(Ilka & Franz, Getty Images)

Perché dobbiamo scegliere le nostre battaglie

(Ilka & Franz, Getty Images)
08 ottobre 2019 13:47

In un mondo che cambia così rapidamente, è una verità immutabile e rassicurante che ogni volta che lo scrittore Jonathan Franzen interviene sull’attualità, sui social network si scatena il pandemonio. E così è stato anche qualche settimana fa, quando Franzen ha pubblicato sul New Yorker un saggio in cui si chiedeva se forse non dovremmo rinunciare a sperare di scongiurare l’apocalisse climatica.

A quanto sembra c’è qualcosa nel suo modo di esprimersi che rende molto difficile ai suoi critici concentrarsi su quello che sta effettivamente dicendo: nonostante il suo pressante invito a investire nella lotta al riscaldamento climatico è stato accusato di nichilismo e di fatalismo, e il New Yorker è stato criticato per non aver affidato l’articolo a un climatologo, anche se la relativa impotenza delle dichiarazioni pubbliche degli scienziati del clima era proprio al centro della sua tesi. È difficile non interpretare la ferocia di queste reazioni come dimostrazione del fatto che ha toccato un argomento che molti preferirebbero evitare.

In tanto trambusto è andato perso quello che secondo me è il punto principale del suo discorso, e cioè che la nostra capacità di preoccuparci è limitata, e ignoriamo questa sua finitezza a nostro rischio e pericolo. Ognuno di noi ha tempo, energie e risorse limitati, e quindi, inevitabilmente, se la nostra unica priorità è vincere una battaglia esistenziale su scala planetaria, non ci resterà tempo per nient’altro. “Continuate a fare la cosa giusta per il pianeta”, scrive Franzen, “ma continuate anche a cercare di salvare quello che amate in particolare – una comunità, un’istituzione, un luogo naturale, una specie a rischio di estinzione – e accontentatevi dei vostri piccoli successi”. Successi che non devono essere necessariamente collegati al problema del clima.

potremmo sforzarci, come individui, di scegliere una manciata di battaglie nelle quali investire la nostra limitata capacità di preoccupazione

C’è qualcosa di distorto in un codice morale che ci spinge a non passare il nostro tempo libero con un parente che sta morendo (per esempio) perché avremmo potuto passarlo a salvare l’ambiente. Naturalmente, voi potreste obiettare che i veri ambientalisti non trascurano i loro nonni moribondi e cercano di fare entrambe le cose. Ma così non fareste che confermare quello che sostiene Franzen, e cioè che è giustificabile sottrarre una parte delle nostre energie limitate a quella che sembra essere l’unica priorità globale per investirle a livello locale e su quello che per noi conta di più.

In effetti è più che giustificabile perché potrebbe essere l’unico modo per evitare la paralisi o la disperazione davanti ai problemi del mondo. Nell’era degli smartphone, come ha osservato di recente David Cain nel suo blog raptitude.com, la nostra limitata capacità di preoccuparci è distribuita su tante di quelle questioni urgenti che è come “versare una minuscola goccia d’acqua su ogni centimetro quadrato di foresta in fiamme”. Immaginate, scrive, di poter mettere insieme tutta la preoccupazione pubblica e distribuirla diversamente, in modo tale che qualche migliaio di persone faccia di un problema specifico – o di un sotto-problema come nel caso del clima – la propria preoccupazione morale principale per un decennio. È molto probabile che si farebbero più progressi.

Ovviamente, non possiamo organizzare il mondo in questo modo, ma potremmo sforzarci, come individui, di scegliere una manciata di battaglie nelle quali investire la nostra limitata capacità di preoccupazione. La cosa più difficile sarebbe ignorare tutte le altre. Quando ci troviamo davanti al racconto delle persone che fuggono dalla Siria o degli incendi in Amazzonia, dovremmo pensare: “Non è un mio problema”, non perché siamo insensibili, ma perché abbiamo scelto come “nostri” altri problemi e siamo già occupati a fare la differenza in quel campo.

Da ascoltare

Nel suo podcast On being, la veterana dell’ecologia Joanna Macy esplora il mondo dell’attivismo ambientale definendolo una “danza con la disperazione”.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian.

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

Maledetto fosfato
Luc Folliet 
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.