(Lucas Allen, Getty Images)

Restituire un portafoglio può essere un atto d’egoismo

(Lucas Allen, Getty Images)
30 luglio 2019 13:41

Probabilmente avrete letto la storia dei portafogli perduti, che il mese scorso ha aperto un breve spiraglio di speranza nella nebbia di questo momento così deprimente della storia.

Per dirla in breve, un gruppo di ricercatori ha sparso 17mila portafogli in giro per 355 città del mondo, alcuni contenenti una piccola cifra, altri una più grande, e, contrariamente a tutte le aspettative, se c’erano dei soldi le persone si sono dimostrate più propense a contattarne il proprietario.

Anzi, mentre il 51 per cento di loro l’ha fatto per i portafogli che contenevano l’equivalente di una decina di sterline (rispetto al 40 per cento di quelli vuoti), la percentuale è salita al 72 per cento se la somma si avvicinava a 75.

Burbero misantropo
È vero che per quanto riguarda l’onestà, ci sono differenze nazionali – questo è un altro campo in cui purtroppo gli scandinavi battono i britannici – ma il risultato era chiaro: chi dice che l’onestà è morta sta decisamente esagerando. Quale burbero misantropo potrebbe trovare qualcosa di negativo in questi dati? La risposta, mi dispiace dirvelo è: un burbero misantropo come me.

Siamo chiari, se si trova un portafoglio, penso che la cosa migliore da fare sia sempre restituirlo. Ma da una seconda fase dello studio è emerso che la gentilezza e l’altruismo non erano le uniche motivazioni delle persone, un altro fattore importante era “l’avversione a considerarsi ladri”. Tutti vogliono avere una buona opinione di sé, il che spiega la percentuale più alta di riconsegna dei portafogli che contenevano più soldi, perché se ti tieni 75 sterline, ti senti più ladro che se te ne tieni dieci. Per dirla con uno dei ricercatori: “Tenere un portafoglio trovato significa modificare la propria immagine di sé, e questo ha un costo psicologico.” Se vi state ancora chiedendo perché c’è qualcosa di sbagliato nel fatto che la gente ci tiene tanto a considerarsi onesta, posso solo chiedervi se di recente avete mai passato cinque minuti su Twitter.

Le persone “segnalano” la loro rettitudine anche quando nessuno le vede

La domanda è retorica (ovviamente nessuno dovrebbe mai passare cinque minuti su Twitter), ma di sicuro uno dei motivi principali del rancore che caratterizza le discussioni politiche attuali è proprio questo desiderio di preservare la propria immagine morale. Ecco che cosa non va nell’accusare la destra di sollecitare l’indignazione “a tutti i costi”, perché il mondo – almeno quello online – è pieno di cinici che fingono di abbracciare dogmi alla moda per rendersi popolari. Ma è sbagliata anche la tendenza della sinistra a dare per scontato che sia malvagia ogni persona che la pensa diversamente da te.

Le insidie della realtà
In realtà, gli psicologi Jillian Jordan e David Rand hanno dimostrato che è difficile separare gli aspetti strategici da quelli sinceri della moralità. Le persone mettono in atto la loro rettitudine anche quando nessuno le vede, e provano sinceramente quel sentimento virtuoso che poi diventa pubblico.

Il che ci ricorda che la politica e altri terreni di scontro nascondono molte più insidie di quante ne vorremmo ammettere. Difficilmente si vince una discussione dimostrando che l’altro non è sincero, perché in effetti non è così. E il bisogno di sentirsi un cittadino integerrimo, che spinge qualcuno a restituire un portafoglio, potrebbe essere lo stesso che lo spinge a sostenere idee che detestiamo.

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Forse lo studio sui portafogli perduti dimostra che le persone si sforzano di comportarsi bene, ma teniamo sempre presente che, oltre al fatto fondamentale che non è bene derubarci a vicenda, ancora non ci siamo messi d’accordo su che cos’è l’onestà.

Da ascoltare
In una puntata del suo podcast On being, Daniel Kahneman ci spiega perché non crediamo a quello che crediamo per i motivi che crediamo.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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