Ciadiani attraversano il deserto per raggiungere la città di Bol, vicino al lago Ciad, settembre 2018.

Il nuovo volto del colonialismo

Ciadiani attraversano il deserto per raggiungere la città di Bol, vicino al lago Ciad, settembre 2018.
07 dicembre 2018 10:15

Il 22 novembre il commissario tedesco per l’Africa Günter Nooke ha detto che i paesi europei dovrebbero avere in concessione terreni per costruire e gestire città in Africa con l’obiettivo di arginare quella che secondo lui rappresenta un’espansione incontrollata della migrazione dall’Africa all’Europa. Secondo Nooke, consentire il “libero sviluppo” di queste aree stimolerebbe le economie africane, creerebbe “crescita e prosperità” e, di conseguenza, ridurrebbe il fascino dell’Europa come meta di migrazione.

La proposta ha suscitato reazioni diverse. Alcuni l’hanno intesa come una proposta economica innovativa per arginare una complessa sfida politica. Basandosi su accordi economici esistenti come quelli delle Zone economiche speciali (Sez) e delle Zone economiche di trasformazione (Epz), la considerano come l’evoluzione delle enclave economiche che proteggono le industrie dall’impatto dell’economia aperta e stimolano la crescita. Dunque, invece di jeans e scarpe da ginnastica, vogliamo ottimizzare le persone, o quanto meno la manodopera, proteggendole dalle realtà e dalle devastazioni delle loro società.

Come c’era da aspettarsi, sono arrivate anche reazioni decisamente contrarie. È stata evocata la parola colonialismo e i più critici hanno detto che soprattutto la Germania, con la sua storia di violenza coloniale e genocidio in Namibia, Camerun, Tanzania e Togo, non abbia alcuna autorità morale anche solo per enunciare un’idea simile.

In generale, tanti paesi africani non si sono mai ripresi dai danni provocati dal colonialismo europeo. Al loro interno, spesso la proprietà terriera è ancora mal distribuita e sbilanciata in favore di minoranze ricche e spesso bianche, e questo genera un’esclusione economica che si trasmette di generazione in generazione. Tante economie africane sono tuttora basate sull’estrazione mineraria ad alta intensità di manodopera ereditata dalle controparti europee. Dunque, è davvero opportuno evocare una nuova forma di colonialismo, che avrebbe come unico scopo quello di attenuare la paranoia europea per una possibile invasione di corpi neri?

Il vantaggio coloniale
Il modo più facile per rispondere è tornare ai fondamentali: cos’è il colonialismo e perché è sbagliato? Secondo la definizione data dal dizionario, il colonialismo è “una politica o una pratica di acquisizione totale o parziale del controllo politico di un altro paese occupandolo con coloni e sfruttandolo dal punto di vista economico”. In ultima analisi si tratta di sfruttare un differenziale di potere per riorganizzare una società a vantaggio economico e sociale di un’altra; affermare che gli imperativi economici e sociali di una società sono più importanti di quelli di un’altra.

Perciò la proposta di Nooke è fondamentalmente un colonialismo in salsa hipster, un tentativo di rivitalizzare il colonialismo nascondendolo sotto tendenze o ideologie neoliberiste e perorando al tempo stesso il ritorno a un sistema di organizzazione sociale ed economica basato essenzialmente sullo sfruttamento.

Molti di quelli favorevoli a questa proposta si soffermano solo sugli aspetti economici, tralasciando l’elemento più importante, ossia le persone coinvolte e interessate. Questa posizione si basa sulla premessa riduttiva che gli esseri umani, e nello specifico gli africani, non siano persone pienamente realizzate che meritano esperienze di vita olistiche. Gli africani sono solo manodopera oppure opportunità economiche.

Colonizzare significa disfare una società a beneficio di un’altra.

Noi esseri umani però non siamo solo manodopera. Siamo esseri complessi, sociali e interconnessi i cui bisogni non possono essere ricondotti solo ai soldi. “Non vogliamo che ci venga ricordato che siamo noi, i popoli indigeni, a essere poveri e sfruttati nella terra in cui siamo nati. L’approccio della black consciousness, o consapevolezza nera, vuole sradicare dalla mente dell’uomo nero questi concetti prima che la nostra società sia spinta nel caos da gente irresponsabile che ha alle spalle Coca-Cola e hamburger”, diceva Steve Biko, fondatore del movimento per la consapevolezza nera e faro della lotta contro l’apartheid.

