Una protesta antigovernativa a Khartoum, in Sudan, il 24 febbraio 2019.

In Sudan è in corso una crisi ignorata

Una protesta antigovernativa a Khartoum, in Sudan, il 24 febbraio 2019.
14 marzo 2019 12:37

Di solito non scrivo di Sudan. Ma adesso devo farlo. Nelle ultime settimane amici e attivisti del paese mi hanno mandato foto di uomini, donne e bambini morti durante le proteste contro il regime fallimentare del presidente Omar al Bashir. Mi perseguitano nei sogni e mi tengono sveglio la notte. Il loro coraggio e la loro audacia di fronte a un regime davvero brutale sono fonte di ispirazione e tragici al tempo stesso. Le loro morti stanno ricevendo davvero poca attenzione.

La vergogna dell’ultima crisi del Sudan è dunque su due livelli. Il primo è il tentativo del presidente Al Bashir di restare attaccato al potere a ogni costo, ponendo i suoi interessi davanti al bene nazionale e mandando nel frattempo in rovina il paese. Il secondo è l’incapacità dei politici e dei mezzi d’informazione di tutto il mondo di parlare di ciò che sta succedendo in Sudan. In questo articolo spero di dare un piccolo contributo per rimediare a quest’ultimo aspetto.

Non c’è da stupirsi se in Sudan la gente protesta. Per lungo tempo il governo di Al Bashir non è stato in grado di istituire un sistema politico inclusivo e stabile, e di recente ha dovuto affrontare una prolungata crisi economica. Con l’aumento del costo della vita e un’inflazione stimata al 70 per cento, gli introiti del governo sono diminuiti.

Il suo Partito nazionale del congresso (Ncp) sembra di conseguenza incapace di imprimere un’inversione di rotta a un tracollo economico che ha reso la vita intollerabile per milioni di persone. Secondo alcune stime, nel 2018 quasi la metà della popolazione viveva in povertà e 5,5 milioni di persone rischiavano di morire di fame.

Il governo non è stato in grado di diversificare l’economia per non dipendere più esclusivamente dai proventi del petrolio

Queste vicende indicano come il regime di Al Bashir non abbia né legittimità democratica né credibilità economica. Non può nemmeno trincerarsi dietro la classica giustificazione autoritaria dell’ordine e della stabilità, tenuto conto dei conflitti passati e presenti in regioni come il Darfur, il Sud Kordofan e il Nilo Azzurro, per non parlare del problematico rapporto del governo con il Sud Sudan.

In precedenza l’Ncp ha potuto scaricare la colpa delle difficoltà economiche del paese sugli Stati Uniti e le sanzioni imposte dopo che nel 1997 il Sudan era stato inserito nella lista dei paesi che finanziano il terrorismo e in seguito all’estrema violenza della crisi in Darfur nel 2007, che secondo le Nazioni Unite ha provocato la morte di circa 300mila persone e ne ha costrette alla fuga 2,5 milioni. La maggior parte di queste sanzioni però è stata annullata nell’ottobre 2017, e il paese è stato attraversato da un’ondata di ottimismo in vista di un possibile miglioramento della situazione. L’economia invece ha cominciato a peggiorare.

L’instabilità monetaria, con la sterlina sudanese che ha subìto diverse svalutazioni nel 2018, ha indebolito ulteriormente la fiducia economica. L’intermittente mancanza di carburante e di cibo ha fatto aumentare i prezzi, mentre la decisione di abolire i sussidi per il pane nel gennaio 2018 ha scatenato la protesta di centinaia di persone, scese in piazza dopo che il prezzo del pane è raddoppiato.

L’Ncp sostiene che i suoi problemi vadano comunque imputati agli Stati Uniti, che con la loro decisione di continuare a tenere il Sudan nella lista degli stati che finanziano il terrorismo hanno reso più difficile per il paese attirare gli investimenti. Questa posizione ha un fondo di verità, ma non tiene conto del fatto che il governo non è stato in grado di diversificare l’economia per non dipendere più esclusivamente dai proventi del petrolio, crollati dopo la secessione del Sud Sudan e la diminuzione dei prezzi del greggio sui mercati mondiali. Ma perfino questo sarebbe stato gestibile se il regime non avesse speso circa 3,3 miliardi di dollari all’anno, ossia il 15 per cento del suo bilancio, per la sicurezza interna con l’obiettivo di reprimere con maggiore efficacia i suoi cittadini.

L’opposizione crescente al dominio di Al Bashir negli ultimi due anni è una potente dimostrazione del fatto che per una parte sempre più ampia del popolo sudanese i problemi del paese hanno origine interna. Come ha dichiarato alla Bbc Hafiz Mohamed, dell’organizzazione in difesa dei diritti umani Justice Africa Sudan: “Prima di tutto occorre mettere fine a tutti i conflitti e tagliare le spese per la sicurezza e l’esercito. Il governo spende meno del 10 per cento del suo bilancio per la salute e l’istruzione. I problemi economici sono un segnale dei problemi politici che il Sudan deve affrontare”.

