21 aprile 2020 12:53

Dal momento in cui siamo entrati in isolamento, è scoppiata una vivace discussione, online e altrove, su come riempire il tempo libero che avremmo avuto in più. Sentendo queste discussioni, noi genitori di bambini piccoli ci siamo permessi di fare una sonora risata (prima di temere che quella risata si trasformasse in una tosse secca) perché per noi, improvvisamente, il tempo non c’era più.

Ogni secondo di veglia ha dovuto essere organizzato, perciò il consiglio di cogliere l’occasione per rileggere i romanzi di Jane Austen o rispolverare le nostre sceneggiature lasciate a metà ci è sembrato assolutamente surreale, e di conseguenza, suppongo, in perfetta sintonia con i tempi.

Naturalmente, non è una novità il fatto che le persone hanno a disposizione quantità radicalmente diverse di tempo, né il fatto che la disuguaglianza di tempo a disposizione non corrisponde alla disuguaglianza economica (i lavoratori a basso reddito e i grandi manager vorrebbero averne di più, i disoccupati e i ricchissimi che non hanno niente da fare ne vorrebbero di meno).

Operosità e dispersione
Ma mai come adesso la distribuzione del tempo ha diviso così nettamente le persone che conosco, ricordandomi ancora una volta che quello che stiamo facendo tutti, in questi giorni, in realtà, è completamente diverso a seconda di chi siamo: ricchi o poveri, genitori o no, infermieri o romanzieri, casalinghi o socializzatori compulsivi.

Altrettanto strana, però, è la scoperta che questa nuova forma di operosità non ci fa sentire affatto operosi, e in modo piuttosto sgradevole. Essenzialmente ci assorbe. Sto cominciando a rendermi conto che buona parte di quella che prima chiamavo operosità era in realtà dispersività: mi occupavo di troppe cose, comprese alcune che inconsciamente riconoscevo come perdite di tempo.

La pandemia ci sta costringendo, in tanti piccoli e grandi modi, ad affrontare la realtà

Durante il lockdown, invece, sono quasi sempre certo di occuparmi di cose che contano, non perché sia diventato un genio della gestione del tempo, ma perché non ho altra scelta. Sinceramente, sono riconoscente di non avere il tempo per rileggere Jane Austen perché so che probabilmente lo userei per rimuginare con un senso di impotenza sugli orrori che sento nei notiziari.

Spero sia inutile dire che so benissimo che la penserei diversamente se la mancanza di tempo mi facesse correre il rischio di rimanere senza casa o di morire di fame, o se non fossi così fortunato per molti altri aspetti. Ma il punto non è che non avere abbastanza tempo è una cosa positiva. È che la pandemia ci sta costringendo, in tanti piccoli e grandi modi, ad affrontare la realtà.

Resistere alle sirene
Tra le grandi realtà, ci sono l’inadeguatezza delle nostre reti di sicurezza e il fatto che dipendiamo totalmente da alcuni lavoratori essenziali che non sosteniamo abbastanza. Una realtà più piccola, per me, è stata vedere con occhi nuovi che cosa significa avere un tempo finito. La verità non è che ho meno tempo di prima (ho sempre avuto 24 ore al giorno), è solo che adesso sono meno libero di sprecarlo o di lasciarmi sedurre da varie attività la cui ragion d’essere è cercare di convincerci a farlo.

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Chissà se questa illuminazione rimarrà una volta finita la pandemia, o, al contrario, se il virus dovesse colpirmi più da vicino. Per il momento, ho la sensazione stranamente rilassante di passare le giornate come dovrei: leggendo libri di fiabe, caricando la lavastoviglie, dando la caccia agli insetti in giardino, telefonando a familiari e amici, preparando pasti vagamente nutrienti con quello che c’è in frigorifero, cercando di lavorare per quello che posso, scaricando la lavastoviglie… Decisamente, non sono tutte cose piacevoli, ma sono abbastanza sicuro che sono importanti. Tra tutte le distopie, questa almeno presenta un lato positivo.

Da ascoltare
In una recente puntata del podcast This jungian life alcuni psicoterapeuti junghiani discutono sul fatto che una crisi può farci scoprire capacità interiori che non conoscevamo.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.