Biko osservava come colonizzazione e apartheid fossero qualcosa di più di un processo di stravolgimento economico, nonostante il trauma già inflitto con l’alienazione delle terre. La colonizzazione aveva a che fare anche con l’umiliazione dei neri in Sudafrica. Il sistema di apartheid intendeva spezzare gli spiriti dei neri per renderli malleabili o addirittura favorevoli a un sistema di organizzazione politica che li mantenesse in una condizione subordinata e impotente, fino a farli vergognare in casa loro. Colonizzare significa disfare una società a beneficio di un’altra.

Quindi, il colonialismo hipster di Nooke risulta attraente solo se si ignora la storia e la stessa realtà. Alcuni dati sull’emigrazione in Europa possono facilmente metterne in discussione le premesse fallaci. Nooke non esamina il clima economico e politico che spinge i giovani africani a emigrare. Da cosa fuggono di così spaventoso da preferire il rischio di morire in mare invece di restare a casa? Nooke non parla degli espropri delle terre operati dalle multinazionali occidentali e dai governi mediorientali; non parla di una “guerra al terrore” che ha criminalizzato i giovani maschi neri in tutto il Sahel fino alle coste orientali del continente africano; non parla di un sistema politico internazionale che supporta e alimenta le autocrazie con l’obiettivo della stabilità.

Se l’Europa volesse davvero arginare la migrazione, dovrebbe prendere in seria considerazione l’ipotesi di fermare la guerra

Poi ci sono i semplici numeri. Per dirne una, la maggioranza delle persone che cercano di migrare in Europa non è africana, ma mediorientale. Al culmine della “crisi dei migranti” in Europa, nel 2015, su poco più di un milione di persone che hanno cercato di entrare in Europa, quasi l’80 per cento proveniva dall’area mediorientale e in particolare dalla Siria, un paese devastato da una guerra dalla quale la Germania continua a trarre profitto attraverso la vendita di armi al regime da cui queste persone stanno fuggendo. Se l’Europa volesse davvero arginare la migrazione, dovrebbe prendere in seria considerazione l’ipotesi di fermare la guerra.

Più in generale, le città africane già svolgono molte delle funzioni alle quali dovrebbero aspirare le enclave economiche proposte da Nooke. Le persone privilegiate hanno già accesso a strutture, opportunità e rappresentatività migliori rispetto ai loro concittadini poveri che vivono nelle aree rurali o periferiche. Questo non ha arginato il flusso di migranti. Ha semplicemente creato un differenziale di potere tra le élite urbane e i poveri, esacerbando problemi come l’insicurezza e la violenza di stato contro i poveri, criminalizzati attraverso un processo di protezione dei privilegi per pochi.

Evidentemente le scuole e le università europee stanno mancando l’obiettivo di insegnare ai loro studenti qual è stata la violenza sociale, culturale e strutturale che ha reso possibile la colonizzazione.

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Il fatto che ne stiamo parlando dopo la morte di un missionario americano che tentava di intraprendere una “missione civilizzatrice” nell’isola indiana di North Sentinel è una coincidenza piuttosto affascinante. La popolazione indigena ha avuto il suo ultimo contatto con il mondo esterno all’inizio del ventesimo secolo, e ha risposto all’invasione non richiesta con una raffica di frecce che ha ucciso quasi subito il missionario. Sappiamo che la “missione civilizzatrice” del colonialismo europeo è stata in ultima analisi un processo invasivo e violento. Adesso viene proposto un colonialismo disumanizzante, neoliberale e hipster, senza remore né spirito critico, al punto che è facile perdere di vista ciò che lo rende dannoso.

La mobilità delle persone nel Mediterraneo richiede uno sforzo vigoroso, coordinato e concertato. Non possiamo però ignorare la realtà e la storia quando ci trastulliamo con variazioni delle stesse politiche rimodulate con un lessico moderno e alla moda, perché queste soluzioni raffazzonate finiranno per peggiorare qualsiasi problema cerchino di risolvere.

In ultima analisi il colonialismo hipster e la proposta di Nooke sono l’ennesima occasione per ricordarci di rimettere al centro delle decisioni politiche le persone, non solo i soldi, e che la strada per risolvere le cose parte dalla semplice lettura di un libro di storia.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito su Al Jazeera.

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