06 marzo 2018 13:38

Secondo un certo cliché, ormai viviamo nell’era della “comunicazione istantanea”. Ma non è proprio così. Viviamo in un’epoca in cui la comunicazione istantanea è possibile – cioè possiamo ricevere immediatamente la risposta a un’email, a un sms o a un messaggio in chat – ma in realtà questo spesso non succede. A volte passano giorni, o perfino settimane, prima che qualcuno risponda a un’email o a un messaggio.

“Il risultato”, ha scritto di recente Julie Beck sulla rivista The Atlantic, “è la sensazione che, se volessero, tutti potrebbero risponderci immediatamente – e l’ansia che ne consegue quando non lo fanno”. In passato, le risposte immediate erano dovute (come in una conversazione faccia a faccia) oppure impossibili (come con la posta ordinaria). Oggi, invece, tendiamo a confondere le due cose. Perciò quando la risposta non arriva, non sappiamo che cosa pensare.

Questo spiega la sensazione tipicamente moderna di trovarci di continuo in situazioni emotivamente imbarazzanti che, in realtà, forse esistono solo nella nostra mente.

Convinzioni senza prove
Proprio adesso, per esempio, sono convinto che un mio caro amico sia arrabbiato o addolorato perché non ho ancora risposto al messaggio pieno di notizie che mi ha mandato prima di Natale. E che un contatto di lavoro che aveva proposto di vederci un giorno a pranzo, dopo la mia risposta entusiastica non si è fatto più sentire perché forse si è reso conto di avermi confuso con una persona più importante di me e si vergogna di ammetterlo.

Naturalmente non ho la minima prova di nessuna di queste due convinzioni: può anche darsi che il mio amico non abbia dato nessun peso alla cosa, e che il mio contatto al momento sia impegnatissimo ma che prima o poi mi risponderà. C’è una speciale, solitaria follia nello sperimentare una situazione di tensione con persone che quasi sicuramente non la stanno condividendo con noi.

Un mondo in cui non abbiamo obblighi nei confronti di nessuno è anche un mondo in cui nessuno ha obblighi nei nostri confronti

Ma quest’ansia, osserva Beck, è il prezzo che siamo disposti a pagare per provare quel senso di controllo che ci dà il non sentirci obbligati a rispondere immediatamente: “La novità dell’era della comunicazione istantanea è che ci consente di gestire le conversazioni come vogliamo”. Se sempre più persone considerano una telefonata una sorta di “imboscata” – dato che (o mio dio!) dobbiamo rispondere subito – forse è perché, di questi tempi, in altri settori è difficile provare quella sensazione di controllo.

Se non ci sentiamo sicuri del lavoro che abbiamo, del nostro contratto d’affitto, di quando andremo in pensione o di che fine farà il pianeta, almeno possiamo richiuderci in noi stessi e decidere esattamente a chi permettere di intromettersi nella nostra vita e quando, se mai, stabilire un contatto.

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Il problema è che gli svantaggi di questo tipo di controllo possono finire per superare i vantaggi. Un mondo in cui non abbiamo obblighi nei confronti di nessuno è anche un mondo in cui nessuno ha obblighi nei nostri confronti.

Magari sono convinto che preferisco poter scegliere quando rispondere al messaggio del mio amico, ma quello che succede in realtà è che ci si mette di mezzo il lavoro, rimando la risposta all’infinito, e un altro filo di quell’amicizia si spezza. Se mi avesse telefonato, e io gli avessi risposto, pur essendo seccato da quell’intrusione, avremmo potuto evitarlo.

E in più mi sarei risparmiato settimane di sensi di colpa per averlo offeso, anche se probabilmente non se n’è mai accorto.

Consigli di lettura
Il libro di Emily White del 2015 Count me in è al tempo stesso un godibile racconto autobiografico e una guida pratica per ristabilire i contatti con il mondo reale in una vita dominata da internet.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian.