ipocrisia perché l’inganno è fatto alla luce del sole. È per questo che Farage può permettersi di vincere un referendum facendo appello “al lavoratore comune” e poi festeggiare con un ricevimento sfarzoso al Ritz.

Le stronzate sono difficili da individuare, ma dobbiamo cercare di diventare più bravi a smascherarle. L’ultimo asso nella manica dell’artista della stronzata, e probabilmente il più efficace, è il grido d’allarme: dichiarare che il sistema è marcio e che lui si limita a navigare nel fango. Ma forse è arrivato il momento di prendere in prestito la saggezza dei bambini, i più difficili da imbrogliare e capaci di fiutare l’insincerità. Nell’epoca della stronzata e della politica marcia, ricordiamoci sempre che chi la sente ne è parente.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman.

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