Un comizio del Movimento 5 stelle a Rimini, il 23 settembre 2017.

La campagna elettorale più strana della storia d’Italia

Un comizio del Movimento 5 stelle a Rimini, il 23 settembre 2017.
02 febbraio 2018 10:20

Appena pochi mesi fa circolavano forti preoccupazioni per l’Italia e quindi per l’Europa. Il 4 marzo i cittadini italiani sono chiamati alle urne, e già si prevedeva un’ulteriore avanzata dei “populisti” antieuropei, che si tratti del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, della Lega amica di Marine Le Pen o di Silvio Berlusconi, il sempreverde della politica italiana. E si temeva che ne uscisse un paese ingovernabile, privo di una maggioranza e con un parlamento in cui avrebbero prevalso i nemici dell’Ue e dell’euro.

E invece, a quattro settimane dal giorno delle elezioni, il polverone si è posato. Lo spread, cioè il differenziale del tasso di rendimento tra i titoli del debito pubblico tedeschi e quelli italiani, ci dice che, comunque vada, la comunità internazionale non è molto in pensiero per le sorti dell’Italia. Si è infatti assestato su un rassicurante 1,3 per cento, benché tutti i sondaggi diano il Movimento 5 stelle vicino al 30 per cento, la Lega di Salvini attorno al 12-13, Forza Italia di Berlusconi tra il 16 e il 18 per cento.

Tuttavia questa assenza di allarme nella comunità internazionale dipende da un fenomeno inconsueto per un periodo elettorale. Normalmente, nelle settimane che precedono il voto, gli avversari cominciano una guerra di parole senza quartiere, mentre attualmente in Italia succede il contrario: tutti o quasi tutti si sforzano di apparire più moderati di prima.

Per i cinquestelle la parola d’ordine da diffondere è ‘niente paura’

A inaugurare tale tendenza in questa campagna elettorale italiana è stato l’M5s, uno dei principali spauracchi dell’Europa da quando, dal nulla, è entrato in parlamento con il 25 per cento dei voti. A quel tempo lo guidava da Beppe Grillo, un comico che ricorda un po’ il Tremotino dei fratelli Grimm, e diceva peste e corna dell’Unione europea e soprattutto dell’euro. E oggi? Alcuni rappresentanti del movimento mi hanno detto – a microfoni spenti – che la parola d’ordine da diffondere è “niente paura”. Il referendum sulla permanenza dell’Italia nell’eurozona, fino a poco tempo fa al primo posto tra le promesse elettorali cinquestelle, è stato cancellato senza essere sostituito.

Come se non bastasse, l’M5s si presenta alle elezioni con un gran numero di candidati abbastanza insoliti per il movimento, messi in lista in molti collegi anche se finora non erano attivi con i cinquestelle. Fra di essi, docenti universitari ma anche generali; ricercatrici in oncologia e operatori di associazioni che aiutano i rifugiati; c’è il presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma ma anche l’ex capo di Sky News Italia. Questo dunque è il messaggio che l’M5s lancia alla società italiana, nel cuore dell’Europa; e ben gli si adatta il candidato di punta, Luigi Di Maio, un giovanotto di appena 31 anni, sempre benvestito, che non strilla mai… insomma l’esatto contrario di Grillo, che in politica gli ha fatto da padre. Da mesi, Di Maio s’incontra con ambasciatori dei paesi dell’Ue e vola da una capitale europea all’altra, sempre recando lo stesso annuncio: anche se il movimento dovesse uscire vittorioso dalle urne, non sarebbe una tragedia.

Il ritorno del cavaliere
Su un ben diverso fronte politico c’è anche un altro dei protagonisti che, in un certo senso, si è reinventato: Silvio Berlusconi. Aveva perso ogni credito in Europa per aver portato l’Italia a schiantarsi contro un muro, da ultimo quando è stato di nuovo capo del governo fra il 2008 e il 2011. Del resto già nel 2001 Bill Emmott, l’allora caporedattore dell’Economist, l’aveva bollato come unfit, inadatto a governare l’Italia. E oggi? Oggi lo stesso Emmott dice che Berlusconi potrebbe salvare l’Italia ergendosi a baluardo contro il populismo. E infatti Silvio si vende (con successo) proprio come il salvatore dell’Italia: dai cinquestelle, che a sentir lui sarebbero ancor più pericolosi dei “comunisti”, ma anche dalla Lega, che continua a scagliarsi contro l’euro. Poco importa, il quotidiano romano La Repubblica ha messo in giro la voce che Berlusconi, nonostante la sua alleanza elettorale con Salvini, non avrebbe nessuna intenzione di andare al governo con la Lega: lo ha promesso solennemente ai rappresentanti dell’Ue che ha incontrato ultimamente a Bruxelles.

C’è un fattore trasversale che sta mettendo la sordina a questa campagna elettorale. Nessuno dei grandi schieramenti – il blocco di centrosinistra riunito intorno al Partito democratico di Matteo Renzi, l’alleanza di destra, l’M5s – ha buone probabilità di ottenere una maggioranza di governo in grado di stare in piedi. Come se ne esce? Restano solo due opzioni: indire subito nuove elezioni oppure scendere a compromessi e mettersi d’accordo su un governo di tecnici, o un governo di minoranza, o magari una coalizione. Ma Renzi, per esempio, esclude categoricamente una coalizione con Berlusconi dopo il voto, benché nessuno gli creda. Berlusconi, dal canto suo, già si spreca a elogiare il presidente del consiglio dei ministri uscente, Paolo Gentiloni, che proviene dal Pd di Renzi. E perfino il Movimento 5 stelle di Di Maio, finora strenuo oppositore di qualsiasi alleanza con altre forze politiche, adesso si dice pronto a parlarne.

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Insomma, è improbabile che dopo il 4 marzo a Roma scoppi il caos: il paese conserverà un minimo di stabilità. Tutt’altra questione è quale sia lo stato di salute della democrazia italiana. Almeno all’interno dei partiti, si può considerare ai minimi storici. Berlusconi l’ha sempre pensato fin dal 1994, anno della sua discesa in campo: siccome aveva il potere assoluto, si è circondato di candidati accondiscendenti. Il Pd aveva stabilito nel suo statuto che i candidati sarebbero stati selezionati attraverso le primarie. Ma adesso Renzi ne ha fatto carta straccia e li ha scelti da solo. L’unico ad aver organizzato tra i suoi attivisti una votazione online per i candidati da mettere in lista nei collegi è stato il Movimento 5 stelle. Poi però Di Maio ha semplicemente cancellato quelli che non gli stavano bene e li ha sostituiti con persone di suo gradimento.

Così nel prossimo parlamento i capi dei tre schieramenti principali disporranno di truppe dalla fedeltà assicurata: premessa non secondaria per i cambi di casacca che si prevedono, visto che non è chiaro chi avrà la maggioranza e di quanto. Il loro potere è consolidato mentre i loro partiti si trasformano in entità sempre più magmatiche e più che mai lontane dai cittadini.

I quali, finché dura la campagna elettorale, vanno assecondati con il populismo fiscale che costituisce il tratto comune a tutti e tre gli schieramenti, che stanno promettendo mari e monti. Ma un sondaggio rivela che a crederci ormai sono pochissimi. E così, nel giorno delle elezioni tutti i partiti rischiano di vedersi punire dal tasso di astensione più alto dal 1945 a questa parte.

(Traduzione di Marina Astrologo)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano tedesco Die Tageszeitung.

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