Un operatore della Croce rossa aspetta l’arrivo di una barca carica di migranti sulla spiaggia dell’isola greca di Lesbo, il 26 gennaio 2016. (Mstyslav Chernov, Ap/Ansa)

Il Mediterraneo, da sogno dei turisti a incubo per i migranti

Un operatore della Croce rossa aspetta l’arrivo di una barca carica di migranti sulla spiaggia dell’isola greca di Lesbo, il 26 gennaio 2016. (Mstyslav Chernov, Ap/Ansa)
16 aprile 2016 10:33

È difficile ricordare che, appena un decennio fa, l’area del Mediterraneo, sia in Europa sia in Africa, era la più grande storia di successo dell’Unione europea. La guerra nella ex Jugoslavia era stata neutralizzata, il turismo era fiorente in Nordafrica e paesi come la Spagna stavano conoscendo la crescita economica più dinamica dell’eurozona. Sia i paesi membri dell’Ue sia quelli oltre i suoi confini sembravano beneficiare della politica economica dell’Unione: creare una regione più unita e meno divisa dal nazionalismo, dalla religione o dalla lingua.

Un simile risultato aveva fatto rinascere l’antico mito di un “mondo mediterraneo” interconnesso, che si fondeva con il progetto dell’Ue di smantellare i confini nazionali.

Oggi quei legami sembrano rappresentare una minaccia per gli europei. I paesi della riva sud del Mediterraneo sono in guerra oppure sono diventati il punto di partenza d’imbarcazioni cariche di profughi. Questi barconi sono diretti nei paesi dell’Europa meridionale i quali, pur facendo parte dell’Ue, sono sopraffatti dai debiti e in una difficile situazione politica.

Ma torniamo con la mente a prima che l’Ue istituisse il suo controllo delle frontiere (Frontex) per impedire l’arrivo dei profughi siriani sulle spiagge greche e spagnole, prima che in Europa si creasse un fossato tra i paesi meridionali indebitati e i loro creditori settentrionali, a quando l’Unione europea finanziava progetti di sviluppo in Nordafrica ed Europa dell’est nel quadro di una “politica di vicinato”. Come già aveva fatto la precedente Comunità economica europea dando miliardi di dollari alla Spagna postfranchista e alla Grecia postdittatoriale, l’Ue ha mostrato una simile inclinazione verso il Nordafrica e la Turchia negli anni duemila, offrendo fondi di sviluppo per le infrastrutture e i corsi di formazione.

Il Mediterraneo era uno spazio transnazionale, la geografia era più importante degli accordi politici

La “politica di vicinato” ha funzionato per un po’. La Turchia prosperava e ambiva all’ingresso nell’Ue, mentre le industrie turistiche del Marocco e dell’Egitto crescevano robuste. In questi paesi mancavano istituzioni democratiche forti. Ma il sentimento, nei corridoi di Bruxelles, era che maggiori scambi commerciali e un maggior numero di visitatori dall’estero avrebbero creato condizioni favorevoli alla crescita della società civile. I funzionari europei paragonavano il Nordafrica, la Turchia e l’Egitto ai paesi dell’Europa orientale di appena due decenni prima: periferie complesse che avrebbero tratto beneficio, o addirittura sarebbero state assorbite, dal cuore dell’Europa.

Solo nel 2008 l’Ue ha creato un abbozzo di federazione mediterranea, chiamata Unione per il Mediterraneo, per rafforzare il commercio regionale e mettere in contatto i leader dell’Europa mediterranea con i loro colleghi africani e mediorientali. Mentre i tecnocrati parlavano con fare grandioso di “Europa sociale” e del bisogno di far prevalere l’identità comune europea su quelle nazionali, si faceva strada un distinto e stimolante concetto di mediterraneità.

Sebbene l’estensione longitudinale del Mediterraneo segni in maniera naturale l’inizio e la fine dell’Europa, nell’antichità il tema ricorrente era quello di una regione mediterranea unificata da città-stato disposte a raggiera. Questi microregni commerciavano tra di loro all’interno di ampie reti, e il mare era la forza motrice che univa imperi e continenti.

Questa dimensione regionale è stata definita “mondo mediterraneo” da Fernand Braudel, il più celebre storico del ventesimo secolo. Braudel ha messo in discussione concezioni storiche radicate che sottolineavano la continuità del modello di stato-nazione. Al contrario, il Mediterraneo era uno spazio transnazionale, nel quale la geografia era più importante degli effimeri accordi politici. Questa idea si è fatta strada in una nuova generazione di studiosi interessati alla globalizzazione e alle migrazioni.

Dagli anni sessanta la catena di hotel Club Med ha promosso l’immagine di una regione esotica e adatta al relax

Per i politici del ventunesimo secolo che provano a legiferare a favore di un’Europa senza confini, la descrizione fornita da Braudel del Mediterraneo durante il regno di Filippo II di Spagna (scritta, non a caso, mentre l’autore era prigioniero in un campo nazista) non era semplicemente un’opera di storia ben scritta, ma offriva la visione di un futuro prospero e illuminato libero dal nazionalismo.

Negli ultimi 40 anni, il turismo è stato l’espressione più marcata del “mondo mediterraneo”. I visitatori sono aumentati del 386 per cento rispetto al 1970 e il settore è arrivato a generare 224 miliardi di dollari all’anno. È stato il successo della catena d’hotel Club Med, onnipresente nell’Europa meridionale degli anni sessanta, a promuovere l’immagine di una regione esotica adatta al riposo e al relax, accessibili a un prezzo ridotto data la disparità economica tra Europa settentrionale e meridionale. Le vacanze al Club Med sono diventate emblematiche sia delle attrattive del Mediterraneo, sia del successo dello stato sociale postbellico nel quale qualsiasi famiglia poteva permettersi un po’ di svago estivo sotto il sole.

Rifugiati e migranti arrivano su una spiaggia dell’isola greca di Lesbo, il 4 gennaio 2016. (Santi Palacios, Ap/Ansa)

La catena d’alberghi, fondata dal belga Gérard Blitz, era inizialmente un’associazione senza scopi di lucro, molto incentrata sullo sport, per turisti con pochi mezzi e disposti a dormire in vecchie tende dell’esercito in cambio della possibilità di godere una settimana di divertimento sulla spiaggia. Alla fine degli anni cinquanta, Club Med è diventato famoso per aver creato uno spazio di libertà sessuale, prima di dedicarsi con metodi fordisti al divertimento di massa negli anni sessanta, e diventando in seguito una delle più grandi aziende di viaggi d’Europa.

Nel corso dei vent’anni successivi il divario tra Europa del sud e del nord si è ridotto e Club Med ha cominciato a ospitare turisti nei villaggi-vacanza di Antalya, in Turchia, a organizzare viaggi culturali a Luxor o gite in cammello in Marocco, alla ricerca di prezzi più bassi ed esperienze esotiche confortevoli al di là dei confini europei.

La disintegrazione dello spazio mediterraneo è il prodotto sia del terrorismo sia della crisi finanziaria

La catena alberghiera Club Med, che possiede ancora proprietà immobiliari su entrambe le sponde del Mediterraneo oggi è un’azienda cinese, anche se guidata dal figlio dell’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, un convinto sostenitore dell’Ue che ha ricoperto varie cariche a Bruxelles dopo aver mancato la rielezione a presidente nel 1981.

Durante gli anni novanta e all’inizio dei duemila, l’Unione europea ha voluto mostrarsi come un’unità geopolitica in espansione. L’Ue è riuscita a creare una crescita economica che ha portato la prosperità alla classe media nell’Europa del sud e in buona parte di quella dell’est. Ha permesso così, a quanti prima vivevano in una dittatura comunista, di avere accesso al sogno da classe media del Club Med.

Un sogno limitato e forse arrogante

Questo rafforzamento dei legami internazionali non è stato sempre facile, soprattutto quando si è trattato di discutere della libertà di movimento. E tuttavia, nella maggior parte dei casi, i timori dei nazionalisti, che si aspettavano orde di polacchi che avrebbero vissuto a spese dei contribuenti, sono diminuiti man mano che il sistema cominciava a funzionare.

Dopo le riforme economiche dei paesi ex socialisti negli anni novanta, l’Ue aveva messo gli occhi sulla Turchia, il Nordafrica e l’Ucraina, che sarebbero dovuti diventare i suoi prossimi beneficiari, se non addirittura suoi membri. E invece l’attuale crisi su entrambe le sponde del Mediterraneo (per non parlare dell’Ucraina) sottolinea i limiti e forse anche l’arroganza del sogno Ue riguardo a un’accelerata espansione geografica.

Migranti salvati in mare dalla guardia costiera arrivano sulla costa della Sicilia, il 14 maggio 2015. (Alessandro Bianchi, Reuters/Contrasto)

La disintegrazione dello spazio mediterraneo è il prodotto sia del terrorismo sia della crisi finanziaria. In Spagna, milioni di case continuano a rimanere vuote come risultato della bolla immobiliare del paese, mentre la disoccupazione si è mantenuta cocciutamente oltre il 20 per cento della popolazione per cinque anni. Grecia e Cipro hanno vissuto corse agli sportelli bancari e negoziati con l’Ue che equivalgono a una nuova forma di governo economico che dà ai creditori stranieri importanti poteri decisionali, e che molti considerano antidemocratica.

Adesso a Bruxelles si parla di aiuto alimentare, missili e barriere di filo spinato

L’altra sponda del Mediterraneo ha visto migliaia di profughi inghiottiti dall’acqua, e la crescita delle diverse filiali del gruppo Stato islamico (Is) ha portato all’abbattimento di un aereo russo in Egitto e all’uccisione di turisti in Tunisia. La Libia è passata dall’essere una brutale autocrazia a uno stato fallito pronto per essere controllato dall’Is. Destinazioni turistiche un tempo popolarissime, come le spiagge della Tunisia e perfino il centro di Istanbul, hanno assistito a un netto calo di visitatori dopo che i governi hanno segnalato il pericolo di nuovi attentati all’orizzonte.

L’idea di un’Europa che investe in autostrade e istruzione superiore nel sud del Mediterraneo è un concetto che non va più di moda a Bruxelles. Adesso si parla di aiuto alimentare, missili Tomahawk e di dove mettere le barriere di filo spinato.

Nonostante l’Unione europea si sia già impegnata a versare 15,4 miliardi di euro per lo sviluppo regionale in Europa del sud e dell’est tra il 2014 e il 2020, è difficile immaginare che un miglioramento economico sia un obiettivo realistico nelle zone di guerra e in aree vicine piene di tendopoli militarizzate. Mentre i confini esterni dell’Europa mediterranea sono messi in sicurezza, il concetto fondatore dell’Ue, la libertà di movimento, è stato messo in discussione all’indomani degli attentati di Parigi e Bruxelles.

La possibilità di una federazione europea sembra allontanarsi sul piano politico – visti i partiti euroscettici e i nazionalismi d’estrema destra – mentre sembra mantenuta forzatamente in vita una nuova paura collettiva del “mondo mediterraneo”. Si tratta di un cambiamento che potrebbe trasformare il mare nostrum in un fossato.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito su openDemocracy.

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