Dopo qualche protesta sporadica nel 2018, verso la fine dell’anno l’opposizione al governo ha trovato una nuova unità grazie all’azione di un ampio gruppo di medici, ingegneri e insegnanti che hanno cominciato a mobilitarsi e a coordinare le manifestazioni. Secondo alcuni giornalisti sudanesi, il movimento che ne è nato ha generato più di trecento proteste in quindici dei diciotto stati del paese, trasformando questa ondata di proteste nella rivolta più estesa da molto tempo a questa parte.

La risposta del regime di Al Bashir è stata purtroppo prevedibile. Invece di aprire al dialogo o cercare dei modi per alleviare le sofferenze del popolo, il governo ha dispiegato le forze di sicurezza per schiacciare i manifestanti. Secondo Amnesty international 37 persone sono state uccise solo nei primi cinque giorni di manifestazioni. Filmati girati dai manifestanti e condivisi con la Bbc svelano l’uso di “squadroni segreti” che danno la caccia ai manifestanti, li picchiano e li trascinano via per rinchiuderli in centri segreti di detenzione dove molti sono stati torturati.

Nonostante queste tattiche terrificanti, i manifestanti non si sono fatti intimidire. La dichiarazione dello stato di emergenza il 22 febbraio e il divieto ufficiale di tenere incontri pubblici sembrerebbero aver avuto l’unica conseguenza di rafforzare la determinazione degli oppositori al presidente, che vogliono liberarsi di lui una volta per tutte.

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Adesso Al Bashir è con le spalle al muro. Sta perdendo velocemente il sostegno dell’opinione pubblica in generale e del suo stesso partito. In Sudan si dice che personaggi importanti dell’Ncp starebbero pensando di eleggere un nuovo capo per il loro partito. Al Bashir dovrà mettere in atto una repressione ancora più pesante per mettere a tacere i suoi critici nel paese e all’estero. Ecco perché oltre a dichiarare lo stato di emergenza il presidente ha sciolto il governo, in carica da appena cinque mesi, e ha rimosso tutti i governi regionali e i governatori eletti degli stati, sostituendoli con ufficiali dell’esercito.

Se tuttavia un’ulteriore concentrazione del potere nelle sue mani potrà impedire che il presidente sia rimosso nel breve periodo, renderà anche impossibile risolvere i problemi economici, sociali e politici del paese. La stabilità può essere conquistata solo con un sistema politico più inclusivo che riconosca alcune delle rivendicazioni dei manifestanti. La ripresa economica dipenderà dalla capacità del paese di tornare ad avere relazioni con il resto del mondo per garantirsi gli investimenti necessari, meno probabili dopo ogni atrocità commessa dal presidente.

Questa è la situazione paradossale in cui si trova Al Bashir: le stesse tattiche che sta usando per restare al potere gli impediranno di affrontare in modo efficace il malcontento che ha costretto le persone a scendere in piazza. Adesso ha due possibilità: ammettere di aver fatto il suo tempo e farsi da parte o restare aggrappato alla presidenza a tutti i costi e spingere il suo paese in una fase di conflitto civile dalla quale potrebbe non riprendersi più.

La crisi taciuta dell’Africa
Nonostante i disordini in Sudan e le diffuse violazioni dei diritti umani, il conflitto ha ricevuto poca attenzione dalla comunità internazionale. Amnesty international ha lanciato l’allarme sulle tante violazioni dei diritti umani, i giornalisti hanno documentato con attenzione le proteste e lo stato di emergenza è stato denunciato da un ristretto numero di leader politici in tutto il mondo, tra cui due importanti esponenti del congresso negli Stati Uniti.

Eppure la maggior parte dei leader nel mondo ha evitato con cura di esprimere commenti su una delle più allarmanti vicende politiche dell’anno. Allo stesso modo la maggior parte dei direttori di giornale ha tenuto il Sudan lontano dalle prime pagine, perfino quelli che in passato hanno dato ampio spazio alle violenze del governo in Zimbabwe e nella Repubblica Democratica del Congo. Per questo è stupefacente che la maggior parte delle persone non abbia idea di ciò che sta accadendo in Sudan. Due giorni fa mi sono imbattuto in un amico che lavora sull’Africa e di solito è ben informato. Gli ho chiesto cosa ne pensasse della crisi. “Crisi?”, mi ha risposto, “quale crisi?”.

Ditelo ai vostri amici, scrivete ai vostri leader politici, firmate una petizione. È necessario che qualcosa cambi.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul settimanale sudafricano Mail &Guardian.

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