Bagan, Birmania, 2015.

Per essere più felici imparate dai buddisti

Bagan, Birmania, 2015.
21 agosto 2018 12:04

Vista la scarsità di emozioni positive, almeno nella vita pubblica, mi ha fatto piacere imbattermi in questa saggia teoria su come provocarle della monaca buddista di origine tedesca Ayya Khema: “Possiamo pensare che sia la qualità del tramonto a darci tanto piacere, ma in realtà è la qualità della nostra immersione in quel tramonto che ci provoca gioia”. A prima vista sembra una distinzione tecnica e, a dire la verità, i maestri buddisti adorano fare distinzioni tecniche. Ma questa non lo è. È una riflessione importante sulla felicità e, se ne cogliessimo il vero significato, ci rallegrerebbe tutti.

Partiamo dalle considerazioni più elementari: la maggior parte di noi in genere si comporta come se fossero le circostanze esterne a renderci felici. Questo è palesemente vero nel caso dei materialisti, i quali si illudono che accumulando milioni lo saranno per sempre. Ma non lo è di meno per le anime più sagge, che cercano l’appagamento nella famiglia, nella natura o nell’impegno per migliorare il mondo: anche queste sono circostanze esterne.

Il buddismo, che è una religione molto più radicale di quanto spesso gli si riconosca, respinge tutto questo, sostenendo che la felicità non dipende da quello che stiamo vivendo ma da quanto siamo profondamente e consapevolmente immersi in quell’esperienza. È molto più facile immergersi in qualcosa di “piacevole” come un bel tramonto piuttosto che, per esempio, nel tentativo di usare la cassa automatica di un supermercato. Alla fine però è la qualità dell’esperienza che conta. È per questo che negli stati di estrema concentrazione chiamati jhāna, i meditatori buddisti possono raggiungere la massima beatitudine concentrandosi su una cosa banale come il respiro.

Avendo frainteso qual è la fonte delle emozioni positive, naturalmente reagiamo anche nel modo sbagliato: cerchiamo di avere di più di quella cosa che secondo noi ci rende felici, oppure temiamo di perderla, due ricette sicure per garantirci l’infelicità. Come ha scritto sulla rivista buddista Lion’s Roar il maestro di meditazione Allen Weiss: “Quello che non facciamo quasi mai, ma dovremmo fare, è prestare attenzione all’emozione che stiamo provando”. Dovremmo concentrarci su quella sensazione, non sul tramonto. Può sembrare strano, ma quando gli dedichiamo più attenzione le emozioni negative tendono a dissiparsi, mentre quelle positive si espandono.

pubblicità

E, giusto per essere più chiari, questo non significa pensare positivo, cioè convincerci che le circostanze esterne siano (o presto saranno) migliori di quanto ci sembra, oppure “decidere” che vogliamo a tutti i costi essere felici. Significa piuttosto prestare attenzione alle emozioni positive che già esistono. E che in teoria esistono nella vita, per quanto tormentata, di tutti. Magari è il piccolo brivido di piacere che proviamo entrando nella doccia, sorseggiando una tazza di tè o quando una brezza leggera ci sfiora la pelle. Provate a concentrarvi su quell’emozione – su quel piacere, non sulla doccia o sul tè – per almeno venti secondi, consiglia Weiss, e vi accorgerete che sta crescendo.

Anticipo la solita obiezione: se tutti fossimo permanentemente estasiati davanti a una doccia o a una tazza di tè, non faremmo più nulla? Smetteremmo tutti di combattere le ingiustizie? La risposta, per parafrasare lo scrittore Robert Wright, è: forse! Ma guardatevi intorno, siamo ancora ben lontani dal doverci preoccupare di questo.

Da ascoltare
Potete ascoltare centinaia di conferenze sulla meditazione di Ayya Khema e di altri maestri – dalle più semplici alle più tecniche – sul sito Dharmaseed.org e sulla sua applicazione.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Abbonati per ricevere Internazionale
ogni settimana a casa tua.

Abbonati
pubblicità

Articolo successivo

Cent’anni di Albania